Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: settembre 2007

La moglie del receptionist

Ovvero: non è un film ma anche i bidelli tengono famiglia
Assunta dopo il marito, Assunta, dopo il marito, è la bidella più ‘vecchia’ della scuola.
Il che sarebbe un buon inizio per una lezione sull’importanza della punteggiatura e delle maiuscole, ma non mi sembra il caso. Allora spiego: la nostra bidella di nome Assunta è stata assunta dopo il marito e, per questo, dopo il marito, è ormai la bidella che da più tempo staziona nella scuola. Ma non la più vecchia di età.
Questo dà origine a occasionali battibecchi, discussioni, scambi di coltellate con Teresona, assunta dopo Assunta ma più anziana di età. Il che sarebbe un buon inizio per una discussione filosofica su Teresona, che in quanto più vecchia ha un’età perché in lei l’età non evolve (quindi ce l’ha), mentre Assunta non ce l’ha, l’età, perché in essa la vita scorre ancora come il corso di un fiume. Ma, a parte il fiume, Assunta c’ha una grinta che Teresona deve farsi da parte e stare zitta.
In più, Assunta non avrà l’età ma c’ha il marito, bidello, receptionist-equivalente. Un torto ad Assunta e vi ritrovate con l’aula computer che s’è persa tutte le rotelline dei mouse, onde per cui abbiamo chiesto al consiglio di Istituto il permesso di comprare mouse ottici e sia finita lì.
Assunta sarebbe anche simpatica, ma parla troppo: seguitela per spiegarle come volete una fotocopia e vi trovate ingolfate in una filippica contro i professori del terzo figlio che, non per parlar male, ma non fanno una beata mazza (in quanto Assunta ha un parlare molto franco e, come dire, non perifrastico). Voi ascoltate e pregate che il quarto (figlio) non capiti nella vostra sezione. Dopo i quattordici minuti necessari per avere la vostra fotocopia, potete anche andare.
Però tornate subito, in quantoché notate che il cancello della scuola è di nuovo aperto. Tornate e lo dite al marito di Assunta, che rimane appoggiato al calorifero e vi fa segno di dirlo alla moglie. Andate dalla moglie e dite. Lei si indigna, vi guarda, scuote la testa, alza gli occhi al cielo e fa: ma chi cazzo lascia sempre aperto quel cazzo di cancello? (e qui mi scuso ma riporto il parlare non perifrastico)
Comunque, è lei. Che lascia sempre aperto eccetera.
Però, per il resto, lavora. Intendo che discute e s-coltella con Teresona, ci mette quattordici minuti per una fotocopia, lascia aperto il cancello ma poi capita che si infili i guanti di gomma e si metta a pulire i cessi (sempre nel suo parlare eccetera).
E poi dimagrisce.
In sette, otto mesi, almeno ventisei chili. Siccome all’inizio stava male, si è lasciata scappare di certe pilloline. Siccome adesso sta bene, e continua a dimagrire, ha cominciato a pulire i cessi e a spiegare che non so come mai, mangio, mangio e dimagrisco ugualmente.
Domani avrò bisogno di un pacco di fotocopie per le verifiche, se fa tanto di cominciare a parlare del suo quarto, sfodero un bombolone alla crema e vediamo come va a finire.

i Pivelli nel blog

Per risparmiare un po’, la Moratti ha diminuito le ore in classe: prima, avevo una classe dove passavo quindici ore la settimana, più le ore di mensa, di supplenza, ecc. Ora, faccio dieci ore in una classe e cinque in un’altra, più un’ora di coordinamento coi colleghi. La collega che era nell’altra classe è andata in pensione, e nessuno l’ha sostituita. Cioè, sì, io. Con questo, pur avendo un’altra classe, mi avanzano due ore di quelle da  trascorrere con i ragazzi. Ma la Moratti, previdente, ha indetto i Laboratori. Bon. Solo che i laboratori sono opzionali, chi li sceglie, li sceglie; chi no, se ne sta a casa. Ho un laboratorio con quattro alunni. Cerco di capire dove sta il risparmio: prima, quell’ora la facevo con ventinove alunni, non con quattro. Vabbè.
Ho un altro laboratorio con una dozzina di alunni.
Voglio che imparino a scrivere. Scrittura creativa, intendo.
L’anno scorso ci siamo anche divertiti, e concorsi su concorsi: non ne abbiamo vinto nemmeno uno, ma pazienza.
Quest’anno ho avuto la pensata del blog.
Non questo. Loro non sanno e non sapranno mai che questo esiste.
No, volevo che avessero un loro blog. Se devono scrivere sul blog, magari ci stanno più attenti, ho pensato. Nell’ambito dell’oscillazione tra epistemologia disciplinare e sistema cognitivo dell’allievo, potrei avvalermi del blog come mediazione culturale motivante. Questo, ho pensato.
Il blog c’è. È qui. Ve lo dico perché magari, in queste prime settimane, se vedono che qualcuno li legge e li cura, si entusiasmano, e imparano a non scrivere più “un po’” con l’accento. Così, se avete tempo, passateci.
Questa è pubblicità.

