Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: maggio 2007

Per Elisa (*)

Lei, invece, mi aspetta in classe. Se sapesse cos’è, direbbe che mi aspetta al varco.
Mi lascia avvicinare. Mi lascia deporre borsa, borsetta, registro, libri. Mi lascia rispondere a quella di prima. Quando io sono a posto, e alzo gli occhi per dire di prendere geografia…
“Profff…” mi fa con voce flebile.
“Sì?, cosa c’è?”
“Facciamo ftoria o italiano?”
“Senti, Giulietta, cosa ho appena detto?”
Si morde il labbro. Balbetta un po’:
“Mmmm… di… di prendere… di prendere geografffia?”
“Brava. Allora cosa facciamo adesso?”
“Geograffffia .” Sorride.
Così comincio.
“Prendete pagina 58”
“Proffff…”
Mi giro a guardarla. Riesco a sorridere.
“Cosa c’è?”
“Non ho il libro.”
“E come mai non hai il libro?”
“Perché è nell’armadio.”
“E perché non lo prendi dall’armadio?”
“Proffff…”
“Eh…”
“Poffo prendere il libro dall’armadio?”
La guardo. Si alza e zampetta attraverso l’aula, apre l’armadio, prende il libro, zampetta, torna a sedersi.
“Giulietta, perché non apri il libro?”
Fì, fffì, fffì, proffff, adeffo lo apro”
Apre il libro. Io apro la bocca, lei è lì di fianco alla cattedra con un foglio.
“Che c’è?”
“Niente.”
“Allora vai al posto? che cominciamo?”
“No perché io dovevo dare quefto foglio alla profff di matematica, e la profff di matematica non c’è.”
“E allora che si fa?”
“Proffff… glielo do domani!” Ecco, brava. Zampetta e si risiede.
Interrogo sulle coltivazioni del Mediterraneo. Alza la mano. Posso ignorarla? Non posso.
“Dimmi, allora, quali sono le coltivazioni del Mediterraneo?”
Lei, sicura: “Gli artigiani”
“Aspetta. Ho chiesto le coltivazioni. Sai cosa sono le coltivazioni?”
Sguardo roteante al soffitto. Poi: “Mmmm… I femi..”
Quasi ci siamo. “E poi?”
“Le piante”
“E gli artigiani, sai cosa sono?”
Fì..”
“Cosa?”
“Fffanno gli oggetti.”
Bene!, ma “E cosa c’entrano con le coltivazioni?”
“Fffanno gli oggetti per le coltivazioni”
Ah, beh, sì, considerati da questo punto di vista…
“Per esempio?”
“Il martello”
“Il martello???”
Si accorge che qualcosa non va, nel martello.
“No, no, profff… Il trattore”
Il trattore? Gli artigiani?
“Senti, sai chi fa il trattore?”
Fì. Il garage”
Oddio. Andiamo avanti. Altri oggetti degli artigiani? Che c’entrino con le coltivazioni?
“Quella cofa ftorta.” Gesto ampio con la mano. Bon.
Molliamo il trattore, prendiamo la falce. Ma le coltivazioni?
“Io ho una pianta di rofmarino, in cortile”
Brava, portamela domani.

 

Così parliamo della macchia mediterranea.
(*)questo è per l’Elisa del commento a un altro post, che chiedeva se questa è la realtà

o uno schetch di Zelig.

Lo dice la parola stessa

Non so se avete mai letto (o scritto) dei nonsense. I nonsense sono dei brevi testi in rima e, come dice la parola inglese ‘nonsense’, sono privi di senso logico. Si presentano con caratteristiche fisse: il primo verso serve a presentare il personaggio e a inserirlo in un luogo o situazione (C’era di tecnica un professore), il secondo verso chiarisce l’azione o indica una qualità (non gli piaceva molto l’odore); il terzo spiega la qualità o l’azione (che si sentiva dentro la classe), il quarto conclude (quando le nuvole erano basse); il quinto si ricollega al primo attribuendo al protagonista una nuova qualità (quel tecnico nasuto professore).
Sono divertenti da proporre in classe, e intanto si imparano rime, ritmi, eccetera.
Ieri abbiamo concluso il laboratorio pomeridiano proprio con i nonsense.
Ecco quello di Giulietta (se nonsense deve essere, nonsense sia):
Lo spazzino spazza, spazza.
Lo spazzino pulisce, pulisce.
Lo spazzino lavora, lavora
Alla fine lo spazzino non c’è
La faceva più
Allora è andato a casa.

