Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: aprile 2007

Sono la Vostra Segretaria Perfetta

Ammetto: eravamo abituati a Margherita, un sorriso, un’occhiataccia e tutto filava via liscio: avevi d’andare in pensione? Ci andavi. Il Preside spendeva troppo per i festoni di Natale? Richiamo della amministrazione. Le applicate sbagliavano a compilare gli stati di servizio? Riunione a porte chiuse e la volta dopo tutto a posto.
Ammetto: quando è arrivata Rosanna, sguardo spento, andatura funambolica, eravamo prevenuti.
Per fortuna.
Così non ci siamo stupiti più di tanto.
Rosanna, durante i primi due anni di lavoro presso di noi, si è rivolta alle persone alternativamente con il “lei” con il “tu” (prof, vieni un momento in segreteria, prof, le ho decurtato lo stipendio). Quando io ho imparato a darle del tu, lei è passata al lei, e quando io sono tornata al lei, mi ha guardato con stupore e ha ripreso il tu. Dopo due anni si è sistemata. Per il tu e il lei, dico.
Per il resto, la sua risposta standard è “non chiedermelo in questo momento”, alternata a “in questo momento ho il vuoto”. Bon. Torneremo quando il vuoto si è riempito. Di caffé, magari. Esce scivolando dall’ufficio, ondeggia scivolando verso la macchinetta, infila lenta le monetine, beve riscivolando verso l’ufficio. Si siede. Bussi, metti dentro la testa, chiedi se puoi lasciare i soldi per la gita. Lei sorride, guardando fisso un punto dietro la tua testa. Tu ti giri, ma vedi solo il ritratto di Napolitano. Il Presidente della Repubblica affitta pullman alle scolaresche? La riguardi, e lei sta sfogliando dei fogli a quadretti, dove annota meticolosamente le piccole spese. Penna blu e penna rossa. Alza lo sguardo, affogato in borse e occhiaie, già spento (effetto caffeina terminato in un amen), e chiede: “Vuoi il rimborso di cosa?” No, spieghi, niente rimborso, devo pagare il pullman della gita. “Ah, non so niente, che gita?” Spieghi, lei prende altri fogli a quadretti, scorre col ditino. Attenzione: se lì non ci siete, niente da fare, la gita non l’avete fatta. O non la farete. Se ci siete, vi avvisa: “Io i soldi non li voglio, non voglio responsabilità”. Uscite, leggete la targhetta sulla porta: responsabile amministrativa. Rientrate, accennate all’incongruenza. Lei sorride, socchiude gli occhi, scuote la coda di cavallo, dice: “scusa” e allunga la mano verso il telefono. Vi gira le spalle. Voi capite e uscite. Per ora siete out.
Tornate più tardi: “Scusa, la pensione…?” “In questo momento ho un vuoto”.

p.s. del giovedì mattina. Comincio io: scusa, devo darti i soldi per la gita; vieni, vieni Alessandra; ecco qui; cosa sono?; i soldi per la gita; aspetta che guardo (tira fuori i fogli a quadretti): ma qui non ci sei; no, lo so, te li sto portando adesso; per cosa?; per la gita; che gita?; quella di mercoledì; allora ti segno?; sì, grazie; (penna rossa e blu, cinque minuti di pazienza) ecco fatto; grazie, cia…; ma allora vai in gita?; (Io?? Macché! ho dato l’impressione di andare in gita?? Però rispondo soltanto): sì, vado in gita, ciaooo Rosanna; Ciao, Alessandra.

p.p.s: naturalmente, io non mi chiamo Alessandra…

fine intervallo, brutta storia

L’anno scorso un amico avvocato di Roma mi chiede cosa dice il nostro contratto circa sospensioni o allontanamenti per colpe gravi. Trasmetto e chiedo come mai si i interessa di noi insegnanti. Mi accenna a una storiaccia di abusi, denunce e altro in una scuola materna (!). Non chiedo di più. Ma vengo aggiornata. Le cose si trascinano per mesi e mesi. La preside difende i dipendenti (maestre e bidelle), vengono fatte ispezioni, metà delle famiglie tiene a casa i figli. I piccoli che frequentano ancora sono tenuti in classe anche se se la fanno addosso: nessuno li cambia, nessuno li pulisce, meglio evitare che si dia la possibilità di altre denunce. (leggi il resto qui)

