Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: luglio 2007

Partenze sopra le nuvole

Non guardo la Tv. Così, ogni tanto, i figli mi aggiornano su quello che succede nel mondo. Il minore mi ha appena ora gentilmente informato che sono morti Ingra Esiman e Mariangelo Antonioli.

Lunga vita a loro, nell’aldilà, magari anche con i loro veri nomi.

 

 

 

 

Riciclaggio culturale

E va bene. L’ho fatto.
Ho deciso e l’ho fatto.
Invece del solito repulisti di fogli e foglietti e prove di prove e esempi di UdA e griglie di raccolta dati ed esempi di cartine mute e tentativi di strisce del tempo. Invece della raccolta a fine falò di semplici fogli di carta più o meno scritti o stampati (dall’una e dall’altra parte onde risparmiare carta, acqua ed energia). Invece di buttare le quintalate di fotocopie mai usate (con assurdo dispendio di acqua, carta ed energia), circolari mai lette, avvisi di concorsi mai fatti.
Invece, insomma, di semplici sparsi fogli e foglietti di carta, ho buttato libri interi.
Sono andata in cantina, ho frugato tra le doppie e triple file di scaffalature metalliche sull’orlo del ripiegamento interiore, ho spostato vecchie enciclopedie importantissime che nascondevano vecchi libri di testo di geografie ormai perdute nel passato, ho soppesato le prime, seconde, terze edizioni di libri di storia in costante evoluzione revisionistica, ho analizzato l’importanza di vecchi libri di fisica e matematica e inglese e latino per le scuole superiori, ho considerato l’utilità di guide per l’insegnante per il perseguimento degli obiettivi formativi mediante le modalità di apprendimento per ricezione, problem solving e cooperative learning, ho sfogliato quarantatrè esempi diversi di Portfolio delle competenze (la Moratti non ha mai precisato che cosa fosse, quindi si è andati alla spera-in-dio), ho valutato le indicazioni ministeriali che abolivano il portfolio delle competenze, ho scrutato le interiora di diciannove allegati ai testi di studio, con le schede da inserire nel Portfolio delle competenze che ora non esiste più, eccetera eccetera.
Poi mi sono fatta aiutare dalle giovani e muscolose braccia di una parte della prole, e ho riempito il bagagliaio della macchina, opportunamente aperto e svuotato, in modo che le pile di libri potessero accasciarsi in ogni angolo e arrampicarsi fino al vetro posteriore.
Ho controllato l’orario di apertura della discarica, ci sono arrivata senza inconvenienti, ho superato l’esame di abilitazione al discarico da parte dell’omone di guardia (chi è, da dove viene, che cosa fa nella vita, perché è qui, ha un documento), e ho cominciato. Dal bagagliaio alla scaletta metallica, fino in cima a un cassone enorme pieno di vecchi e larghi ed enormi cartoni di color marrone che avevano contenuto frigoriferi, armadi, robot da cucina, aspirapolvere dell’ultima generazione.
Qui, ho riversato parte della mia vita degli ultimi vent’anni.
Tra un mese mi accorgerò di aver buttato quella famosa antologia del 1967 con la particolarissima poesia che devo assolutamente usare l’anno prossimo e quel libro di storia del 1979 con il documento originale della conferenza di Bandung con relative domande guida che mi sarebbe stato utilissimo tra due anni e quel testo di didattica con l’attività sul pollice opponibile che… Sigh.

 