Perché la mia Pazienza a volte è Santa

Arrivo dalle scale e la vedo ferma sulla porta.
Mi aspetta.
Per entrare devo chiedere permesso, lei si sposta un tantino, mi fa passare, mi segue, ce l’ho dietro le spalle, la sento, il suo fiato sul collo, l’odore delle ascelle sotto il naso, arrivo alla cattedra, mi giro e Lei É Lì. Mi deve chiedere qualcosa: vuole uscire, fare pipì, andare a prendere il fazzoletto, cercare un libro, frugare nel giubbotto, sapere se è brava, sapere se ‘adesso’ va bene, se è migliorata, se non disturba più come prima.
Sì, le prime volte la ascoltavo. Adesso mi giro, chiudo gli occhi e le dico:
“Vai al posto”
“Ma io”
“Vai al posto, un attimo”
“Ma io devo solo”
“Lasciami sedere”
“Devo solo chiedere”
”Tra un attimo, fammi firm…”
“Devo solo chiedere se vado bene”
Respiro. Sospiro. Chiedo silenzio al resto della classe. La guardo.
“Vai bene in cosa?”
“A scuola. Vado bene? Sono migliorata?”
“Che cosa hai preso nella verifica?”
“Non sufficiente”
“E prima che cosa avevi preso?”
“Buono”
“Allora, dimmi, ti sembra di essere migliorata?”
Mi guarda sorridente e interrogativa:
“No, eh?”
“No.”
“Allora resto bocciata?”
“Si dice: ‘sarò bocciata’, non ‘resto’ bocciata”
La bocca le si gira all’ingiù:
“Resto bocciata?”
“Non ho detto questo. Ho detto che si dice ‘sono bocciata’”
“Capito -, sorride, poi si fa triste: – ma allora resto bocciata?”
Aaaarggh.
“Vedremo. Adesso vai al posto”
Sorrisone.
“Sì, prof.”
Comincio a firmare il registro. Vedo un’ombra. Alzo lo sguardo. È ancora lei.
"Prof…"
“Che cosa c’è adesso?”

“La prof di matematica girava tra i banchi.”
La guardo. Mi guarda. Mi rassegno. Chiedo:
“E allora?”
“Ha detto che”
Mi guarda. La guardo.
“Ha detto cosa?”
“Eeehh… – sussurra: – ha detto che c’era puzza”
La guardo. Rispondo:
“Si vede che c’era puzza.”
“Ah.”
“Oh. Vai al posto, adesso?”
“Prima posso andare a prendere il fazzoletto?”

“Vai”
Mi guarda. Vedo, dietro i suoi occhi, l’unica equazione che riesce a fare: “mi manda a prendere il fazzoletto” = “sono brava a scuola”.
Ma non è sicura.
Allora me lo chiede.
Me lo chiede stringendo tra le mani un fazzolettino cincischiato. Quello che dovrebbe andar fuori a prendere. Cincischia e chiede:
“Allora sono brava, prof?”
“Se non te ne vai subito ti tiro il vocabolario in testa.”
Sgrana gli occhioni, fa un saltino, fa una bella, grande “O” con la bocca, copre la bocca con la mano, poi si riprende e ridacchia con l’aria di ah!, a me non la si fa e dice:
“Naaa… prof, scherza… Vero che scherza?”
“Ah, non lo so, tu mettimi alla prova”
Ride, cincischia.
“No, no – ride – vado, vado…”
“Ecco, brava, vai”
Scodinzola mentre si allontana verso il banco:

“Ah… Allora sono brava, eh, prof? Posso andare a bere?”