La bidella Antoinette, in arte Vicepreside

La bidella Antoinette ha una Centoventisei. La guida con prudenza. Costeggia attenta i fossi della provinciale, e poi, per stare sul sicuro, procede sulla linea di mezzeria. Quando arriva a scuola, parcheggia, entra, raddrizza le spalle, apre lo sgabuzzino (per-so-na-le!), tira fuori il grembiule azzurro, mette gli zoccoloni, si dà una sistematina alla pettinatura e si avvia alla guardiola dell’ingresso.
Da questo momento, siete nelle sue mani.
Insegnante? Vi insegue per farvi firmare la centotrentesima circolare, che voi avete osato trascurare. Se fate notare che non ritenete urgente sapere che è in corso a Spotorno (213 chilometri) un corso di aggiornamento sulla versione trial di Linux, e che non siete del tutto interessati a conoscere le linee guida da adottare nella comunicazione multimediale partendo dalla creazione di una esposizione che, attraverso l’organizzazione di materiali, colori e suoni, consenta una passeggiata virtuale nella città… bene, lei vi dà ragione (ha ragione, professoressa) e poi vi blocca in un angolo del corridoio finché non firmate.
Bidella? Vi fa notare che nell’ingresso c’è ancora la segatura sparsa la mattina per assorbire il fango della mandria di bufali che sottoforma di alunni insistono per presentarsi nelle nostre aule; vi fa notare che avete sbagliato tutte le fotocopie; vi fa notare che non tocca a lei pulire i laboratori del piano terra, ma al bidello che sta attaccato al calorifero (non so se ve lo ricordate); vi fa notare che è lei che pulisce, risponde al telefono, controlla le circolari, fa le fotocopie, blocca i genitori all’entrata, blocca gli alunni all’uscita, lava i pavimenti dei corridoi, pulisce i bagni degli insegnanti, e così via. Tutto vero, ma sentirselo dire tutti i giorni rende gli altri bidelli leggermente idrofobi (tranne quello del calorifero, che non lo smuovi nemmeno con la ruspa tagliente della lingua della bidella regina Antoinette).
Segretaria? Vi riporta la circolare che avete sbagliato a impaginare; vi chiede l’elenco degli alunni che vi siete dimenticati di compilare; chiede conto delle ore straordinarie assegnate al bidellifero (sempre il bidello del calorifero) e non-a-lei!
Preside? Vi porta il caffé (dalla macchinetta) su vassoietto (di cartone) ricordandovi che non avete fatto acquistare sufficienti rotoli di carta igienica e che lei non può rifornire i gabinetti degli insegnanti se i rotoli non ci sono; vi ricorda che non si possono assegnare tutte le ore di straordinario al bidellifero, che in orario di lavoro non fa niente; vi suggerisce di riprendere la bidella del secondo piano che non ha pulito le aule dell’altra ala; vi rammenta che il riscaldamento va spento, come da legge; quando vede che sbiancate, vi chiede se vi sentite poco bene e vi porta un’aspirina.

The bidel is in

Il nostro receptionist-equivalente (detto bidello, detto personale ausiliario) è un uomo di statura normale, dotato di buoni muscoli e cervello denaro-orienting. In netto contrasto con l’apparente prestanza fisica, si presenta camminando len-ta-meeen-te e ondeggiando pesante sul pavimento. La forza di gravità terrestre lo spossa dopo cinque secondi. È costretto ad appoggiarsi al caloriferone dell’entrata, in inverno. È costretto a sedersi in guardiola, quando cominciano i primi caldi. Da lì o da là osserva con distaccato interesse l’andirivieni. Qualche volta, se proprio si insiste, risponde. Basta che non gli facciate ammettere niente (non vedo, non sento, non parlo, non ci sono, se ci sono dormo). Qualche volta, se non c’è nessun altro nei dintorni, risponde pure al telefono. Risulta il factotum della scuola, e ha capacità elettro-falegnameristiche provate. Se paghi. Se paghi viene a casa tua e ti aggiusta tutto. Sul posto di lavoro, se c’è una cosa che lo contraddistingue, è la capacità di mantenere il suo culone al suo posto.
Però, se gli chiedi qualcosa, ti guarda e ti dice sempre di sì.
Se lo lasci rimanere seduto, ti permette di fare centinaia di fotocopie senza pagarle, senza segnarle sull’apposito quaderno, senza limitarle alle necessità. Se lo lasci in pace, ti permette di spostare banchi, cattedre, computer, armadi. Se non lo chiedi a lui, ti lascia martellare e inchiodare quadri, cartelloni, alunni e colleghi. Incurante delle gerarchie, ignora con la stessa indifferenza colleghi, ragazzi, professori, segretari.
Si alza solo se c’è il Preside (detto Dirigente Scolastico).
No. Si alza anche se gli chiedi le cialde per la macchinetta del caffè-cappuccino-tè-cioccolata. Ha un ricarico (suo, personale) di dieci centesimi a cialda. Allora si alza e apre l’armadietto che ha dietro le spalle e ti dà quello che vuoi (ohè!, limitatamente a caffè-cappuccino-tè-cioccolata). Poi si risiede. Non spazza, non pulisce i laboratori, non lava i vetri (non è nel suo mansionario). Qualche volta raccoglie la segatura.