Scambi culturali

Mr. Bocconcino mi ha ridato indietro i libri che gli avevo procurato: edizione di due anni fa, obsoleta (ma te pensa!, mi piacerebbe vedere l’edizione nuova, se le han cambiato qualcosa oltre al numero di codice in ultima pagina!!). Io ho dato i libri (di storia) a una collega che ne aveva bisogno per conto suo, edizione vecchia, edizione nuova, fa lo stesso. La collega mi ha dato un pacco di libri di geografia (edizione nuovissima, venitemi a dire che nemmeno questa vale più e vengo a disfarvi la casa editrice), ci ha rinunciato un po’ a malincuore ma le ho detto che servivano a Mr. Bocconcino, il collega nuovo. Chi, quello grosso?, fa lei. Ehm, no, quello sciupato e stropicciato, ma molto appetibile, faccio io. Cioè, no, non l’ho detto davvero, si è trattato di un delirio onirico momentaneo, è passato subito, ho aperto la bocca e ho spiegato: quello coi capelli lunghi. Indicazione che forse trent’anni fa avrebbe creato dei problemi, ma ora come ora di capelli lunghi – maschili – c’è solo lui. Così, lei ha fatto un sorriso e mi ha detto massì, massì, daglieli pure, daglieli, e lui è rientrato proprio in quel momento e io, voilà, a domanda risponde, mi hai rimandato indietro i libri di storia e mi hai chiesto i libri di geografia?, sbàm, eccoli, nemmeno il tempo di fare due fotocopie e te li trovo. Lui ringrazia ma io, che dopo il delirio onirico ne ho un altro da rigore e onestà, mi giro e faccio segno: sono suoi, così lui ringrazia lei, ma poi ringrazia anche me (la paga del mallevadore), è tutto un ringraziamento unico, e ciccì e bebè, ma figurati, ne ho tanti, ma no, grazie, ma chessarà mai. due ore dopo, sto per uscire quando la barba stropicciata di Bocconcino mi sorride e mi allunga un libro: l’ho trovato nel mio armadio, lo vuoi? Sì, grazie, come no. È la mia Guida di storia. Ma te guarda! Sono così contenta che rinuncio a fargli il terzo grado. Lui vede che sono così contenta ed è contento anche lui. Si vede. Gli luccicano le orecchie.

