Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: agosto 2007

Appunti di viaggio

Ero attrezzatissima, per la trasferta a Roma. Oltre a paracetamolo, nimesulide, cerotti, forbicine, spazzolino e dentifricio, mi sono portata un bellissimo quadernino color carta da pacchi, con un titolo esatto e profetico: lì erano destinati i miei appunti di viaggio, appunto.
Però. Ecco.
Venerdì, primo giorno, siamo arrivati alle dieci e mezza dopo quattro ore di viaggio su un Eurostar che per la prima metà della corsa ha raccattato viaggiatori fermandosi tale e quale il regionale che prendo quando vado a Bologna. L’hotel non aveva ancora pronta la camera. Così che, tutti ansiosi e ben disposti, ci diciamo: beh, che ci vuole, andiamoci a fare un giro. Scendiamo per via Veneto, arriviamo in Piazza Barberini con la fontana del Tritone di Bernini figlio, poi via Sistina (c’è il teatro, sì, grandioso, tutto chiuso, fa niente), fino a Trinità dei Monti, discesa alla piazza con la Barcaccia, fontana del Bernini padre. Ci ritroviamo via Condotti, vuoi che ce la lasciamo scappare? Arriviamo in via del Corso, e azzardiamo la svolta a destra, così che arranchiamo fino a Piazza del Popolo. Visione panoramica, anche del Pincio che arriva fin lì, e poi ritorno, di nuovo via del Corso finché, gira e rigira, eccoci alla Fontana di Trevi. Primo impatto con l’orda di turisti, abbarbicati, movimentati, fotografati, sudati, milioni e milioni di persone che ti montavano sui piedi e ti spingevano per sedersi sul bordo, e per gettare la monetina, e per farsi fotografare di nuovo, e così via. Ero anch’io una di quelli? Eh, sì, ma che vuol dire? Mi sentivo altro da loro, ovviamente. Comunque. Prendiamo per una piccola via che ha un nome bellissimo (via della Panetteria) e probabilmente osserviamo dal retro il Palazzo del Quirinale (non ne siamo del tutto sicuri, ma fa niente), facciamo via del Tritone e tutto il percorso all’inverso, fino all’albergo. Sono le due e mezza, l’ascensore non funziona, quando arriviamo in camera ci buttiamo sudati stremati disfatti sul letto giurando di non muovere più un passo.
Figuriamoci se mi metto a riempire i miei appunti di viaggio.
Sarà per domani, va’…

Formichine all'acqua

La fotografia si può ingrandire cliccandoci sopra
formichine

Niente appelli, solo necessità

E’ vero che non amo gli appelli. O quel tipo di recenti catene di Sant’Antonio che ti informano dopo tre anni di un caso urgente.

Ma guardate questa faccetta qui di lato. Potrei dirvi che è Teo, o Edo, o Dodo, o Ciccio, eccetera eccetera. Che è uno di quei tremendissimi che tra poco mi faranno di nuovo andare fuori di testa, magari mentre si mangiano un paninazzo gigante in corridoio o saltellano tra un banco e l’altro. Ma no. Questa è la faccetta di Gramos, che ha bisogno, per sopravvivere di una dieta speciale (niente paninazzi all’intervallo) e di una medicina che costa 23 euro al giorno. Nulla, no? Fate, però, un po’ di conti: sono 700 euro al mese, 1400 ogni sessanta giorni, e così via.

Per aiutarlo, si sono mobilitati in tanti, Forse non abbastanza. Leggete qui. E poi, per quel che potete, fate.