Se proprio deve, the bidel is in: cinquanta cent, prego.

America!

Quarto intervallo (spero, finché non ci vado non ci credo): mercoledì, al Teatro Grande di Brescia, ci sarà la presentazione della prossima mostra del Museo di Santa Giulia. Alle 20.30. Ci sarà un video e il racconto (che io mi attendo ispirato) di Marco Goldin e la partecipazione al violoncello di Piero Salvatori. La mostra, poi, si aprirà l’autunno prossimo (dal 24 novembre). Incuriosisce il fatto che sia presentata come una delle più grandi dedicate alla pittura americana, ma, soprattutto, che sarà affiancata da quelli che Goldin chiama “appunti di storia, che costituiranno una sorta di sottofondo per i colori e per le immagini, cosicché quegli stessi colori e quelle immagini siano inseriti in un contesto che forse per il pubblico italiano non è così scontato. Quello che ritengo sarà fonte di stupore, risulterà il modo in cui, nella mostra, questi appunti di storia saranno offerti al pubblico.” Nell’attesa dello stupore autunnale, dunque, lo spettacolo di mercoledì. (altre immagini nei commenti)

Porto di mare

Non ho letto molto degli articoli sulla strage alla Virginia Tech (giusto qualche titolo e qualche ultim’ora); non ho guardato le gallerie di foto che mi orrorificano; non vedo nemmeno la TV. Però lavoro in una scuola. In una scuola che è un porto di mare. Bellissima scuola, che  (come recitano le migliori didascalie delle migliori menate che ci fanno i Politici e gli Esperti quando ci spiegano come devono essere le nostre scuole) è aperta al territorio.  Sempre aperta. Da mane a sera. Si entra e si esce, a qualunque ora. Apri il cancellino, lascia aperto il cancellino. Si portano i figli in ritardo, si prelevano i figli col maldipanciaditestadidentidicompitoinclasse. Si entra per consegnare ai bidelli lo zaino di ginnastica dimenticato a casa, ché lo portino al fanciullo (distratto!) che l’ha piantato sulla porta. Si entra per le udienze, per le rappresentanze di libri, per le conferenze aperte alla popolazione e al territorio (come recitano eccetera eccetera). Apri il cancellino, lascia aperto il cancellino. Entrano per portare i panini e i pomodori per la mensa (apri il cancellone, lascia aperto il cancellone). Entrano le squadre di basket e pallavolo per la palestra. Entrano i supporter delle squadre di pallavolo femminile. Abbiamo chiesto di chiudere almeno, in orario scolastico, i cancelli esterni. Talvolta si fa. Spesso no. E, comunque, quando i cancelli sono chiusi, una splendida nuova bassa cancellata a riquadri di metallo consente persino a me (che qualche annetto ce l’ho e non vedo palestre dal lontano 1985) di arrampicarmi e di scendere con calma dall’altra parte. La porta d’entrata è sempre aperta. I bidelli sono passati da ventitrè a dieci. Se chiamate un bidello perché un ragazzino sta vomitando l’anima, o per portare in 1 B lo zaino che lo smemorato ha lasciato vicino alla porta, o per fare le fotocopie della verifica, l’entrata può rimanere sguarnita.
Leggo, da uno dei tanti notiziari web: ci si chiede come abbia fatto il cecchino a superare i controlli. Controlli? Mi guardo intorno nel bellissimo atrio della mia bellissima scuola: se non ci si mette la bidellona Rita, con tutto il suo peso, a fare da scudo a braccione spalancate, non vedo nessun altro in grado di farlo.