Sotto il sole giaguaro

La nostra è una scuola relativamente nuova, al passo con la 626, ben costruita.
Ben costruita in due tempi. Così che il primo tempo ha qualche difetto: gelido se fa freddo, bollente se fa caldo. Soprattutto se si è rivolti est, sud-est, se non si ha nulla davanti e se si è al secondo piano, sotto un tetto piatto di cemento. Questo per dire che capisco. Anche se io personalmente non soffro il caldo, ho ascendenze da lucertola muraiola e attendo ogni mattina che il carro del Sole sorga glorioso dall’Oceano. Capisco.
Fino a un certo punto.
Il punto arriva a un centimetro sotto l’ombelico, un centimetro sopra l’inizio ufficiale del sedere, quattro dita sotto la fine ufficiale del collo e tre dita dalla fine ufficiale delle braccia.
Trovo insomma che, a scuola, una maglietta che copra le spalle, il culone, la pancia e il cosiddetto davanzale, non sia per nulla anacronistica, nemmeno a fine maggio, trentadue gradi. Trovo che far prendere aria (aria? quale aria? dov’è l’aria?) al buco della pancia, a tre quarti del petto, e al fondo schiena molto fondo, non migliori comunque la sensazione di calore e boccheggiamento cui, peraltro, nessuna delle donzelle sembra particolarmente soggetta. Cioè, queste vanno in giro così anche il venti dicembre, per dire. Mai che gli venga uno scagotto, tra l’altro. A me, fino in quinta elementare mi mettevano le mutande di lana, per evitare ‘sti problemi.
Ma torniamo a bomba. Cioè, alle bombe ormonali che scoppiano nelle classi e nei corridoi in sequenza impressionante (bum, prima C, badabùm, terza D, bum, bum, seconda A), mentre le nostre adolescenti (ci dicono) percepiscono in modo drammatico (bum, terza B) i cambiamenti del loro corpo (bam! bam! bam! passa la Giusi di seconda D), cessano di essere armoniose, rivelano incertezze, pudori e mancanza di coordinazione. Ma va’???
Io le vedo passeggiare durante l’intervallo (bum, bum, bem, badabem bum bum!) come se fossero sulla passerella di Armani. Ma vestite da Idroscalo il quindici d’agosto.
Mentre girate tra i banchi a correggere gli esercizi, vi accorgete che Gigio, per non perdere il pennarello nuovo, sta meditando di infilarlo tra le due chiappe della compagna davanti, che sembrano messe lì apposta. Per distrarlo, chiedete a Gigio di contare piuttosto i rotolini di ciccia che debordano dalla pancia della compagna di fianco. Dice che preferisce le tette di quella dietro.
Le vede bene, dice, e tanto, dice, fino a due ci arriva, a contare.

Grazie

Ogni tanto piantar lì tutto, andare da qualche parte, magari in una stradina di campagna calda, sole a picco e polvere, dimenticarsi di quello che si è, o che si deve, per qualche ora.
Stare, semplicemente, bene. E saperlo.

