Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: giugno 2007

Un anno vissuto pericolosamente (9)

un giovedì, durante i pre-scrutini, LaToto si dichiarò del tutto e completamente d’accordo sulla ripetenza degli alunni Lulai e Stano (“Dobbiamo dare dei paletti a questi ragazzi! Far loro capire l’importanza della scuola e dello studio!”). Immediatamente dopo, LaToto si alzò, fece un giretto per sgranchirsi le gambe, sbirciò da sopra le spalle dei colleghi, e scoprì che essi avevano giudicato i due per nulla sufficienti (ma guarda un po’!). strabuzzò gli occhi, incamerò l’idea che, se vuoi bocciare qualcuno, è perché è insufficiente, e, un po’ affannata, tornò al suo posto. Decise, seduta stante, che non avrebbe potuto gratificare Tato e Tatino con i previsti “buono” e “distinto”. Velocemente, con abile mossa di gomma e raschietto,trasformò i suddetti voti in ‘semplici’ sufficienze, senz’altro meno appariscenti. Il professor Giadosi, che attendeva la fatidica frase “Mi sono permessa di…”, quando vide superato il pericolo, rimise via la scatola del digestivo Antonetto;
il venerdì penultimo giorno di scuola, sulla lavagna della classe seconda, apparve un avviso: il 25 agosto, in piena estate, gli alunni si sarebbero ritrovati in stazione per partire alla volta di un famosissimo incontro para-confessionale che si svolge annualmente in una amena località della riviera romagnola; partenza ore 8 e trenta, accompagnatrice la professoressa Toto. Nell’ora successiva, un’alunna chiese timidamente alla professoressa Maloni, che sogguardava esterrefatta tale comunicazione, se la partecipazione fosse obbligatoria. Un altro alunno, invece, disse alla professoressa Maloni di essere contento che ci fosse anche lei a partecipare alla spedizione. La professoressa Maloni disse “Ah, sì?” e fu felice di sapere che una delle sue preziose giornate di ferie era già stata così brillantemente occupata. E a sua insaputa. Meno male che c’erano gli alunni a tenerla informata;
il sabato
(gran
finale):
 
 (continua la prossima volta…)

Iena acidulens

Piccola, rotondetta, struccata, vestita alla moda, ma solo con pantaloni elasticizzati.. Capello rossiccio (mah…), occhio di lince, bocca a culo di gallina, animo di iena.
Ridens.
Sorride e spiega che il collega di musica è un infingardo deficiente (sì, va be’, c’ha ragione, ma perché lo dice a tout le monde?); sorride, stiracchia le labbra e racconta che il Dirigente Scolastico è un incapace (mica vero, credete, e visto che il mio Preside non sa che esiste questo blog, anzi, non sa nemmeno che cosa è un blog, e qui non leggerà mai, potete credermi); fa brillare un incisivo e ammette che senza di lei la classe andrebbe a catafascio (gli altri sette colleghi contano una beata mazza); ti ferma sulle scale, ti inchioda in un angolo del pianerottolo del primo piano, ti punta contro un indice lievemente deformato dall’artrite, che fa ancora più impressione, sorride e ti mette in guardia sulla prof del secondo piano, che sparla di tutti, quella là. La guardi e annuisci, temi l’azzannamento, si vede brillare l’incisivo.
Insegna lettere, ma è laureata in dietrologia: si mette dietro, ultima fila, ai Collegi docenti e, il giorno dopo, o un mese dopo, qualunque cosa succeda, dice: ‘l’avevo detto, io, al collegio docenti’. Ha adottato senza guardarlo un libro di geografia che incita al vomito, perché si fidava della collega (proprio quella del secondo piano). Ora che tutti ci hanno vomitato sopra, sorride e dice che lei l’aveva detto, lei, che non era da adottare.
Finita la scuola, in una pausa dei suoi esami, si avvicina a un gruppo di colleghe in commissione, che lavorano (giuro) un po’ strafumente sulle nuove classi, e dice all’aria e a tutte che non sa perchè quel deficiente del Preside le ha messo una riunione coi genitori al pomeriggio che lei la mattina ha gli esami. Una collega (io, vabbè) alza gli occhi da un elenco e spiega: ti ha messo la riunione al pomeriggio perché la mattina hai gli esami. Lei mi guarda fisso, zitta zitta, mi guarda e cerca di capire se azzannarmi o no, poi stringe la bocca a culo di ecc., annuisce gravemente, e fa: sì, ma io non riesco a capire perchè quel deficiente del Preside ha messo una riunione coi genitori al pomeriggio che… ecc. Adesso, dice, glielo vado a dire. Una collega (di nuovo io, vabbè, avevo compassione) spiega: meglio di no, è una cosa che hai votato anche tu in collegio docenti. Mi guarda fisso, zitta zitta, stringe ecc., mi guarda, cerca di capire, forse capisce, annuisce, mi guarda, ha capito, non andrà dal Preside, però, dice, non riesce a capire perché le ha messo la riunione al pomeriggio.
Non le piace il Preside (il regalino di Natale depositato nascostamente in un angolo della Presidenza è stato un caso, già), la scuola (abita a quaranta chilometri, non chiede il trasferimento da quarant’anni), i colleghi della sua sezione, la sezione.
Poteva andare in pensione ieri. Ha chiesto di rimanere. Ha annunciato in Sala Professori che sarebbe rimasta altri due, tre anni, e se nel frattempo avessero peggiorato la situazione pensioni, potevamo chiamarla deficiente.