Accumulazione primaria

Andrebbe fatto ogni anno. Un bel repulisti.
Confesso che da due, tre anni, mi sono lasciata andare e ho soprasseduto.
Così, in questi giorni, c’è stata la resa dei conti: o loro o io.
Anzi, veramente, l’aut aut è stato ancora più, ehm, diciamo… ruvido, ma non è il caso di farne parola, visto che i miei familiari, a volte, perdono il senso delle proporzioni. Perché, dai, cosa vuoi che siano mai alcune quintalate di libri che arrivano in casa, regolari, ad ogni primavera?
Saggi per i signori docenti, copia omaggio per gli insegnanti, edizione fuori serie per i signori illustri professori. I primi anni, da supplente, agognavo copia omaggio. Entrava rappresentante di famosa casa editrice, con bellissimo libro di storia. Sorrideva, salutava con la sua lista in mano sventolante e chiedeva: “Lei è…?” Sorriso umile e risposta: “Io… veramente… sono supplente di…” Saracinesca sul sorriso, i piedi si alzano per non pestare la merda che si è posata occasionalmente in sala professori, superamento della supplente-cacca, e puntamento in direzione della prof. Colonna, che si vede subito essere insegnante seria, di ruolo, a tempo indeterminato, le faccio vedere questo bellissimo libro di storia appena uscito. La prof. Colonna annuisce, si interessa, chiede, ottiene il nuovo libro (corso completo, primo secondo terzo volume), e siccome si vede che è molto interessata ottiene anche la guida per gli insegnanti (programmazione già fatta, suggerimenti, laboratori), e anche l’edizione vecchia ché quella nuova è meglio ma in quella vecchia c’è il saggio del Tizio Caio Luminare. Ecco, prof, grazie, prof, vedrà che si troverà contenta, prof.
Eh, come no. A giugno, la povera supplente sistemerà negli scaffali della polverosa biblioteca di istituto i volumi nuovi di zecca che la prof. Colonna ha immediatamente cestinato, e del resto c’è da capirla: il volumetto di storia classe 1950 ha ancora il suo bel fascino, no?
Fatto sta che, segnata da questi pregresse frustrazioni, ora io accetto ogni volume, conservo e porto a casa. Leggo, affascinata dalle nuove frontiere della didattica e dalle vecchie cagate che ancora resistono. Accantono, perché non si sa mai che prima o poi la pagina 76 del secondo volume dell’antologia “Leggi, su, leggi” prima o poi mi verrà buono. Tengo lì, perché sono convinta che un giorno di novembre avrò bisogno proprio ed esattamente di quell’esercizio là, a pagina 233 della Grammatica “Metti ‘sti accenti, una buona volta!”. Non getto via niente, perché prima o poi mi servirà la cartina della produzione da gallina ovaiola selezionata allevata a terra in Lombardia.
Accumulo. Lievito. Porto in cantina. Doppia fila. Accatastamento angolare. Impilamento.

Annegamento.

i Bigliettini

Il guardaspalle.
Dopo quando usciamo mi aspetti e poi scappiamo subito fuori e cerchiamo la bici di Marchino.
No no no stupido gli prendiamo la sella e glila buttiamo X terra gli cambiamo le marce e poi lo pesti.
Ma bene, tu però non devi far avvicinare nessuno.
 
Tutto quello che non avete mai osato chiedere.
Ma io non lo amo! Però mi piace.
Sai che si fa fare i pom***i?
Eeeehh??
Il pom***o vuol dire che si fa ciucciare il c***o dalle altre ragazze, rimba.
Come fai ha saperlo che tutte le ragazze gli fanno quella cosa lì
 
Problemi di logica elementare.
Dircelo a Blenda di 2^G di andare a cagare.
Perché? Non mi scappa!!!
 
La punteggiatura è un’opinione.
Pippo
sono io oggi pomeriggio non torno a scuola vado da mia nonna a mangiare poi torno a casa mia ci vediamo alle cinque se vuoi poi appena torni chiamami e ci mettiamo d’accordo.
 
Prove tecniche di trasmissione.
Martina, io ti amo ti chiedo se tu mi ami? Che sciocco non mi sono presentato: Gigi Devils. Ho undici anni e la prima volta che ti ho visto mi sono innamorato subito di te. Rispondi.
 
Visto si stampi.
Ciaooo
Cara Martina io ti chiedo se un giorno, che sei libera, vieni in piazza e mi aspetti lì alle 5:00. che sciocco non mi sono presentato: Gigi Devils.
La prima volta, che ti ho vista mi sono innamorato di te, ho undici anni e sono italiano ma sono nato all’estero il 20 luglio però i miei genitori sono italiani.
Io ti sono sempre vicino, so anche che fai pallavolo e sei nella squadra, sei nata il 20 giugno io so tutto di te, so che sei, beh, eri in classe con: maschi Michael, Simone, Pietro, Mario, Roberto, Stefano, Stefano; femmine: Silvia, Silvia, Diana o Jessica, Sara, Gabriella, Chiara, Viviana, Giaqueline.
Quando mi scriverai anche tu posa il bigliettino sopra il calorifero e non dirlo a nessuno!! Ti amooo!!! Ok.
 