D'in su la vetta

Ha chiesto il trasferimento.
Ha gomiti aguzzi e zigomi taglienti: dovesse rimanere in questa scuola, per il nervoso si mangerebbe anche quel poco di ciccia che ancora si porta dietro; spinge il naso al cielo e allarga le narici per disapprovare il vostro comportamento: perché voi, si sa, sbagliate a perdonare, a rimproverare, a spiegare, a non spiegare, a esserci, a non esserci, e persino a compilare il modulo per le ferie (vostre, mica le sue, eh, ché qui avrebbe pure ragione).
Durante i collegi docenti fa due cose: o parla con la vicina di sedia per tre ore, o parla a tutto il pubblico presente. Se decide di parlare al pubblico, o usa la frase: “io-so-nou-na-po-ve-rai-gno-ran-te, ma secondo me l’assoggettamento ad una medesima Herrschaft in tutti i suoi aspetti mi induce a votare no”, o utilizza: “io-non-ci-ca-pi-sco-mai-nien-te ma il pensiero di Nelson, peraltro giudicato assai ricco e stimolante, mi porta a votare sì”. Se alcuni colleghi replicano, o si risiede spalmandoli della più evidente e sprezzante indifferenza, o si arrabbia ed estrae dalla borsa un passato di attrice mancata: si alza, dall’ultima fila, brandisce una penna a braccio teso, allarga le narici, scuote qui e là i gomiti e strilla come un albatro urlatore. Quest’ultima cosa la fa anche in classe. Qualche volta in corridoio. Quando si chiude in presidenza, invece, convenientemente bisbiglia: che non vuole rimanere nella sezione A perché i colleghi, che non vuole passare nella sezione B perché l’orario, che non si sente di condurre il laboratorio nella C perché gli alunni, che ha bisogno di un permesso perché la salute. Di solito, alla lettera G si ferma (non per la lettera, per la sfumatura di colore viola intravista sul viso del nostro Dirigente).
Se decide di parlarvi, per prima cosa vi informa sulla sua età. Rispondete: manonlidimostriaf-fat-to! Di solito, però, parla raramente con i comuni mortali: non legge romanzi (obbrobbbbbrio), ma soltanto saggi, meglio se filosofici; non accompagna gli alunni in gita, ma compie un sacro sacrificio; non discute di moda, ma di anomalia paradigmatica; non insegna matematica, ma si chiede se i numeri esistano veramente come enti dotati di essere; non fa il laboratorio di scienze, perché è al di sopra di certe piccolezze.
Ha spiegato, una tantum, che Lei si trova in cima a una scala e noi/voi tutti in fondo. Scende da lì solo a spedire essemmesse ai suoi alunni. Di terza media. Durante gli esami. Caso mai saltasse fuori che non conoscono il teorema di Pitagora.

Interdisciplinare: storia – geografia

Il Mediterraneo si espande in tutta la penisola balneare. Il Mediterraneo ha un campo di raccolta e di frumento. Il frumento è come il mais, riso, grano, e orzo. Il raccolto sono pomodori, insalata, fagioli, zucchine, ecc, e agrumi come arance, limoni, chiui, papaia e l’ananas. Il mediterraneo oggi è molto vasto perché comprende tutti i mari e tutta l’Europa, comprende l’Asia e l’Africa, ma l’Asia e l’Africa essendo paesi poveri il mediterraneo non diede così tanto come all’Europa, perché l’Europa è la più ricca e la più estesa del mondo.
Il Mediterraneo è salato mentre in piscina non lo è e perché? Vi spiego.
Il Mediterraneo è mediterraneo mentre la piscina prendono la sua acqua e la puliscono dal sale, cioè tolgono il sale e lo mettono in piscina.
Il Mediterraneo in passato era normale.

Oggi il Mediterraneo è ancora un ponte eccetera, ma oggi c’è anche lo scambio di persone, quindi quando c’è una mescolanza, non si capisce niente e ci si rifiuta. Quando gli italiani erano messi alla prova loro non erano venuti bene. L’Europa intorno al Mediterraneo era diventata un castello e di nome faceva Shenghen, cioè era stata immigrata. I paesi dell’Unione Europea era la più sociale partner dell’Europa.

Chi c'è c'è. Chi non c'è, sappia.