Anzitutto le romane perplessità

Ovvero: cose di cui la campagnola giunta in città capitale si è meravigliata.
Le scale: ci sono scale dappertutto, scale per salire a Trinità dei Monti e scendere in Piazza di Spagna, scale per scendere alla fontana di Trevi, scale per San Pietro in Vincoli, scale per san Pietro e basta, scale per il museo del Risorgimento, scale per il Vittoriano, scale per il comprare il biglietto a villa Borghese (scendere, salire), scale per entrare a villa Borghese (salire, scendere), scale a una fermata del metro senza scala mobile, scale per la camera d’albergo con ascensore guasto… vero che io abito nella pianura padana, e che ho studiato di Roma e dei suoi colli, ma la realtà è stata dura: dopo quattro ore di camminata, vedere davanti delle scale può dare luogo a gesti inconsulti.
I vecchi: non ho visto vecchi, in giro. Vecchi vecchi, intendo, o vecchie. Solo una signora con una sportina della spesa, e qualche vecchia vecchissima turista spinta, strattonata, tirata qui e là, o imbragata e sollevata per cercare di farle superare le scale di cui sopra. Forse i vecchi non ci sono in giro per via della scale?
I negozi: girando a piedi in centro (più o meno nel perimetro tra villa Borghese, stazione Termini, Colosseo, Quirinale, villa Borghese di nuovo), non ho visto negozi normali. Cioè, dico, dove erano nascoste le macellerie (tanto per dirne una)?, i fruttivendoli (per i vegetariani)?, i cartolai?, un panettiere… cose del genere. So che non ho girato tutta Roma, ma qualcuno che abita lì e vuole mangiare, o comprare la carta igienica? O sono tutti turisti? O non li ho visti perché mi son fatta abbagliare dai Souvenirs per tutti, abbigliamento per pochi, alberghi, hotel, farmacie (quelle sì, le ho viste, tutte chiuse, e io abbisognavo di cerotti speciali per vesciche!).
Gli accattoni: non ci ero più abituata. Non so, magari quando vado nella tentacolare metropoli milanese gli accattoni non li vedo perché ormai si servono da sé, e amen. Ma uscire nei quaranta gradi romani e incontrare spesso, spessissimo, gente che ti chiede la carità mi ha fatto specie. Un bambinetto di sette, otto anni accucciato in fondo a via del Corso che suonava una strana tastiera e cantava a squarciagola besameee muchooo. Un trio poco lontano, dieci, dodici anni, che strimpellava strumenti diversi. La signora sugli scalini di San Luigi dei francesi. I tre sugli scalini della chiesa in Corso d’Italia, poco lontano dalla camera ardente di Bruno Trentin. Eccetera.
Gli stranieri: altra banalità, ma il contatto ravvicinato e continuo e ininterrotto con la babele linguistica è stato, a tratti, spossante. L’ultimo giorno (qui lo dico e qui lo nego) mi trascinavo verso la stazione Termini chiedendo a ogni straniero incontrato di tornarsene, per favore, a casa. Non imparerò mai l’inglese, per lo meno non con il metodo della full immersion. Mi fa impazzire.

Gli sconti: alla prima fila per acquistare un biglietto d’entrata, vedo scritto che i docenti della Comunità europea hanno lo sconto. Io sono docente. Roma è in Italia, l’Italia è nella comunità europea, io mi butto, “sono insegnante” dico, pronti, sconto. Wow. Ho detto che ero insegnante anche al ristorante, ma lì non ha funzionato.

Partendo dal fondo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insomma, lo so che a Roma ci son state cose che mi hanno lasciato a bocca aperta (e non per il caldo), ma è anche vero che questo signore qui, in mezzo alla piazza, a far finta di essere un monumeto all’ubriaco, senza muoversi di un ette, riscuotendosi appena appena quando gli mettevi un soldo nella cassettina lì davanti, e poi tornando alla stasi assoluta da monumento… ecco, sarà il fondo dell’arte, ma qualcosa mi ha detto anche lui.

e io ero lì…

 

 

 

 