Questionario a risposta chiusa.
Ciao, Mariella, io sono un ragazzo di tredici anni e sono in terza media, mi chiamo Daniel, mi piaci molto e so che giochi a pallavolo e sei nella squadra, la prima volta, che ti ho visto ho capito, che eri la ragazza giusta per me!!
Ti invito oggi a mangiare una pizza alla Pizza Sprint, pago io puoi venire si ho no? Fai una crocetta sul quadratino.
 
Confessione reciproca.
Sono cotto!
E chi sarebbe? (però ho anch’io una che mi piace)
 
Perdono reciproco
Senti, Ahmed, oggi viene anche Dritti, anche se ti ha dato un cartone sul muso fa niente? intanto se tu sei musulmano i musulmani perdonano, va bene? Sì o no, fai una crocetta.
 
L’indifferente.
Ti devo fare una domanda difficile: perché mi eviti.
In che senso, scusa?
 
La tenerezza tenerezza è detta
Se tutte le stelle fossero come te avrei sempre il torcicollo.
 

Tecniche di ritiro dei Bigliettini

Le tecniche di ritiro dei bigliettini vaganti sono molteplici, e vanno adottate separatamente o tutte insieme a seconda della situazione.
Prima tecnica: tolleranza (consigliata): vedete girare bigliettini durante la spiegazione del congiuntivo esortativo e appena prima della fine della scuola; trattasi probabilmente di pizza o dell’organizzazione delle squadre del torneo di calcetto; lasciate perdere.
Seconda tecnica: richiesta diretta (efficace, pericolosa): se siete molto molto sicuri della vostra autorevolezza e del vostro carisma, al primo passaggio sospetto di bigliettini durante la verifica di matematica di fine quadrimestre, alzate gli occhi dal registro dove stavate fingendo di scrivere qualcosa di importante e chiedete, inflessibili, che il/i bigliettino/i vi venga/no consegnato/i. Quando (se!) ve li portano prima che qualcuno li ingerisca o li infili in cartella (dove, per la faccenda della privacy, non potete guardare), prendeteli e con gesti amplificati inseriteli nella pagina del registro (trattenendovi dall’inserirli in alcune specifiche parti cave del corpo dei vostri alunni).
Terza tecnica: bradipo-camaleontica (non male, necessita abilità e coordinazione): mentre spiegate l’interessante sviluppo degli obblighi di riduzione dei gas climalteranti osservate ispirati la luminescenza delle lampadone al neon sul soffitto dell’aula, passeggiando lentamente (bradipo) in mezzo ai banchi; dopo due giri, e l’aumento dei suddetti gas dell’1,3 % rispetto al Duemila e del 15,8% rispetto al 1990 , e lo sguardo sempre puntato in alto, scivolate di fianco al banco di Giaqueline, estraete fulminea il braccio destro e risucchiate via (camaleonte) il pacchetto di bigliettini che lì si era appena arenato.
In tutti i casi di ritiro, infilate con nonchalance il malloppo da qualche parte e fingete di dimenticarlo. Quando, finita l’ora, verranno in ginocchio a richiedere il bentolto, fate un’aria stupita e rispondete così: “Bigliettino? Quale bigliettino?… Ah, queeel bigliettino! Ma, cara [o caro], l’ho buttato via…”. Tranquillizzata la fanciulla (o il cretino di turno), potrete scendere lentamente le scale e, ormai fuori vista, correre lungo il corridoio, precipitarvi in sala professori, radunare un buon gruppo di colleghi con gesti e occhiate ammiccanti, svolgere il bigliettino e darne pubblica lettura, sghignazzando adeguatamente o inorridendo assolutamente del contenuto. In seguito, riponete quanto sequestrato in luogo sicuro, onde riutilizzarlo in caso di necessità (aprire gli occhi ai genitori in relazione al loro ‘bambino’, riempire il post del vostro blog, ecc.)