Le pagelle non si chiamano più “pagelle”. Sono le schede di valutazione. Sono piegate in quattro, più piccole di un formato A3 se sono aperte, e più piccole di un A4 se sono chiuse. Questo per facilitare la stampa al computer.
Nelle due pagine centrali ci sono le materie. Qui si può mettere da non sufficiente a ottimo. Non sono voti, sono giu-di-zi. Non si possono usare giudizi intermedi (niente: “tra il sufficiente più e il buono meno”, “tra più che distinto e quasi ottimo”). O così, o cosà. Come ho già detto, non si può usare “insufficiente”, per via della psicologia fragile dei virgulti.
In quarta pagina va un altro giudizio. Per distinguerlo da quelli interni, lo chiameremo giudizio globale. Si chiama globale perché prende in considerazione tutto il vissuto dell’alunno, la dimensione affettiva o  socializzante o relazionale, quella didattica o metodologica, quella cognitiva, e la maturazione personale. Ho proposto l’inserimento del percentile di crescita del cranio, ma dice che non c’entra (secondo me, sì).
Di solito (ma non è detto, c’è autonomia) è un giudizio discorsivo. Per risparmiare tempo, a volte si usano degli schemi precotti: metti le crocette al punto giusto e poi ricopia, pliiiiz.
L’alunno si è mostrato a) sempre responsabile, b) quasi sempre responsabile, c) abbastanza responsabile, d) non sempre responsabile, e) più responsabile, f) meno responsabile, g) poco responsabile (crocetta sulla definizione preferita).
Segue: ha mantenuto un comportamento a) corretto, b) abbastanza corretto, c) più corretto, d) non sempre corretto, e) poco corretto, eccetera eccetera, crocetta su.
Crocettare, mescolare, ricopiare sulla pagel…scheda di valutazione.
Per ventotto, ventinove volte.
Il vomito.
Così, quest’anno, i giudizi li faccio io. Senza griglie. Ad personam. Autonomia.
Guardo Pippo e scrivo: “L’alunno è un caro ragazzo, e possiede un notevole paio di padiglioni auricolari, che non ha però utilizzato in maniera adeguata, preferendo utilizzare il banco come cuscino personale. Consigliamo un impiego immediato come collaudatore di una fabbrica di materassi”.
Mi concentro su Giulia e mi viene: “L’alunna è molto bella e gioiosa, ma pur mostrando notevoli affinità con la specie delle Anser fabalis (volgarmente dette Oche granaiole), ha rivelato una capacità di rappresentazione topografica dei luoghi e di conteggio aritmetico di gran lunga inferiore alla nocciolaia di Clark, per cui il Consiglio di Classe decide di non ecc.”
Esamino Ciccio e osservo: “Vostro figlio ha dimostrato di possedere un sistema nervoso pari a quello di un gasteropode  come l’Aplysia. Tenuto conto che, a un veloce conteggio, gli mancano dieci miliardi, novecentonovantanove milioni, novecentottantamila neuroni, riteniamo più conveniente una ripetenza”.

I miei colleghi non hanno approvato. Dicono che il Tar e compagnia bella.

Dannunziana

È maggio, andiamo, tempo è di giudicare.
Ora in aula insegnanti i professori
Siglan registri e vanno a scrutinare:
lascian l’alunno stupido e selvaggio,
sopportato fin qui con gran coraggio.
 
Bevon profondamente a quella fonte
che nel cervello e in cuore a loro dia
un poco di pazienza e carità,
e un poco illuda, in questa lunga via,
la loro gran professionalità.
 
E vanno lungo il noto corridoio,
quasi fosse un crudel fiume silente,
verso la foce: l’aula e il tavolone,
su cui consumeranno il pomeriggio
tra griglie, voti, carte e coccolone.
 
Ora nell’aula si discute piano
se Ciccio è scemo, Pippo tonto, e Giulia
non ha ancora imparato a compitare
perché non sente, non capisce, non ne ha voglia.
Fuori c’è il sole, il vento, e i rossi fiori.
 
Ah, perché sono anch’io tra i professori?

In che modo la grandiosa sintesi hegeliana ha fatto storia?

Non lo so, ma i post troppo lunghi (come quello lì sotto sul knitting) non mi piacciono. E visto che questo template non permette di spezzare i brani, oggi ci do un taglio io e mi limito a una frase che Antonio Gramsci scriveva a sua  madre, nel 1930, quinto anno di prigionia, sette anni prima della morte:

Si diventa vecchi quando si comincia a temere la morte e quando si prova dispiacere a vedere gli altri fare ciò che noi non possiamo più fare.