Da storia a furto attraverso Garibaldi

Ho un bel libro di storia. Non nel senso che possiedo un libro, ma nel significato più scolastico: nel nostro gergo (sui libri di grammatica va sotto la voce: “linguaggi specialistici”), nel nostro gergo ho un bel libro di storia significa: ho in adozione nella mia classe un bel libro di storia.
Mi rendo conto che avrei potuto scrivere subito la seconda versione del fatto, profittando delle meravigliose opportunità offerte da un editor di testo, seleziona, cancella, cambia, voilà. Ma non è male nemmeno vedere dietro quali circonvoluzioni linguistiche o semantiche si nasconde la perenne incomprensione scuola-società civile. In realtà, la locuzione ‘società civile’ io non la uso mai, aprirei una discussione sul suo significato, ma qui mi sembrava pregnante e dunque eccovela.
Mi rendo anche conto che sto divagando, e di brutto, ma la colpa non è mia. Non stavolta. È di un libro che sto leggendo e comincia parlando di Garibaldi e finisce parlando di tubature, che di sicuro con Garibaldi non c’entrano, credo. Al massimo, Garibaldi è andato a lavorare in una fabbrica di candele, ma tubature, quelle no. E tornando alle colpe, sta di fatto che io tendo ad avere una scrittura camaleontica, a livello basso, ma camaleontica: se leggo uno che divaga, divago. Se leggo Umberto Eco, potrei finire per dissertare di pregnanze e semantica. Non mi è ancora riuscito di fare il camaleonte sopra un libro di Paul Auster, o di Bjorn Larsson, o magari di Orhan Pamuk, ma adesso conta poco perché dovevo dirvi del libro di storia.
È bello e ha una bella Guida per l’insegnante, con tutti i suggerimenti necessari per fare splendide lezioni in cui i ragazzi stanno a bocca aperta, e anche se poi studiano poco qualcosa entra, nella loro testa. Vi parlo del libro perché avevo soltanto la Guida di prima media, e quest’anno mi serve anche quella di seconda. Funziona così: si telefona al rappresentante di zona e si spiega: io ho il suo libro. Lui, che nella scuola c’è dentro, capisce che il libro non è suo proprio, ma della casa editrice che lui rappresenta; e che il libro non è che ce l’ho io, ma ecc. come là sopra.
Poi si va avanti a spiegare e chiedere: mi manda la Guida di seconda che non me l’ha ancora data? E lui dice sì. Di solito. Per lo meno, questo mi ha detto sì, gliela mando. Dopo una settimana (io intanto ripasso il programma di prima), vedo sul tavolo, in sala professori, uno scatolone di quel rappresentante di quella casa editrice. Lui è appena andato via, mi dicono, e la scatola è  piena di libri di scienze. La mia Guida (preziosa)? Niente. Ritelefono. Mi dice: sì, sono appena andato via, ho fatto tutto un botto, guardi nello scatolone, con scienze c’è il suo. Spiego che no. Lo scatolone l’ho vuotato. Niente libro. C’era, mi dicono. Non c’è più, vedo da sola. Chi l’ha preso, ufficialmente non si sa.
Posso: mettere un avviso in sala professori; svuotare tutti gli armadi delle colleghe; svuotare tutte le borse delle colleghe; rimanere senza Guida e inventarmi qualcosa io; strisciare di nuovo ai piedi del rappresentante di zona e chiedergliene un’altra.
Oppure avvicinarmi alla collega che mi ha fregato la Guida e dirle: scusa, me la ridai?

(cosa che non avrò mai il coraggio di fare, caspiterina!)

Dare i numeri e spichinìnglisch

Una trappolina mica male dei blog sono i contatori. Già uno si immagina il lavoro più noioso del mondo, con l’omino che se ne sta davanti a uno schermo e ogni volta che è d’uopo fa un segno sul foglio. Una sbarretta, mettiamo. Ogni cinque, una sbarretta per traverso. Ogni mille, collirio. Ogni sera, torna a casa e vede tutto dietro le sbarre. Da delirio.
No. I contatori sono quegli affarini di vario tipo e misura che contano quanta gente arriva sulla pagina del blog. Se qualcuno ha un nome migliore di affarini ma che non sia badget, io lo faccio mio. Per ora, parlerò di affarini.
Mi spiegano che è tutta una cosa automatica. Solo che si vede che gli automatismi soffrono il tempo, il caldo, l’umidità, le lune, che ne so. Me ne sono accorta quando ho raffinato il mio perditempo bloggarolo e ho cominciato a vagare sul web alla ricerca di gadget per il blog. Oltre a orologi alla frutta, dinosauri saltellanti, calendari perpetui, ho trovato tre tipi diversi di contatori. Il primo, veramente, non l’ho trovato. C’era. Nel template del blog. È quello che mi sale di un numero ogni volta che qualcuno apre il blog. Siccome mi fanno impazzire i numeri tondi, mi sono salvata il 5000 e il 7000. Anche il 6999, che non è tondo ma ha una sua bellezza, giusto? Però ho aggiunto un secondo affare, una strisciolina, in fondo alla pagina, che mi mette le visite al mese, oltre che quelle del giorno. Che sono sempre diverse da quelle di prima. Se lassù passo da 5780 a 5793, io penso che siano arrivati in 13, a curiosare qui dentro. Ma la strisciolina mi dice che sono solo in 7. Non ho ancora capito perché uno conta in un modo e uno in un altro. Così, ne ho messo un terzo, che mi dice pure quanti arrivano e da dove e perché. È solo che questo mi dà numeri ancora differenti. Il primo 13, il secondo 7, questo 24. Che è gratificante più degli altri, ma mica è chiaro.
Intendo dire che se la mia professoressa del ginnasio ci diceva che la matematica non è un’opinione, qui in che materia siamo? Dice uno che questa è statistica e se i referrer del trend hanno un upgrade business, e il rank del browser è configurato correttamente, e il benchmarking non dà problem ai link, è tutto ok.
Mi è venuto un badly of head tale che per distrarmi sono andata a dare un’occhiata al backstage delle sfilate più fashion (poi dite ancora che non so l’inglese).