 
 

Premessa ai Bigliettini

La premessa è questa: non dico parolacce. Mai. Passata l’onda rivoluzionaria liceale (siamo delle dure, bigiamo, sfumacchiamo –vomitiamo–, diciamo un sacco di parolacce) ho ripulito il linguaggio con Spic&Span, e amen. Faccio fatica a dirle. Faccio fatica, per esempio, a scrivere che il professor Magli ritiene che noi di italiano non facciamo una beata mazza. Preferirei andare contro la verità storica e dire che noi di italiano non facciamo nulla (secondo quello sciocchino del professor Magli).
Qualche volta mi è scappato “va a cagare”.
Non è un merito. O forse sì. Ma, insomma, non è che me ne sto vantando (adesso). Sto solo dicendo che è così. Senza sforzo. Senza aureola. Punto.
Tutto ciò ha i suoi vantaggi.
La sera che in casa ho proclamato “mi avete rotto le balle”, hanno capito che facevo sul serio, e se la ricordano ancora.
Il giorno che a scuola mi lascerò andare a un “mi avete rotto le balle” confido di ottenere lo stesso risultato.
L’altro vantaggio è che, usandone poche o niente, quando sono usate bene le parolacce mi divertono. Montalbano e i suoi cabasisi o il suo Mimì! vaffancuuulo… con pronuncia sicula, per esempio.
Fine della premessa. Necessaria per chiarire che tutto ciò che uscirà da questa tastiera nel prossimo post non è merito mio. Non è stato esaltato, sottolineato, forzato da me. Anzi, faccio pure un po’ di fatica a riportarlo, per i motivi che potete venirvi a rileggere in questa premessa. Ma è, appunto, verità storica. E ad essa io mi piego.

Il caloroso professor Magli

Ha i pantaloni infilati in mezzo al sedere.
Ammetto che come presentazione non è un granché, ma se un giorno lontano mi dovessero cheidere che cosa ricordo di lui, ecco, sarebbe questo: si alza dalla prima fila di sedie del collegio docenti, si gira a metà tra il Capo, seduto là in fondo, e noi, seduti dietro, si sfrega ripetutamente le mani mentre inizia a parlottare. Parlotta. Chi lo capisce è bravo. Così, non ci resta che guardare com’è vestito. Con i pantaloni dentro il sedere. E con l’orlo quattro dita sopra i tacchi delle scarpe. E la cintura ben sistemata sopra il diaframma. È che usa le bretelle ben tirate, e questo è il risultato.
Anche quando sorride sembra che gli tirino le bretelle da dietro la testa. Gli occhietti gli si fanno piccoli piccoli, le labbra si tirano lunghe lunghe, il naso si appiattisce, le mani si sfregano. È contento. Quando gesticola, e parlotta a voce alta, e chiude le palpebre, e il naso rimane a punta, è arrabbiato. Si arrabbia perché il Preside non ci informa, si arrabbia perché noi non ci informiamo, si arrabbia con noi di lettere perché non facciamo una beata mazza, si arrabbia con i sindacati perché non sanno, e con i professori perché sanno ancora meno. Ha avuto un grande amore per la Moratti, alla quale si è votato anima e corpo e ore straordinarie non pagate. Adesso ha dei ripensamenti, ma per ammetterlo fa uno sforzo paragonabile alla collega Maloni quando è affetta da stitichezza acuta. Ha la testa dura.
Ma è un bravo insegnante. Si dimentica di ciò che ha intorno, e spiega. Se l’alunno Dritti ha bisogno di spiegazione individuale, lui spiega all’alunno Dritti. Intanto, ce ne sono sette spenzolanti dalle finestre del secondo piano, tre che giocano a calcetto in un angolo dell’aula, cinque che provano ombretti, rossetto e mascara portati a scuola dall’alunna Zoccolì, sei che dibattono sul vero e unico urlo di Tarzan, e il resto che ricopia gli esercizi di inglese per l’ora dopo. 
Alcuni alunni, maleducati!, dicono che puzza. I colleghi non lo dicono, ma gli stanno alla larga, tranne quando hanno il raffreddore. Lui il raffreddore non ce l’ha mai. Nemmeno in pieno inverno. Anche se arriva a scuola, al massimo, con un maglioncino in poliestere finto lana (sempre lo stesso) e stop. Niente giubbotto, niente cappotto, niente giacca (a vento o mica vento). Niente. Una volta, in gennaio, sopra il maglioncino ha indossato una sciarpetta in lana pura grattugiata: ci siamo accorti che aveva un febbrone da cavallo.

