Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: novembre 2007

Bidel Power

Antefatto: facciamo che io mi chiami Rossi. Facciamo che c’è una mia collega che si chiama pure lei Rossi ( è un cognome comune, no?). Facciamo che io sono Giuseppa e lei Genoveffa (sì, cognome uguale, iniziali uguali).
Facciamo che io decida di finire in gloria un corso di aggiornamento a Brescia, in capo al mondo, ma facciamo pure che, per finirlo, ‘sto corso’, devo rinunciare a un pomeriggio scolastico.
La mattina (fulgido esempio di attaccamento al dovere) a scuola; il pomeriggio, salta in macchina e va. So che comunque creo problemi: non c’è molta gente che può far supplenza, al pomeriggio ci sono i morattiani laboratori, non semplici lezioni del tipo: dove siete arrivati, prendete il libro. Però, son due ore, infine. Le prime che chiedo, infine. Orsù, che sarà mai?
Avverto i ragazzi, soprattutto il gruppone che fa con me il blog: attenzione, io non ci sono, niente laboratorio, niente blog, ci sarà una supplente. Ma allora io vado a casa, fa uno, Non puoi, sei minorenne, rimani qui, Ma se mi viene a prendere mia mamma, Beh, vedi tu, deve venire un genitore, se no stai qui, capito? Capito.
Vado.
Torno.
Fatto: la mattina dopo un’applicata che mi conosce bene mi guarda, mormora e scuote la testa: che succede? Cosa hai fatto?, mi dice.
Corso di aggiornamento, rispondo.
No, no, hai mandato a casa i ragazzi della tua classe, spiega.
Io??, trasecolo.
Salta su una nuova applicata e strilla: sì, sì, fila di genitori, caos, casino, rabbia, genitori da tutte la parti, tutti a casa, bidelle stremate, colpa sua, detto lei, bidelle stravolte, confusione, tutti a cas…
Tutti chi??? la blocco, che c’eran due assenti ieri pomeriggio, e una è andata a casa alle 12 vomitando sulle scarpe nuove, tutti chi?
Ah, fa lei, ah, non so niente, l’ha detto Assunta, io non so niente (l’inversione di marcia più veloce della storia).
Vado da Assunta. Non c’è. C’è il marito. Stravaccato sulla sedia mi fa: sì, ieri lei ha detto ai ragazzi di andare a casa.
Io?, trasecolo di nuovo.
Sì, fa lui, han detto che la Rossi ha detto di andare a casa, i ragazzi sono andati tutti a casa.
Piano, momento, non c’ero, ieri pomeriggio, come faccio ad aver
Ah, allora è stata l’altra Rossi, spiega lui.
L’altra Rossi li ha mandati a casa? Non ci credo neanche se la vedo. E poi, scusi, sono andati a casa soltanto in due, e una è uscita a mezzogiorno perché vomitava.
Ah, io non so niente, ma la bidella non li trovava, a fatto due volte le scale (“a fatto” senz’acca, sono sicura che lo ha detto senz’acca).
Ma non li trovava chi?
Tutti quelli che sono andati a casa perché lei ha detto di andare a casa.
Ma io non ho detto di…
Ah, però i ragazzi sono andati a casa, magari nel cambio dell’ora uno non li ha visti e sono usciti… E poi le bidelle hanno dovuto correre su e giù perché non trovavano i ragazzi che andavano a casa.
Ma che ragazzi? So-no-an-da-tia-ca-sain-du-e e una la mattina perché vo-mi-ta-va.
Ah, io non so niente, chieda a mia moglie.

Morale: la moglie Assunta la vedo stamattina, mi spiega che c’è stata una folla di genitori che è venuta a prendere i due miei alunni, che lei doveva suonare la campanella, e aprire la porta, e cercare gli alunni dap-per-tut-to, e fare la scale per cercare tutti quegli (due) alunni che sono andati a casa perché laRossi-io o laRossi-l’altra han detto di andare a casa, che lei ha da fare mica star dietro a noi e di non dire ai ragazzi che uno è assente, e di non farli andare a casa perché lei poi deve cercarli perché vengono tuuutti quei genitori a prendere i (due) alunni ed è ora di finirla.
 