Ecco, appunto.

Un anno vissuto pericolosamente (8)

 un giovedì, durante un’ora di matematica, nella classe seconda, la professoressa Maloni chiese alla professoressa Toto cinque minuti di tempo:  doveva ritirare le relazioni di geografia che erano state assegnate un mese prima per compito. Il 70% degli alunni non aveva svolto quanto richiesto e non consegnò nessuna relazione, nessun foglio, nessun appunto, nemmeno uno schiribizzo. Niente. Mentre la professoressa Maloni singhiozzava, le venne subito in aiuto LaToto, dichiarando che “Mi sono permessa di dire ai ragazzi che le relazioni di geografia non erano importanti”;
 un venerdì fu proclamato lo sciopero nazionale per il venerdì successivo; LaToto alzò si-gni-fi-ca-ti-va-men-te le sopracciglia e comunicò che lei, correttamente, non poteva annunciare prima se avrebbe aderito o meno allo sciopero. Aggiunse poi, casualmente, che lei, quel giorno, avrebbe tenuto una interessssssantissima lezione di scienze. Gli alunni, che ormai avevano capito da che parte tirava il vento (meglio di Cristoforo Colombo), chiesero allora alla Toto se, invece, la professoressa Maloni avrebbe scioperato. LaToto rispose che non lo sapeva. Forse, se l’avesse saputo, si sarebbe permessa di dirlo? In ogni modo, aggiunse che, per non subire i disagi a causa dei cattivoni che forse avrebbero fatto sciopero, i poveri Tati potevano scrivere sul diario la richiesta di uscire da scuola in anticipo, quel venerdì. Così, se la professoressa Maloni ci fosse stata, il diario sarebbe rimasto ben nascosto, e amen. Se non ci fosse stata, brutta cattivona scioperante, loro, voilà, avrebbero tirato fuori il diario e sarebbero potuti andare tranquilli e felici a casa. Il professor Giadosi, venuto a conoscenza del fatto, spiegò con voce calma e pacata alla Toto che si trattava di grave violazione dei diritti sindacali. LaToto dichiarò di essere stata brutalmente aggredita da Giadosi e di essere stata limitata nella sua libertà di insegnamento (nell’illustrazione che ci accompagna da un po’, come avrete ormai capito, si illustra LaToto brutalmente assalita da Giadosi);
un martedì LaToto spiegò in aula che uno dei loro compagni, Abbassi, a fine anno sarebbe stato giudicato con particolare clemenza in quanto portatore (per il momento ancora sano) di una vita disgraziata che lo aveva portato ad essere picchiato, vessato, segnato; l’alunno Umbri, durante l’uscita dalla scuola, spiegò alla professoressa Tirardi i fatti della vita (di Abbassi) e le ingiunse di non sgridarlo più, in quanto portatore sano ecc. ecc. La professoressa Tirardi chiese come mai l’alunno Umbri sapesse di questi fatti privati del compagno e lui riferì la conversazione con LaToto. La professoressa Tirardi ebbe uno s-ciopòne, inciampò, rotolò dalle scale e si rialzò con fatica, mentre Umbri, commosso e colpito, la rassicurava dicendole che ben pochi dei compagni avevano sentito tali particolari privati, dato il rumoreggiare tipico della classe durante le ore di matematica;