Nuvole di carta

Terzo intervallo: venticinque gradi e un maglioncino di lana nero non erano l’ideale, ma sotto i portici del Palazzo Gotico di Piazza Cavalli, a Piacenza, si potevano dimenticare. Sono stata a Fullcomics, rassegna nazionale del fumetto. Ci sono stata per quel signore lì, in maglietta a righe nere e rosse, che conosco da qualche mese grazie al suo blog molto speciale. Ci sono stata per prendere uno dei suoi libri e rileggermi in pace gli inizi della storia, e conoscere la Santa Pazienza, e Co.Ce.Ma. e il vecchio gattone e così via. Mi sono presa tutti i suoi libri (l’uno e il due, e quello a colori, e quello del blog, ecc.), e quelli dello stand mi hanno fatto uno sconto e mi volevano dare anche lui (l’autore, dico), che, con santa pazienza (appunto), invece dell’autografo si è messo a farmi un disegno a matita che era un piacere vederlo e che mi tengo caro. Poi, una cosa tira l’altra, ho fatto un giro, rimpiangendo di non avere con me le mie manco-liste, ché magari avrei preso qualche vecchiiiiiissimo Ken Parker che ancora non ho. Ho però acquistato “Il palafreniere indisciplinato”, un (mi sembra) buon fumetto tratto dal romanzo di Gi. Sa. Sechi; due stampe numerate (al modico prezzo di cinque euro) di Baudoin e di Uzès; un mitico numero di Superman quando si chiamava ancora Nembo Kid (“La krypto gemma”), scelto tra altri perché in copertina c’era anche Jimmy Olsen; e una maglietta (per la figlia) della Linea di Cavandoli. Buona la mostra al primo piano del Palazzo Gotico. Terribili i cosplay vestiti con pelliccette, tutine aderenti, orecchie, mantelli e cicce debordanti. Inquietante una ragazzina dai capelli rossi, vestita con varie sfumature di rosa, gonna a balze e pizzi, ballerine rosse tempestate di qualcosa, sperluccicante lastra nei capelli, borsettina di lamé, che non si capiva se era lei o qualche personaggi dei fumetti. Irritante la figlia preadolescente al seguito che oscillava tra ‘ufaaa…’, ‘se fai delle foto io torno in macchina…’, ‘che schifo’, ‘che caldo’, ‘che scemi’… Desolante il vuoto nel portafoglio, ma vabbè. Non si vive di solo pane, spiegherò stasera alla famiglia riunita davanti ai piatti vuoti.

Nuove adozioni

Nel 1999 il Ministero dell’Istruzione ha stabilito che ogni famiglia non dovesse spendere più di una certa cifra per comprare i libri di testo di un figlio per quell’anno. Si chiama *tetto di spesa*. Si è fatto. Da allora, i tetti di spesa sono rimasti gli stessi di otto anni fa (280 euro per le prime classi, 108 per le seconde, 124 per le terze: la differenza si giustifica con il fatto che in prima vengono adottati testi validi per l’intero triennio).
In questi otto anni:
– il costo dei libri di testo è aumentato;
– la riforma ha rivoluzionato i programmi annuali di molte discipline e ha *innovato* programmi, inserito il *portfolio*, richiesto nuove documentazioni dell’apprendimento: le case editrici si sono adeguate, i libri di testo sono cambiati radicalmente;
– la riforma ha imposto tre nuove discipline, che compaiono in pagella (cioè: non si può far finta che non esistano): francese, informatica e convivenza civile; son tre libri in più, a meno di non insegnare sull’aria o attraverso fotocopie, ma attenzione: le fotocopie di libri di testo non sono legali;
– gli insegnanti devono decidere entro la metà di maggio quali libri di testo saranno utilizzati l’anno successivo (per lasciare il tempo alle case editrici di organizzarsi), ma fino all’anno scorso la circolare sui tetti di spesa arrivava a giugno (a adozioni avvenute).
Le alternative per non superare il tetto sono: non adottare alcuni libri, e amen. I ragazzi potrebbero prendere appunti, ad esempio (chi ce la fa. E chi no?). Oppure: cambiare libro (e casa editrice e autori) acquistandone uno che costa meno, ma, attenzione di nuovo, questo non è permesso.
Adesso, se verrò messa nella lista dei cattivi soggetti per aver superato il tetto di spesa, almeno saprete perché.

Oggi

Mentivo sapendo di mentire

(a proposito dei miei otto giorni otto di lontananza dalla scuola…)
Queste, qui di fianco, sono le mie vacanze di Pasqua.
Verbi (solo il modo indicativo).
Educazione civica (controllo quaderni e relazioni).
Storia (verifica su Islam e Carlo Magno, e guai a chi mi dice che sono indietro col programma).
Non si vedono le descrizioni (sono sotto) e i quaderni di geofraghìa.
E dunque, altro che ozio! Altro che le lunghissime vacanze pasquali! Spero vi sollevi il fatto che, mentre voi arrancavate intorno ai doveri lavorativi quotidiani, io galleggiavo tra un “io creddi”, un “essi creddero” e un “essi bevebbérono”. E mi facevo spazio tra: un Maometto che fondò l’Arabia, terza religione politeista dopo quella di Maometto e quella dell’Arabia; i Carolingi che volevano la rinascita di Pipino il Breve; e un Carlo Magno, la cui reggia sorge ai Codici, con il centro di studi letterari detto La Mecca. Per fortuna mi hanno salvato le leggi che fanno i poliziotti. Invece essere liberi significa pensare per sé, prendere quello che si vuole, non andare mai a casa, e uscire sempre.
Sic.
E sigh.