Che devo dire? Obbedirò, non dirò più, non farò più e rinuncerò a tutti i prossimi corsi di aggiornamento. Mica posso far stancare l’Assunta. Lunga vita al Bidel Power.

America!

Oggi mi si è allargato il cuore.
Abbastanza da essere riempito dalle immagini della mostra “America!”, a Brescia.
Era la giornata conclusiva di un corso di aggiornamento dove ho imparato a creare il mio totem personale (è il bisonte, se volete saperlo), a indovinare senza vederle ruvidezze e morbidezza della prateria, a mescolare i colori del tramonto e dell’alba, a inventare un paesaggio con un po’ di polvere bianca, del legno, del colore rosso, e dell’acqua.
Oggi, però, ho solo ascoltato. E guardato.
Ho ascoltato Marco Goldin, che mi ha portato con le parole, solo con le parole, in un mondo che non sono abituata a considerare come realmente esistito. Soffocata, talvolta esasperata, dall’America di oggi, non ho mai considerato l’America, gli Stati Uniti, di due secoli fa, lo “scorrere di natura e genti davanti al mio sguardo, con la libertà di passare dalla natura alla pittura. E ugualmente dalla pittura alla natura.”
Ho poi guardato la mostra, piano piano, era pomeriggio tardi, non c’era quasi nessuno in certe sale vuote, e penso adesso alle parole di uno dei pittori, Thomas Cole, davanti alle cascate del Niagara: “Guardandole, noi abbiamo l’impressione che un grande vuoto venga colmato nelle nostre menti, e i nostri pensieri si dilatano, e noi diventiamo parte di ciò che ammiriamo”.
Ecco, così.

Brescia è lontana, per me, ma ci tornerò.

Album

Mio figlio mi ha chiesto perché non ci faccio un album. Bene, ci penserò. Per il momento, ho pronte le figu(rine). Caso mai vi foste chiesti che faccia avevano, eccovene qualcuna (con tanti ringraziamenti al mio ignaro maestro, il grande Quentin Blake).

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

Riunione disciplinare

Entro un po’ in ritardo, e cerco di capire di che si parla. Capite, dovrò verbalizzare.
 
Ma tu ci vai sempre?
Sempre.
Perché hai il mercoledì libero!
L’ho chiesto apposta!
Un corso di aggiornamento? [faccio io]
(sorrisino)
Ma no… il mercato di Forte.
Scusa? [lo so, sono tonta, mi son data la zappa sui piedi]
For-te-dei-mar-mi. Il mercato. Al mercoledì.
Forte dei marmi?? [mica dietro l’angolo, eh!, mi stupisco io, ma vengo ignorata]
Non volevo prendere niente alle mie figlie, che hanno già tanto, ma poi sono andata a casa con quattro maglioni.
Avevano i modellini?
Sì. (sorrisone)
Ah, quando hanno i modellini hanno delle cose splendide.
È una qualità molto buona, quella di questi modellini…
Ah, però ha la roba più bella la Imac.
Sì, sì, quelli di Forte li lavo tranquillamente in lavatrice.
Ma col programma della lana, però!
Sì, però in lavatrice, invece quelli della Imac li lavo a mano.
E gli occhiali? Che belli!
Ne ho presi quattro paia.
Perché non li hai presi anche a me?
Così la prossima volta viene anche tu!
Ma dai, li potevi prendere anche a me, ho una e mezza da tutte e due gli occhi.
Eh, eh, visto che belli?
Ma che cosa si doveva fare oggi?
Le linee disciplinari di storia e geogr…
Le hai fatte?
Sì, però bisognerebbe guardar…
Ah, ma no, vanno bene, vanno bene, mi fai le fotocopie?
Beh, son qui, ma bisogna controll…
No, no, sono a posto di certo. Io le consegno così, e tu?
Ah, anch’io le consegno, così sono a posto.
Ciao, ci vediamo giovedì.
Sì, giovedì. Verbalizzi sempre tu, vero?
 
Sì. Come no.
Amo verbalizzare.