(lo so che sono noiosa, e che insieme a me c’erano altri milioni di persone, ma qualcuno aveva piazzato un ventilatore gigante all’inizio della strada dell’albergo, e quando uscivamo ci soffiava addosso aria calda, e il primo giorno – ingenui – ce la siamo fatta tutta a piedi, e una bottiglietta d’acqua da 33 cl era due euro, abbiamo speso più in acqua che in entrate ai musei, e non abbiamo fatto in tempo ad acclimatarci, solo a sudare, ho le vesciche sotto il naso a furia di fregarmi per asciugarmi i baffi e davanti a me a San Pietro c’era un signore pelato con le goccioline sparse su tutta la capoccia, meno male che in tram ti soffiavano addosso ventate di aria condizionata gelida e ti riprendevi un po’, prima di tornare in albergo e di stenderti a letto con un attacco di cervicale)

p.s.: "e con tutto ciò prevedo che, al momento di partire, il desiderio che proverò sarà quello di arrivare" (sempre Goethe, su Roma, nel 1786. A novembre, lui, ma aveva ragione)

Vigilia

Ovvero: citazione colta in vista dell’ormai Famosa Breve Vacanza Romana

 

Dunque, domani sera a Roma! Non riesco ancora a crederci: e se questo mio voto sarà appagato, che cosa potrei desiderare ancora? Null’altro, penso, che approdare felicemente a casa con la mia barca piena di fagiani e ritrovarvi tutti i miei amici sani, lieti e ben disposti.
 
(da Johann W. Goethe, Viaggio in Italia, lettera del 28 ottobre 1786)
 
Togliete i fagiani, metteteci che qualche altra cosa da desiderare ancora io ce l’avrei, ma… insomma… la citazione cade a puntino. Saluti, e a presto.

Taglio scolpito a rasoio

Ovvero: del perché i barbieri tagliano i capelli meglio delle parrucchiere
Porto i capelli corti. A volte molto corti. Comodi, ma non solo. Lo vedo da me, che sto meglio con i capelli corti. E poi, diciamolo, quando incominciano a solleticarmi il collo e le orecchie, io comincio ad avere reazioni idrofobe. Onde per cui, per mantenerli così, dovrei andare dalla parrucchiera spesso. Molto spesso.
E invece no. Non sopporto. Unica cosa piacevole delle parrucchiere, per la sottoscritta, sono quei settimanali dai quali aprendo che Paris Hilton ha una sorella bruna, e che il ricevimento da Luca e Luca è stato da urlo e che il Bosforo è carinissimo; che un mio compaesano – salito alla ribalta dopo essere disceso nelle patrie galere – se la fa con la figlia di Ornella Muti, che si chiama come il mio cane (la figlia, intendo, non Ornella, che poi si chiama in realtà Francesca Romana Rivelli, mentre Claudia Rivelli è sua sorella e faceva i fotoromanzi, capito?); che Enrico Mentana non sopporta gli zoccoloni Crocks, che sono così trendy; che Piercoso Casini si sposa con la sua Azzurra (che io credevo fosse una barca, e invece no), ecc. ecc.
Ma sto divagando e torno al dunque.
Il dunque è il mio barbiere. Barbiere da uomo. Ciclista. Magrissimo. Un po’ pelato. Filosofo. Teorico di varia umanità.
Una delle sue verità annunciate è questa: le parrucchiere non sono capaci di tagliare i capelli corti.
Io gli credo. Io gli credo e vado da lui tre, quattro volte l’anno. Al cambio di stagione, diciamo. Qualche volta anche alle feste comandate. O prima di riprendere (sigh) la scuola.
Ma stavolta ho fatto un errore: non ho tenuto d’occhio le sue ferie. Lui non c’è, io parto per la Vera (Breve) Vacanza, i capelli superano il livello di guardia, opto per una parrucchiera, la più vicina a casa, quella che non ho mai provato.
Entro e aspetto e leggo le cose là sopra. Fantastico.
Poi mi accomodo, shampoo e conversazione tra sconosciute: le ferie, il freddo, il temporale, le vacanze, la nostalgia di casa, la nostalgia del lavoro, le stagioni, i corto circuiti per via del temporale di prima, il fine settimana al mare (lei), eccetera. Fine shampoo, mi accomodo e Prima differenza: dal barbiere mi basta dire che cosa voglio, qui devo anche dire che cosa non voglio. Non voglio i capelli gonfi, non li voglio in faccia, non voglio gel, permanente, schiuma, e non voglio tintura (si vede qualche capellino bianco, eh, che si fa? Si sopporta, ecco che si fa). Voglio i capelli corti, riga a destra, stop. Bene, quella taglia. Mi lascia due basettoni che mi sento l’avvocato Agnelli, ma vabbè. Mi lascia i capelli lunghi sul collo, e vabbè. Frangia asimmetrica, e vabbè, tanto poi butto indietro. Due manate di schiuma profumata, e vabbè.
Asciugatura veloce, bene. Credo di essere pronta, faccio per alzarmi, errore: prende in mano spazzoline rotonde di vario metraggio, e ricomincia ad asciugarmi i capelli che, essendo già asciutti, cuociono. Osservo impotente (sì, sì, provate voi a dirle : guardi che mi sta pettinando come Elvis Presley nei suoi momenti peggiori, lasci perdere. L’autrice è in fase creativa, non vi sentirebbe nemmeno).
Dopo dieci minuti, e un passaggio di gel superfissaggio forte, mi guarda nello specchio, sorride e fa: l’ho pettinata un po’ fru-fru, eh? Mica una pettinatura da signora, eh? Trentacinque euro, eh?
Annuisco comprensiva, allungo i trentacinque (esattamente il doppio di quello che vuole il mio filosofo) ed esco. Torno a casa a testa bassa, sperando di non vedere qualcuno che mi conosce. Entro e mi viene incontro il figlio con la posta, fa per parlare ma si ferma a metà strada e metà frase. Apre gli occhi e nota, in un secondo: il frangione che mi copre mezza faccia, le basette che si allungano sulle guance, i riccioletti che si arrampicano per ogni dove, la lacca che irrigidisce ogni ciocchetta. Gli cade la posta, si sdraia per terra, ulula: il mostro!, il mostro!, è ancora là che si tiene la pancia dal ridere.
Ho scoperto che domani torna il mio barbiere.
Faccio in tempo a strisciare ai suoi piedi e a chiedere pietà.