 
(non è ancora finita, no)

Un anno vissuto pericolosamente (7)

un martedì, durante un Consiglio, si discuteva sulle sorti di un’alunna particolarmente in bilico tra l’ignoranza assoluta e quella relativa (al resto della classe). LaToto dichiarò che si era permessa di dire alla famiglia che sarebbe stata sicuramente promossa. Il professor Giadosi chiese un digestivo Antonetto e poi le spiegò, con voce calma e pacata, che certe cose non si dicono. Tanto più se non sono vere. Tanto più se non sono possibili. LaToto dichiarò di essere stata aggredita dal professore Giadosi e di essere stata attaccata nella sua libertà di insegnamento;
un sabato mattina, la professoressa Romeo, arrivata in anticipo, scopri che tre alunni se ne stavano in corridoio (durante l’ora di matematica) a giocare a pallone. Il pallone fu ritirato e la professoressa Romeo decise di sanzionare il fatto con una nota sul registro, senza osare chiedere alla Toto come mai, nella sua ora, aveva tre alunni in corridoio che giocavano a pallone. In compenso, scoprì che LaToto aveva appena messo sullo stesso medesimo registro una nota con la quale si complimentava per l’attenzione e la serietà dimostrata dalla classe in quella stessa medesima ora;
nello stesso sabato, la professoressa Tirardi di inglese fece notare alla Toto che non le sembrava il caso di mettere una nota di merito a una classe che stava gridando come un’ossessa, che lanciava oggetti fuori dalla finestra, e che non aveva ancora dato segni di incivilimento. LaToto dichiarò di essere stata aggredita dalla professoressa Tirardi e di essere stata attaccata nella sua libertà di insegnamento.
un venerdì, la classe seconda andò in gita in una amena isola del mar Ligure, per una amena scarpinata naturalistica, accompagnata dalla amena professoressa Maloni e, sì, dalla Toto. Onde evitare, era stato concordato tra gli insegnanti e comunicato per iscritto ai genitori che non sarebbe stato consono, possibile, e adatto, fare il bagno in mare. Arrivati sull’isola, si scoprì che gli alunni avevano tutti indossato, sotto i vestiti, il costume da bagno. E che lo aveva anche LaToto. “Mi sono permessa di dire che potevano mettere il costume”, disse. “Ma si era deciso che non era permesso il bagno”, replicò attonita la professoressa Maloni. “Ah, ma io non ho detto che potevano fare il bagno, solo che potevano mettere il costume da bagno”, continuò LaToto, aprendo interessanti risvolti sulle possibilità d’uso di un costume da bagno che viene messo quando fare il bagno è proibito;
(continua, continua, non è mica finita)