Dentro, fuori, villi, bagni, canottiere e divagazioni

Pensavo alla frase del “veder le cose dal di dentro”. Dal di dentro della scuola, in questo caso.
Pensavo che mi era molto piaciuto il “dentro” di Castel Sant’Angelo, ma che il “dentro” dei miei villi intestinali forse non sarebbe altrettanto artistico.
E che il “di fuori” si cerca di mantenerlo a un certo livello di decoro, mentre alle volte il “di dentro” lo si trascura un po’, che sia la nostra anima o una canottiera rammendata che tanto chi la vede, che porto felpa e gilet di lana fin dai primi di settembre, per via del freddo che lo sento tre giorni prima che arrivi e potrebbe essere per la pressione bassa ma chi lo sa.
E mi è venuto anche in mente che dunque, da dentro, ciò che si vede meglio sono spesso gli aspetti difettosi che si tende a nascondere alla gente che passa. La mia caldaia sembra pure nuova, da fuori, ma quando ieri è venuto il tecnico a vedere perché non si accendeva più e l’ha smontata sembrava uno spettacolo di fantascienza – l’invasione delle polveri mutanti – e aveva un minuscolo pezzetto che non faceva più il suo dovere e mi è costato 80 euro per dodici grammi di sostituzione.
E tutto questo per dire che, da dentro, quello che vedo io della scuola è spesso lo strappo nella canottiera, i villi intestinali irritati e di bruttissimo aspetto, e il limitatore di temperatura che non limita più nulla.
Vorrei soltanto dire che, talvolta, giuro, i villi hanno un gradevole aspetto paffuto, tra l’azzurro e il verde con sfumature rosa, le canottiere sono anche nuove e profumate e bianche che più bianco non si può, e il limitatore di temperatura funziona, anche nella scuola.
Se mi attardo a parlare del resto, abbiate pazienza, mi serve da sfogatoio, e se mi metto a ridere su Marina la Maestrina o sull’Insopportabile Ciccio, è il caso che i villi famosi riescano a non irritarsi e ad assorbire come si deve vitamine, minerali e altro nutrimento.
Blog antiulcera, ingerire prima o dopo i pasti, nessuna controindicazione (tranne quando ci sono tre carichi di lavatrice da stendere, due da stirare e il bagno da pulire per evitare che l’idraulico chiamato l’altro ieri con urgenza arrivi e avvisi l’ufficio d’igiene, benché l’idraulico, per definizione, chiamato con urgenza, arriverà la settimana prossima, e il tempo per pulire il bagno lo trovo, blog o non blog).