Natale a Natale!…

… e scuola a settembre, plizzzz.
Già ci capita di entrare al supermercato in febbraio e trovare la sfilata delle uova di Pasqua. A marzo ci sono i costumi da bagno in offerta, ai primi di ottobre le zucche di halloween e tre giorni dopo cominciano i Babbi Natale rampichini e i panettoni due per tre, il mio orologio biologico viene sconvolto e a primavera assegno il tema classico “Come hai passato le vacanze”, Quali vacanze, prof?, Ah, no, scusate, ho sbagliato, Fa niente, prof, anche mio nonno non si ricorda più come si chiama.
Già questo.
Ma che a metà agosto, proprio mentre il primo, vero, uggioso temporale estivo mi comunica che è anche l’ultimo temporale estivo, che ormai pace e amen, che l’estate sta finendo, un anno se ne va, sto diventando grande, eccetera, ecco, che a metà agosto mi si stia sventolando la scuola sotto il naso da una settimana, questo proprio mi provoca un restringimento di stomaco. Ha cominciato De Rienzo sul Corriere l’11 (l’un-di-ci agosto), ha continuato l’ipermercato con la corsia delle offerte saldamente dominata da ventitré tipi di diari e agende, diciotto modelli diversi di temperini a due lame, buste assortite di couloring pencils, blister di matite grafite con ghiera in metallo, e una busta di 10 boligrafos de gel assortite (beh, questa l’ho presa, valeva la pena).
In pratica, ogni volta che entro per fare la spesa esco con sette pacchi di fogli rigatura 4, tre confezioni di pennarelli fosforescenti e dimentico il prosciutto.
Ma non è nemmeno questo.
È che persino il Web si è adeguato, e serpenteggiano gli articoli che trattano di scuola. Che titolano: ritorno a scuola. Come se non fosse già abbastanza dura di per sé, ecco che ti rigirano il coltello nella piaga. Che poi, come direbbe la bidella Teresa: ritorno a scuola ‘nabelamerda. Ci sono ancora undici lunghi, piovosi, giorni tutti da godere, per noi prof, e per i cari alunni ben diciotto lunghe, intense mattinate in cui cercare di recuperare gli ultimi compiti delle vacanze (o prepararsi a test di ammissione ai corsi universitari…).
Deve ancora arrivarmi dal caro Preside la letterina che mi avverte che anche questa volta mi tocca ricominciare; deve ancora iniziare la corsa ai biglietti per il festivaletteratura; devo ancora rimettere a posto i libri in cantina; devo ancora preparare i materiali per la classe seconda; devo ancora comprare il libro di inglese delle vacanze per la figlia; devo finire di stirare; devo ancora stendermi pigramente sul balcone e prendere il sole che vi appare tra le cinque e mezza e le sei, onde apparire abbronzatissima il giorno del rientro; e devo ancora fare il fine settimana a Roma, by courtesy of my sons, che ci hanno regalato due giorni di Vera Vacanza dopo anni e anni e anni e anni e anni di ferie rigorosamente stanziali.
Piantatela di anticipare il peggio. Lasciate che il tempo faccia il suo corso. Anche se è un tempo piovoso.