Ore (stra)ordinarie

Cominciate a pensare a una persona che entra in una scuola a sei anni e ci rimane per altri trenta o quaranta o cinquanta. Me, per esempio. Che caregrazia se ci rimarrò per altri cinquanta soltanto, mi sa che con questi chiari di luna mi toccherà andare oltre.
Non sono sola, però.
Insieme a me, una Gens a parte che si abitua, si crea, si illustra, si ritaglia un mondo che somiglia a una setta carbonara.
Prendete il tempo, ad esempio.
Quando si parla di anno, Noi lo si misura da settembre a giugno. Non siamo Aztechi, eppure.
Questo crea confusione, ovvio, tra le persone ‘normali’.
Tu dici a fine anno, loro ripensano a neve e sciarpe di lana, e tu fai vedere il costumino (o il costumone) che ti sei appena acquistata per la spiaggia. Tu dici l’anno prossimo, loro vedono ghiaccio e neve e mortaretti, e tu intendi colori ramati, sole tiepido, ultime passeggiate.
Le ore, per te, vanno dalle otto e un quarto in poi. E durano teoricamente un’ora anche in quelle scuole dove (vigliacchi) le ore durano cinquanta minuti. Così, se il vostro fidanzato vi dà appuntamento tra un’ora, potete trovarvi a incontrare un professore infuriato che vi aspetta già da un quarto d’ora perché per lui l’ora è finita cinque, dieci o quindici minuti prima dell’ora che credevate voi. Chiaro, no?
Viceversa, siccome è fastidioso dare appuntamenti ai quarti d’ora, Noi settari ci abituiamo ad accorciare e sottintendere. Se la seconda ora va dalle 9.15 alle 10.15, per Noi va dalle nove alle dieci. Chiaro? Poi il nostro cervello, di default, aggiunge il quarto d’ora mancante. Quello degli altri, ovviamente, non aggiunge un tubo. Fatevi venire a prendere a scuola alle nove. E poi lasciatelo lì ad aspettare fino alle nove e un quarto, più cinque minuti per mettere via registro e libri, più cinque minuti per rispondere alla segretaria che vuole il foglio ferie, più cinque minuti per riportare il registro che, in realtà, vi eravate dimenticata di depositare. Il quarto d’ora accademico diventa mezz’oretta. Tragedia.
Ovviamente, la volta successiva, quando gli direte di venirvi a prendere alle undici, lui, furrrrbo, verrà alle undici e un quarto, dimenticando che a quell’ora c’è l’intervallo, e quindi voi avete detto alle undici intendendo le undici-e-un-quarto-meno-dieci-minuti di intervallo. Alle undici e sei minuti siete fuori e lui non c’è.
Quando arriva, con ben nove minuti di ritardo, fategliela pagare.
Il tempo non è un’opinione.

Un anno vissuto pericolosamente (6)

LaToto somigliava sempre di più ai componenti della mitica valanga azzurra, non fosse stato per la spada fiammeggiante che brandiva sopra la testa e che la somigliava, nella penombra, a San Giorgio (quello del drago). Nell’ordine, ecco cosa capitò:
un lunedì, lusingata dal sole quasi estivo, la classe prima chiese di poter fare una passeggiata nel pomeriggio; il Consiglio di Classe rifiutò, ritenendo (forse a torto) che fossero più importanti le lezioni di scienze e di musica e che il comportamento scalmanato tenuto fino a quel momento (con rara coerenza) dai ventinove alunni non avesse bisogno di esser premiato; LaToto approvò (“Dobbiamo dare dei paletti a questi ragazzi, far loro capire come ci si deve comportare”). Poi, lunedì pomeriggio, li portò fuori a fare la passeggiata richiesta;
un giovedì, un Consiglio di Classe straordinario  sospese un alunno che aveva fatto il tirassegno (con delle arance) sulle macchine che passavano al di là del muro; tutti d’accordo? Tutti d’accordo (“Dobbiamo dare dei paletti a questi ragazzi, far loro capire, eccetera”). Il lunedì successivo, parlando con la mamma del novello Guglielmo Tell, LaToto assicurò che la sospensione (decisa, firmata e comunicata) era stata sospesa, che il pargolo poteva continuare a frequentare impunemente scuola e mensa, che non si sarebbe fatto nulla. Ci volle poi del bello e del buono a far capire ai genitori che la scuola era come il Rischiatutto e la prima decisione era quella che contava. Di fronte a ciò, LaToto si dichiarò colpita nella sua libertà di insegnamento;
un sabato, alla fine di una serie di lezioni sul metodo di studio, la collega della Toto chiese agli alunni le relazioni finali, che dimostrassero la comprensione e l’applicazione di detto metodo (o di un altro metodo, bastava che qualcosa ci fosse). Metà della classe non consegnò nulla. LaToto affermò, coram populo, che non importava. Tutta la classe capì che avere un metodo di studio era una gran cagata;
(continua…)