Parola turna indré

Pensavo di avere avuto una grande idea.
E mi ero ripromessa di concretizzarla al più presto in un post. Ora spiego.
Sapete che su un blog ci si arriva per le strade più diverse?
Io, alle volte, se ho tempo, rimbalzo da blog a blog. È peggio che la dipendenza da cioccolato fondente. Cominci e non sai dove finisci. Sai che ti vengono i brufoli (col cioccolato, non coi blog), ma insisti. Col blog niente brufoli ma perdi del gran tempo. E insisti ugualmente.
Però ho visto che ai blog ci si può arrivare anche cercando altro.
Magari tu cerchi, che so, cosa fa adesso Claudia Rivelli e, pam, atterri sul blog della prof. Questo, intendo. Oppure cerchi qualcosa sugli All blacks o sulla mostra “America!” a Brescia e, pam, di nuovo atterri qui.
Perché di fatto, è vero, io ho parlato, in passato, di Claudia Rivelli, degli All Blacks e della mostra di Brescia. E i motori di ricerca non vanno tanto per il sottile. Basta scrivere “sesso”, anche per spiegare che lo trovate un’abitudine decadente (per dire) e vi trovate citati tutte le volte che qualche maniaco vuole sollazzarsi sulla rete cercando delle porcate (scusate il termine).
Ma insomma, visto che il mio contatore,se clicco qui e poi lì, mi elenca tutte le volte che qualche visitatore è arrivato da me cercando Sitiveni Sivivatu, mi era venuta questa brillante ispirazione. Perché non prendere tutte le chiavi di ricerca che sono state inserite da qualche ignaro (o porco) frequentatore del Web, che poi, suo malgrado, si è trovato qui? Perché non prenderle e commentarle, titolarle, sottotitolarle, in modo acutamente ilare e ironico, così da far sghignazzare i lettori anche occasionali, e da far loro pensare: però, quale miracoloso spirito geniale deve possedere l’autrice di queste deliziose battutine?
Perché no?
Eh… Perché ho scoperto che è una cosa trita e ritrita, che lo fanno tutti, che le battute ironiche e acute sono già state immaginate e scritte, e che non è per niente una brillante idea. È una riciclata idea. E cosa si fa con le cose riciclate? Le si butta, perché niente si può riciclare in eterno.
Io butto.
Butto il tizio che, da mesi, cerca disperato notizie di Claudia Rivelli, e continua a ricapitare così da me che, davvero, guardi, l’avviso: non ne so niente. L’ho citata così, tanto per.
Butto il porcello che voleva notizie sull’alunno che tocca il sedere alle insegnanti, e suo fratello, che cercava qualche lume sulle tette delle alunne, e suo zio che cercava una professoressa che si spoglia sul web (famiglia di degenerati).
Butto la percentuale di disperati che è capitata qui cercando le soluzioni ai compiti delle vacanze di quarta elementare, prima e seconda media, e gli esercizi delle vacanze dopo la terza media.
Butto chi cercava belle storie tra colleghi di lavoro, e qui non ne ha (ancora) trovate.
Butto anche i poverini che volevano sapere come avvicinare all’uso del congiuntivo e come compilare il registro di educazione artistica.
Li butto e mi scuso se qui hanno trovato tutt’altro.
 
(butto anche la grande idea e la promessa di farci un post)

Meme del meme e risposte al meme

Intanto: quando il meme ti arriva dovresti rilanciarlo correttamente. Io non l’ho fatto. Perché il meme consisteva in queste quattro domande: che cosa ti ha spinto a creare un blog? Il tuo primo post? Il post di cui ti vergogni di più? Il post di cui sei più fiero?
Ecco, ora le domande ci sono.
Mancano le risposte. Che vanno scritte e pubblicate sul proprio blog, e non su quello di chi ti ha interpellato, come credevo io all’inizio.
Quindi, ecco, sul mio proprio blog, le mie risposte.