Il blog è un gorgo

Pensi di metterti qui e scrivere un pezzo in dieci minuti, ma scopri che c’è un commento a un pezzo precedente. Leggi, e pensi di dare un’occhiata al blog di chi ha scritto, apri l’altro blog, e trovi un bell’orologio a forma di arancia, clicchi e scopri un sito con orologi per tutte le stagioni, escludi quello alla pera, e provi l’anguria. Dodici minuti per scoprire come tararlo sul fuso orario di Roma, e altri sette per ottenere il codice da incollare sulla tua pagina. Però non è finita. Torni là, perché hai visto un rettangolino dove magicamente compaiono le parole più usate  nel blog, e vorresti farlo anche tu, e clicchi e scopri un sito che ti permette di farlo, e lo fai, solo che lì, in un altro angolo, c’è anche scritto quanto vale quel blog, per cui clicchi e vai a scoprire quanto vale il tuo blog, e prendi il codice e lo incolli sulla tua pagina, poi torni là e vedi che c’è un bel calendarietto, e codice, e incolli, e torni, e vedi delle foto che scivolano via che è un piacere e perché tu no?, e vai a cercare il sito, e ti iscrivi (sette minuti per trovare un nome che venga accettato dal sistema e che non sia ancora stato usato), carichi le foto, e ventidue minuti a provare tutti gli sfondi e le animazioni, e quando finalmente ti decidi, chiedi il codice, incolli e sei pronto per un altro giro e alla fine il pezzetto lo hai scritto ma ci hai messo due ore e cinque minuti.
Adesso basta, è ora di lavorare sul serio!
È solo che noti una quisquilia, una piccolezza, davvero. Nel tuo blog ti avvisano quanta gente è passata a vedere, ma in quell’altro vedi che c’è anche tutto un grafico, e visualizza report, e torte colorate con i referrer totali, e magari non hai idea di che cosa siano i referrer, ma quella tortona lì a fette colorate non ti dispiace, così ti iscrivi, e inserisci indirizzo, e registri e codice, e incolli, e poi, però, perché da quello là c’è anche tutto l’elenco di chi viene e da dove? Allora lo fai anche tu, altro sito, e sistemi i caratteri e i colori e copi il codice e incolli e adesso il tempo lo passi a chiederti perché uno ti dice che sono passati ventitré curiosi, un altro sostiene cinquantuno e l’ultimo ti mostra il grafico con otto persone.
Meglio che vada a cercare qualcosa di più preciso, va’.
(tanto poi dici che hai passato la mattina a stirare…)