Dopo (sole) due settimane di scuola

 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Sono un po’ preoccupata…

Mr. Bocconcino colpisce ancora

Ho visto un’alta biondona uscire da sala professori. Pantaloni chiari, smilzi, maglietta chiara, aderente, capelli castano chiari, sciolti sulle spalle, con mèches disposte ad arte, ma piuttosto disordinati. Passo lungo e agile, da panterona, di quelle che dicono: qui comando io. Poi si è messa di profilo per imboccare le scale e c’è stata l’epifania. Lei era lui. Lui chi? Non un lui qualsiasi. Era mister Bocconcino. Se possibile, ancora più stropicciato della prima volta, con la barba non fatta, e senza il problema di trovare una ragazza di sera. Perché, ovviamente, è sposato. Con prole varia, due, tre, non ho capito bene.
Le orecchie a sventola non le vede più nessuno.
E in sala professori è successa una cosa curiosa.
Per la prima volta, in questo settembre, non ho visto il fuggi fuggi generale davanti al collega che vuole dei libri di testo per i figli. Datosi il fatto che a noi prof, se strisci a sufficienza, i rappresentanti lasciano libri in visione, a gratis, per far sì che tu li scelga per le tue future classi, capitano i prof (con prole in età adatta) che vengono a chiederti se per caso, tra i libri che hai ammonticchiati a casa dietro il divano, in cantina, o nel baule della macchina, se per caso, dicevo, non hai l’antologia “Leggi per sempre”, il libro di storia “Imparami a memoria”, o quello di scienze “Dall’atomo alla conserva di pomodoro”. Di solito, tutti fuggono. Perché non hanno voglia di cercare in cantina, perché dispiace dire di no quando non li hai (ti guardano con sospetto, e i loro occhi dicono: ce l’hai ma non me lo vuoi dare), perché dispiace dire di no quando li hai ma ne hai bisogno tu (eh, dicono gli occhi, che cosa te ne fai?, non dirmi che lo usi davvero, brutto pidocchio).
Stavolta, niente di tutto ciò.
Perché? Perché il collega era Lui.
Mr. Bocconcino. Che arriva, ti sorride, si grattugia la barba misto acciaio, e, sbàm, ti tira fuori l’elenco dei libri di testo di un figlio alle medie. Invece dei soliti: ma, non so, guarderò, può darsi, ma non credo, ti saprò dire, no, questo libro non l’ho mai sentito, ho visto colleghe di una certa età e di un certo peso genuflettersi davanti agli armadi e cercare nell’ultimo ripiano in basso il testo di cui Lui aveva bisogno; ne ho viste altre, di una certa sussiegosità e di minima altezza, arrampicarsi sulle sedie imbottite, trafiggendole con i tacchi a spillo, per raggiungere il ripinao superiore dell’armadio, recuperare il testo avuto in visione e affidarlo alle braccia del sottostante Bocconcino. Qualcuna, pur di farlo felice, gli ha messo in borsa l’ultima edizione riveduta, rinnovata e corretta, anche se lui spiegava che gli serviva quella vecchia, grazie, fa niente, tieni pure, ti servirà.
Nel giro di tre giorni si è fatto il corredo librario al completo.
Sono felice per lui. Io ci ho provato per anni a fare lo stesso, ma morire se trovavo qualcuna che mi dava i libri di cui avevo bisogno per la mia, di prole. Mi sono rassegnata, e ora li ordino tutti a giugno, li pago a settembre, e amen.
 
p.s.: sì, sì, l’ho fatto felice anch’io, Bocconcino. Gli ho dato il corso completo del libro che mi aveva chiesto, adesso fino alla terza media è a posto. Adesso quando mi vede mi sorride. Wow.

Extracomunitaria

chissà se parla la stessa lingua delle altre?

 
 
 
 
 

 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 

 

Cuore di mamma

La professoressa Debello sta finendo di spiegare storia. Gina (detta re-Gina), una spirlungona di prima media, appoggia languida il mento al palmo della mano. La bidella sale affannata le scale fino al secondo piano. Entra in aula, dove la prof. Debello spiega eccetera. Interrompe la lezione. Avviso: Gina-re-Gina deve scendere giù, c’è la mamma. La prof. Debello osserva la languida re-Gina, deduce che è un po’ insonnolita ma non è in punto di morte. Chiede se la mamma è in punto di morte. No, dice la bidella, la mamma sta benissimo. Allora, suggerisce la prof., attendiamo che suoni l’intervallo e poi porto giù io la ragazza e vediamo che succede. Dieci minuti dopo suona l’intervallo. La Prof.Debello (uno e cinquantasette per ottantanove chili) e alunna (uno e sessantotto per quaranta chili) scendono. Grande coppia.
Nell’atrio, la Madre.
La prof. Debello non vuole invadere la privacy, ma è preoccupata e chiede come mai, signora, porta via Gina adesso che mancano meno di due ore alla fine?
Ah, fa la mamma, ma io non la porto via… Sono venuta a salutarla.
E sotto lo sguardo stupefatto della prof. Debello, dei bidelli, e di un’altra prof che passava per caso, la mamma alza le braccia verso il viso della spirlungona, se l’accarezza, la guarda teneramente, le lancia un bacino, la abbraccia, le chiede come va, se è sopravvissuta alle tre ore di scuola, alza di nuovo le braccia per una carezza sul viso e finalmente la saluta e arretra, fermandosi sulla porta. Gina-re-Gina sale languidamente le scale e si dirige al secondo piano. Quando scompare alla seconda rampa, la mamma, felice, arretra di nuovo e esce dall’edificio scolastico.

Da domani, paletti e chiavistelli e fuoco di sbarramento fino alla una e un quarto.