comunicazione di servizio

Non potendo raggiungerli in altro modo, approfitto di questo spazio pubblico per informare Leon, Mario, e Saint Czyczewicz che, davvero, giuro, non mi interessa il migliore sito web con i migliori giochi per il Casinò, grazie lo stesso, rimaniamo amici, ma lasciatemi perdere. Grazie.

Un anno vissuto pericolosamente (5)

Seguitemi, perché ci sono spostamenti fisici (e morali): l’anno successivo, LaToto abbandonò definitivamente anche la sezione E per trasmigrare nella sezione D. Dunque si trovò a lavorare (lavorare è parola grossa, ma insomma) nella C e nella D. Vale la pena di sottolineare che ora entrambe le sezioni erano al primo piano. Entrambe più vicine alla Presidenza. Entrambe esigevano rigore e serietà e professionalità. Chi, con questo, prefigurasse una definitiva ricomposizione della personalità della Toto, perda ogni illusione.
Stretta nelle morse di due Consigli di Classe che chiamavano gli alunni con i loro nomi e cognomi, cominciò a chiamare “tata” e “tato” persino le bidelle e a carezzare commossa la testolina di un genitore (“Nani…!”) che, esterrefatto, attendeva il suo turno di udienza.
Memore della (presunta e passata) crudeltà dei colleghi, non lasciò loro spazio e tentò di cancellare ogni rischio di bocciatura: durante le sue ore, si susseguivano interrogazioni programmate, domande a piacere, valutazioni che tenevano conto
del vissuto personale,
delle difficoltà oggettive, soggettive, vocative, e, soprattutto, genitive!, e, infine,
delle mani alzate come segno sicuro di preparazione scientifica
(eppure bisognava pur dirglielo che le chiedevano di andare al gabinetto).
In poco tempo, fu chiaro anche agli estranei che le sue due classi erano permeate da nette e precise inclinazioni matematico-scientifiche. Tutti distinti e ottimi. Qualche buono, per i casi più evidenti di mutismo, assenteismo, deficientismo. Una volta, uno di loro portò a scuola un rospo, e glielo infilò nella borsa: quando lei lo vide, fece un salto sulla sedia, strillò in modo poco professionale, disse: “Tato, ma che bravo, hai fatto la ricerca di scienze, ti do ottimo in scienze” e Tato non ebbe cuore a disilluderla (anche perché l’ottimo gli faceva comodo, nella sua disastrata pagella).
Le cose si trascinarono così per un po’. Anzi, peggiorarono.

Un anno vissuto pericolosamente (4)