 

La Bella un po' bestia

Giacqueline è bella. Un po’ rotondetta, secondo i canoni correnti, ma proprio bella. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, sorriso Durban’s, occhi azzurrissimi, chiarissimi, sembrano fatti d’acqua, sguardo che ti penetra e ti mette persino un po’ a disagio. La prima volta. Alla seconda, già capisci che quelle due paretine d’acqua chiara sono come due cascate ribollenti: se vai oltre, c’è una caverna vuota. Desolata. Con le ragnatele.
La prima volta che prende insufficiente in inglese, piange. La prof, miss Tatcher, sguardo truce, fama da lady di ferro, se la prende in disparte, la consola, vedrai, vedraaai, che un giornoo cambieràààà… forse non sarà domaaaani…
Né domani, né dopo.
Le quattro operazioni la mettono in difficoltà. Immaginatevi area e perimetro. Li confonde, li sovrappone, sono per lei parole vuote. Come la caverna di cui sopra.
Storia la mette in difficoltà: Giulio Cesare e dinosauri li confonde, li sovrappone, i velociraptor sono morti per quarantaquattro pugnalate e Giulio Cesare è stato colpito da un meteorite.
Italiano la mette in difficoltà. Il macigno è il maschio del cigno. Estorta significa un dolce, anche tipo crostata, che arriva da un paese straniero. Essi bevebberono. Essi credetterono. ‘Bene’ è un famoso verbo (io beno, tu beni, egli bene, noi beniamo…).
Scienze la mette in difficoltà: nella colonna vertebrale o cosiddetto bianco le ossa sono sul 33, 34.
Con il passare del tempo acquista in sicurezza. Non piange più quando la interroghi. Tu domandi, lei ti guarda con occhi azzurri e penetranti, e ti sorride. Scuote i lunghi capelli e ti fa: “Ma prof!…”
Ma prof, che? Hai studiato? No, prof. E peeeerché? Non ho capito. Non hai capito cosa? Quello che c’era da studiare. E sai cosa c’era da studiare? No, prof. Mioddio, e peeeerché non sai cosa c’era da studiare? Perché non ho capito. Potevi chiedere, no? No. E peeeerché? Perché credevo di avere capito. Ma… quando credevi di avere capito? L’altro ieri. E perché non hai studiato, l’altro ieri? Perché tanto avevo capito.
Sorriso.
In geografia va un po’ meglio: conosce Maldive, Baleari, Canarie. Sa dove sono e quanto costa il viaggio aereo. Brava, Giacqueline, come mai?, mi scappa di chiedere.
Ci va mia mamma in vacanza.
Ah. Bene.
Conosco la mamma. È bionda, e bella come Giacqueline. Uguale.

 
 

Etta la scimmietta

Se, come dicono, altezza è mezza bellezza, qui c’è da disperarsi. Ha la faccia tutta arricciata, i capelli che sparano da tutte le parti, ma, soprattutto, mi arriva al gomito, in prima media, e in terza non è migliorata di molto (facciamo un bel due centimetri). Tenete conto che gli standard correnti vogliono che io sia una tappa. Figuratevi lei.
Se invece, però, fosse l’immobilità la misura dell’avvenenza, potrebbe tranquillamente concorrere a Miss Mondo. Non si muove. Mai. Seduta nel (primo, ovvio) banco, ti guarda immobile, ti sorride ogni tanto, stop. In qualche maniera misteriosa, senza che tu te ne accorga, recupera quaderni, libri, matite e biro, li allinea davanti a sé e ti guarda. Ferma. Spieghi e lei ti guarda. Non alza la mano. Non si gira a vedere chi ha fatto una pernacchia. Tranquilla. Ci sarebbe da rallegrarsi, non fosse che, dopo poco, ti accorgi che alla quiete esteriore non corrisponde mai, nemmeno per qualche secondo, che sarebbe già qualcosa, il tumulto interiore dei neuroni cerebrali. Calma piatta anche lì.
‘n capisce mi’a nulla.
E non gliene importa. Lo sai, perché è perennemente felice, e perché te lo dice, che non le importa niente della scuola. Te lo dice l’unica volta in cui riesci a sentire la sua voce (Prof, tanto faccio la parrucchiera). Te lo dice quando la interroghi in storia e lei, senza nemmeno alzarsi dal banco, ti guarda, sorride e ti fa segno di no, che non ha studiato. Te lo dice quando passi a ritirare il tema dato di compito, e lei si strizza nelle spalle, allarga i palmi (vuoti) delle mani e scuote la testa. Sorridendo. Te lo dice pure sua madre, disperata, alle udienze: non gliene frega niente della scuola, cosa faccio?
Eh… facciamole fare la parrucchiera, allora.
Tanto viene promossa, perché nella sua classe, prima di bocciare lei, ci son da bocciare Ciccio, e Dario Tutto Il Contrario, e Janez Lo Spacciatore, e Rubik l’Orso Russo, e Marchino La Palla Umana, e VaFfanCulo Lulai, e Bordiga Domani (“Zì, Brof, zì… Gabìto, Brof… Domani, Brof…”). Quando è il suo turno, ormai siamo alla fine della terza media, ce la teniamo ancora lì mentre modifica piedi e mani trasformandoli in leggeri viticci che si abbarbicano alle gambe della sedia? No, claro que no.
Vada a fare la parrucchiera.
Errore, però. Si iscrive all’Istituto Tecnico Agrario (studio dei viticci, appunto). Si iscrive a uno degli istituti tecnici più tosti della zona. Siamo senza parole. Anche noi, ora. Immobili e zitti.
Torna quest’anno, a giugno, a salutarmi mentre consegno le pagelle della nuova classe. Un torrente in piena: agita braccia e mani e gambe, sorride, ridacchia e con-ti-nua-a-par-la-re. ‘N si capisce mi’a nulla, ma lo spettacolo vale. Quando riesco a bloccarla, chiedo: ma, e la scuola?
Sorrisone. Bocciata, prof. La guardo senza parole.
Sorrisone. Vado a far la parrucchiera, prof.