Chi o cosa ti ha spinto a creare un blog?
Innanzitutto l’imitazione e la voglia di provare a vedere se ci riuscivo. Poi, soprattutto la mitica Tengi. Io non ricordo più come ci sono arrivata, da lei, so solo che, leggendola, ho cominciato a pensare: eh, però, anche da me ci sono quei tipi lì, eh, però, anch’io mi sento male al lunedì, eh, però anche la nostra mensa fa a volte un po’ schifo… così mi son detta: be’ proviamo un po’ a vedere se riesco a parlare del mondo scuola così come lei parla del mondo ufficio. Ecco, è stata la Tengi, prendetevela con lei.
Il tuo primo post?
Ah, me lo ricordo benissimo. Siccome non sapevo ancora come sarebbe andata a finire, ho buttato lì un riga (qualcosa di simile a ciò che sta scritto sotto il nome del blog, a destra) che diceva più o meno che i dieci minuti di intervallo equivalevano (negli intenti) all’ora d’aria che si lascia ai carcerati. Sottinteso: la scuola è una specie di prigione. Mica niente di originale, ma volevo vedere come veniva fuori quella strana cosa che si chiamava (e si chiama tuttora, a dir la verità) template.
Il post di cui ti vergogni di più?
Be’, il primo. Me ne vergognavo già mentre lo scrivevo e non trovavo nulla, assolutamente nulla di dire di più o di meglio.
Il post di cui sei più fiero?
Credo quello sul nostro bidello. Perché mi ha divertito molto scriverlo, perché ha dato la stura a una galleria di ritrattini [le figu(rine)] che ancora oggi mi divertono molto, perché è un po’ cattivo ma assolutamente veritiero, perché non credevo sarei riuscita a scriverlo, e invece (à propos, l’ispirazione viene, ancora una volta, da Tengi: aveva descritto la loro receptionist, e io mi sono illuminata: anche noi c’abbiamo il nostro, di receptionist!).
 
Ecco, è adesso che dovrei mettere gli inviti al meme (mica nel post precedente, che uno non ci capisce nulla, tanto meno quello che deve fare. Così, ripeto l’invito (scusandomi per il double clic) a Antonio, Milvia, Palo Borracho. E ci aggiungo anche CriAoirghe, toh!

Il primo meme non si scorda mai

Fino a qualche giorno fa, il Meme era un vecchio compagno di scuola alto e lungo e grosso, campione di pallanuoto.
Ora ho scoperto che è ben altro.
L’ho scoperto perché mi sono informata.
Ho dovuto informarmi quando sono stata invitata a un meme.
(lo so, lo so che mi ripeto, che spiego troppo, che capireste anche se la facessi un po’ più corta, ma, capitemi voi, sono reduce da un’altra lezione di grammatica con Pinotto, sono cose che segnano)
Fatto sta che, prima di dire di sì, ho controllato un po’ in giro, caso mai il meme fosse qualcosa di losco. Sono saltata attraverso almeno altri cinque blog, tutti informatissimi, parlavano del meme come se parlassero del mio compagno di scuola. Mi è saltato Internet due volte (spiacenti, l’applicazione deve essere interrotta). Alla fine ce l’ho fatta.

Vi informo: un meme è una riconoscibile entità di informazione relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria – per esempio un libro – ad un’altra mente o supporto.

Cioè, ho capito che, per esempio, i miei alunni dei meme se ne strafregano, e io non propago un bel niente. Non propago da mente a mente, non propago da voce a orecchio, non propago da lavagna a cervello. Sì, perché, alla fine, un meme (se non ho capito male) è qualunque cosa uno possa imparare (o insegnare). È una canzoncina che non riuscite a togliervi dalla testa (come quando dovete fare una relazione e canticchiate “luglio col bene che ti voglio”). È un proverbio che vi viene in mente quando avete appena chiesto a vostro figlio di rifare il letto ("chi fa da sé fa per tre"). È un aforisma (“non è detto che le persone vuote si possano riempire”).