“Nani”, invece, era una ragazzina che, da tempo, aveva attuato una strategia degna di von Klausevitz o di Sun Tzu (conoscete? graaandi strateghi). Ascoltate: con opportune mosse e contromosse, da ormai tredici mesi e diciotto giorni riusciva ad evitare verifiche scritte e interrogazioni orali; giunta alla fine della terza media, i professori ignoravano se sapesse leggere, scrivere e far di conto. A dir la verità, il Consiglio di classe aveva tentato di fermarla, credendo ingenuamente che una bocciatura meritata le avrebbe mostrato che la sua zuozhan aveva fallito, dimostrandosi una conduzione perdente del conflitto tra lei e la scuola. Tuttavia, in questa occasione, LaToto aveva improvvisamente assunto un aspetto terrificante, e, in un accostamento da brivido, era passata dalle sembianze di professoressa di matematica a quelle di angelo vendicatore (con una sfumatura verdastra che ricordava terribilmente l’incredibile Hulk).
Ciò che usci dalla sua bocca è già stato raccontato con efficacia nell’Apocalisse.
In tale occasione e in tali vesti, LaToto sottolineò l’incompetenza, la cattiveria, la mal-va-gi-tà dell’intero Consiglio di classe (lei esclusa). Si fermò poi sulla necessità della cristiana carità, di empatia e materna comprensione, e sul vissuto di “nani”. Alla poverina, infatti, era stata negata la visione di “Dawson Creek”, di “Amici” e di “Uomini e donne”,  e non aveva potuto tingersi i capelli di viola in occasione del suo dodicesimo compleanno. Questo per il passato. Perché LaToto si dilungò anche sul suo (di “nani”) presente difficile, sulle imponderabili ma indubbie capacità strategiche dimostrate nell’evitare il confronto, e, soprattutto, sul fatto che per ben due volte in tre anni, “nani” aveva alzato la mano durante l’interrogazione di scienze di un compagno: segno evidente che anche nella sua povera, deserta testolina aveva attecchito qualche seme della vera conoscenza.
Nessuno osò disilludere, quella volta, LaToto.
Nessuno osò spiegarle che, con le due alzate di mani, la “nani” in questione voleva soltanto chiedere di andare al gabinetto perché il professore dell’ora prima aveva (crudele) negato il permesso. Nessuno chiarì, dunque.
E, spiace dirlo, il Consiglio di Classe si piegò alle fumiganti parole della Toto.
Promosse. E segnò così l’inizio della fine.
(continua domani, promesso)

Un anno vissuto pericolosamente (3)

Perché LaToto (parole sue) imparò, nella sua nuova veste di insegnante del primo piano, quel necessario rigore, quell’autorità che, disse, le erano fino ad allora mancate come professoressa del secondo piano. Quanto poi tutto ciò potesse incidere sulla sua psiche, dualmente e duramente suddivisa in un alto e in un basso, in un “qui sì” e in un “qui no”, resta, per i non addetti ai lavori, campo di pure ipotesi
Quello che era giusto auspicare, comunque, era una armonica composizione della personalità, un adattamento organico al meglio, una evoluzione che segnasse un progresso. Anche se, a ben vedere, Darwin non disse che l’evoluzione deve per forza tendere al miglioramento, ma alla sopravvivenza: se per sopravvivere è meglio essere dei bruti senza cervello, saranno costoro che sopravvivranno, e non i geni musicali o chi scrive pagine destinate all’immortalità. E questo a monito di chi apostrofa come scimmioni maleducati le nuove leve adolescenziali: potrebbero essere i nostri futuri governanti (o lo sono già diventati?).
Comunque.
Mai auspici furono peggio riposti.
Gradatamente, ma decisamente, apparvero le prime (e poi le secondo, le terze e così via) incrinature: piccole, innocenti variazioni sul tema, all’inizio ben assorbite dal corpo insegnante che si trovò, per ventura, a dividere aula, alunni e Consigli di classe con LaToto.
In fondo, si trattava solo di intendersi e di condividere con lei un linguaggio specifico inter-trans-extra disciplinare.
Si trattava, ad esempio, di capire che, se qualcuno la sentiva dire:
 “Tato, di qui, Tato di là, Nani di su e Nani di giù”, la professoressa Toto non stava apostrofando due nuovi alunni.
Il “tato” in questione, infatti, era, volta per volta, Brian (pronuncia: braaaian), 120 chili di peso e la tendenza a farlo notare a chiunque passasse sulla sua strada durante l’intervallo; oppure Rodney (pronuncia raaadneeei) regolare nel peso ma preoccupante per lo sviluppo cerebrale, compromesso, pare, in epoche ormai nascoste dalla nebbia degli anni.
(continuerà, prima o poi)