 
 
 

Fuori gli scheletri da sotto i banchi

    Prima media, anno 2003: in due mesi (tra settembre e novembre) vengono intasati tre volte i bagni dei maschi e due quelli delle femmine, con rotoli interi di carta igienica mischiati ad astucci; vengono sfondate due porte dei gabinetti; bruciato e strappato il citofono esterno del custode; strappato uno dei telefoni interni dei corridoi; staccato dal supporto e spaccato uno degli estintori del secondo piano; sottratte nove palline ai mouse di uno dei laboratori di informatica.
    Terza media, anno 1988: l’aula è lunga (almeno sette, otto metri) e stretta stretta (non più di quattro metri). Quando entra il professore di matematica trova la cattedra alla destra della porta, cinque metri di vuoto, e i banchi (con gli alunni) accatastati sul fondo. I successivi venti minuti impiegati nel tira da chì, mola da là, tra prof che sposta i banchi avanti e studenti che li rispostano indietro.
    Seconda media, anno 2004: al ritorno dalla lezione di musica, gli astucci di tre alunni sono in terra, aperti, svuotati e calpestati. I successivi venti minuti impiegati a raccogliere cadaveri di penne biro, matite, ecc.
    Seconda media, anno 1987: compito in classe di matematica. Silenzio assoluto. Il professore sonnecchia in cattedra. Alle dieci in punto ventidue sveglie vecchio stile suonano, appunto, la sveglia, tutte insieme, dal profondo degli zaini in cui sono state opportunamente celate la mattina. I successivi venti minuti a fa riprendere conoscenza al prof, che prima è saltato per aria, poi è stramazzato a braccia aperte.
    Prima media, anno 2003: durante l’intervallo mensa vengono fatti scoppiare dei petardi (proibiti) all’interno delle tasche di due giubbotti, indossati dai rispettivi proprietari. I successivi venti minuti passati a raffreddare le bruciature e a raffreddare le reazioni delle famiglie avvisate del danno.
    Quarta liceo, anno 1978: dopo che l’insegnante ha negato l’uscita al gabinetto a più alunni, in un angolo dell’aula viene artisticamente disegnato un orinatoio (detto anche vespasiano), con tanto di catenella per lo sciacquone.
    Prima media, anno 2003: dopo che l’insegnante supplente ha negato a Ciccio la possibilità di andare al cesso per la terza volta nell’ora, Ciccio spiega che allora piscerà nel cestino della carta.
    Terza media, anno 1988: con abili manovre, l’anziana insegnante di lettere viene condotta dagli alunni a rivangare il suo passato da universitaria. Il preside entra nel momento in cui, invece di spiegare l’uso del congiuntivo, la suddetta insegnante sta intonando commossa il “Gaudeà-mus ìgitur – iu-venès – dùm su-ùmus” seguita dal coro degli alunni.
    Seconda media, anno 2004: alle prove del concerto di Natale, tre quarti degli alunni si presenta senza flauto e senza spartiti, e butta in cortile i flauti di chi li aveva portati.
 
Ma… non so… Continuo a pensare che quella del ’92 sia stata un’annata grama.