Però.
Però il meme si trasforma. Evolve. Muta.
Come quando dico a Pinotto che: “è bravo” è un predicato nominale e lui ripete che: “è bravo” è un nome del predicato e siamo fritti ma con la mutazione memetica non possiamo combattere (e neanche col cervello di Pinotto).
Però.
Però siccome Internet e l’informatica e le nuove tecnologie e compagnia bella non sarebbero nulla se replicassero e basta, il meme informatico è un’altra cosa.
Mi sembra di aver capito che il meme infobloggatico è un tormentone (come “mi consenta”, come una domanda, come… vedrete poi) che ci si palleggia da qui a là. Quando la palla-meme ti arriva, devi prenderla, rispondere e rinviarla.
Si può resistere ai meme?
Karl Popper (citazione coltissima) dice di sì. Dice, addirittura, che l’intelligenza dovrebbe servire a farci sopravvivere facendo estinguere una cattiva idea prima che la cattiva idea estingua noi.
Però.
Però questo meme, lanciatomi da Ondaemotiva, non mi sembrava una cattiva idea. Non ho avuto cuore di farlo estinguere. Risponderò (nel prossimo post), e intanto rinvio a Milvia, Antonio, e Palo Borracho, chiedendo anche a loro: come sei diventato blogger?

Non è un mio alunno…

(…ma mi piacerebbe che lo fosse)
 
Scegli uno dei seguenti temi:
1) Caro diario, quell’episodio mi ha fatto capire molte cose…
2) Caro diario, ho avuto una grande soddisfazione: l’insegnante di…
3) Immagina di essere un personaggio di un’epoca storica che conosci bene e descrivi in un diario una tua giornata.
4) Scegli un libro che hai letto durante l’anno e prepara una recensione.
 
Svolgimento numero 1.
Caro diario, quell’episodio mi ha fatto capire molte cose… questo episodio, però, è molto particolare, perché si tratta di oggi. Ok, forse si tratta di una vaccata monumentale che non servirà per strappare la sufficienza. Ma almeno potrà essere classificato tra i temi più originali del mondo e inoltre l’ortografia sarà corretta dato che dovrò parlare al presente e al passato e per lo meno non me lo sono inventato dato che qualcuno descriverà il giorno 17-17-1717.
Dunque partiamo da stamani: mi sono svegliato alle 7,30 e sono partito alle 8.06 con la mia migliore amica, ovvero la bici ®, per andare a scuola, e sono arrivato alle 8.09, sfinito dalla corsa.
Parte il tema: la prof ha dato quattro titoli assurdi, come per esempio di descrivere se una prof ti ha dato una soddisfazione! Oppure di raccontare un’epoca che ricordi bene. Ma se non riesco neanche a capire se per 700 si intende 700 o 1700. alla fine ho scelto la traccia numero 1. Inizio a scherzare dicendo se 5 parole mi bastavano per la sufficienza, oppure quando è salito il Preside oppure racconto il giorno di oggi… ehi… un attimo, questa idea non è malvagia.
All’inizio mi trovai in una situazione critica ma adesso mi ritrovo ad aver scritto ben 30 cm. di inchiostro.
Tutti i Bambocci che ci sono in classe cercano di trovare un modo per divertirsi senza farsi sgamare. Per esempio Antonio lancia delle pallottole di carta grandi 10 cm, oppure io che mi sto mangiando avidamente una cicca, Pino che canta “Sappi amore mio”® di Biagio Antonacci ® (e questo sarebbe un motivo in più per insultarlo), Andrea che vuole descrivere Hitler e questo offende Bobo.
Il problema è questo: quando ho letto di nuovo il titolo non mi ero accorto che oggi dovevo capire qualcosa di importante.
A questo punto: Luca riuscirà a capire qualcosa? Riuscirà a finire il tema alle 10.20? capirà il significato di 700? Quando finirà Beautiful? Tutto questo dopo la pubblicità…
Ma certo! Oggi ho capito che è sempre meglio leggere bene il titolo.

Sì, va be', ma…

 

 

…ma allora adesso in che stagione siamo?

Lapalisse

Il figlio (sms, ore 17,32): "Mi puoi prendere la carta da lucido perchè mi serve per 
                                     copiare una cartina di geo?"
La madre (sms, ore 17,36): "Torno dopo le sei! tu sei agli allenamenti!! quando la copi,
                                      la cartina, STANOTTEEE??!"
Il figlio (sms, ore 17,37): "Sì"