Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: dicembre 2007

Tegole

Essendo che dalle nostre parti si usa Santa Lucia, dopo il 13 dicembre di regali non ne girano più. Poi, essendo che siamo a casa da scuola (oggi ce l’ho su con l’essendo che, sopportate), a Natale si fa che ci son gli auguri, e la Notte Santa e via discorrendo, e amen. Guardate, è una bella cosa, perché così, oggi che tutti predicano il risparmio e basta alle orge dei regali!, e prima vi faccio un servizio sul Natale povero e poi ve ne faccio tre su come gli italiani hanno già speso la tredicesima, e poi vi scrivo quattro pagine su come trovare il regalino più trendy (che oggi va molto regalare saune e massaggi, sappiate), ecco… Così voi siete già in linea col Natale povero e non vi sentite troppo fuori casta se non vi gettate in pasto alle profumerie o alle gastronomie o alle gioiellerie.
Essendo, però, che la scuola è la scuola, capita che nei giorni prima delle vacanze di Natale è tutto un fermento. Arriva gente con borse, borsine e borsone. Magari crede di far credere che dentro c’ha i pacchi di compiti corretti. È solo che spunta un nastrino rosso tutto arricciolato, e non so voi, ma io di compiti in classe legati con nastrini rossi mica li ho mai visti. comunque. La prima collega si dirige con aria furtiva al cassetto di un’altra, poi si guarda in giro, fa finta di dover metter lì una circolare sul progetto di gemellaggio con la scuola cinese, e invece, sbàm, ci butta dentro un pacchettino (quello del nastrino). Il giorno dopo, crescita esponenziale, perché anche a chi non passava nell’anticamera del cervello che Natale è tempo di doni, ecco, anche a loro viene fatto presente che, sì, è tempo di doni. E che se uno dona, tu dovresti ricambiare, no?
Questo mi sconvolge. Giuro.
Essendo che (di nuovo) tendo a considerare le colleghe come colleghe e stop (hai una penna?, quando c’è il collegio docenti?, vuoi un caffè?), rimango colpita quando loro mi fanno trovare un regalo nel cassetto. Rimango colpita perché non so come ricambiare: cosa regalo a quella di cui so solo che insegna tecnica, ha male a una gamba e costruisce palle di Natale col patchwork e mi regala un centrino ricamato a punto croce con scritto Buon Natale? Cosa regalo a quella di cui so che ama gli animali e spende lo stipendio tra loro e creme di bellezza? Cosa regalo a Linda Legs, visto che Bocconcino non sono riuscita a impacchettarglielo? Cosa regalo alla collega che mi dice “hai capito che cosa ti ho regalato?” e io balbetto”certo, è un porta… un porta…” e lei si offende perché non ho capito che era un portabottiglie?
E soprattutto, cosa regalo alle tre colleghe che mi hanno regalato tre tegole (una per ciascuna) rifinite a découpage, più una renna ritagliata nel pannolenci?
Si accettano consigli, anche se ormai è troppo tardi, lo so.

Passate un interessante Natale, tanti auguri.

Orde statistiche

Ah, le udienze generali!
Comincia un po’ prima delle due, il pomeriggio. Un gruppetto di genitori dalla una e venticinque staziona davanti alla scuola, poi si appoggia negligente alla porta, che casualmente, sotto la spinta della mandria di avanguardia, cede, e si apre. Il gruppo spinge, entra, si mette a gironzolare nell’atrio con aria assente, e tenta di infilare le scale per accaparrarsi la pole position. La bidella Assunta blocca lo slancio. I genitori vagano. Entra uno di gran carriera, si guarda intorno, gli sembro abbastanza bidelligena e ci son solo io, così mi aggredisce: dov’è che si sale? Io sto incollando i festoni dorati al pannello della casa editrice (quindi, chiaramente, sono un’insegnante, perché appendere i festoni non è nel mansionario dei bidelli). Mi fermo, mi giro, e con un’incoerenza che ai miei alunni non perdonerei mai, rispondo al “dove?” con un “quando”. Si sale quando sono le due. Non si sale adesso? Osservo l’orologio, fa l’una e trentacinque. No, non si sale adesso. Non si può salire? Osservo il padre, fa tanto gruppo di recupero. No, si sale alle due. Alle due? ripete. Questo vuol prendermi per sfinimento, deve essere il padre di Gino, che chiede di andare al cesso sette volte ogni quarto d’ora. Ma rispondo solo: alle due. Lo guardo. Mi guarda. Decide che non ne vale la pena. Girella anche lui.
Non fosse per le tre colleghe che hanno dato appuntamento ai genitori alle due meno un quarto, si direbbe che siamo una scuola organizzata. Invece, alle due meno un quarto, una sciantosa con profumo al seguito fa: ho l’appuntamento con la prof Iena Ridens, e sale. Le altre, meno sciantose ma mica sceme, si guardano due secondi in faccia, si girano verso Assunta e fanno un coretto: abbiamo l’appuntamento. E salgono, e salgono tutti. Io no. Mi fermo ai festoni. Salgo alle due meno un minuto. Alle due sono in classe. Prego, accomodatevi. Sto in piedi (manuale di autodifesa per insegnanti) ma non sempre funziona. Qualcuna deborda, e parla, parla, parla, parla. Qualcuna è più sintetica, ma le viene da piangere quando parlo io. Qualcuna mi lascia parlare e poi mi racconta del nonno malato. Alla fine del pomeriggio, ho contato: sei mamme che mi hanno masticato del ciuingam sotto il naso per tutto il colloquio (la signora ha una  massa inquietante di colore azzurro che le spunta tra i denti…); quattro mamme con l’ombelico di fuori (signora, scusi, può togliere la pancia da sopra il registro?); una mamma col cellulare acceso, sì, ciao, come va, no, sono a udienze, e tu?, davvero?, no, qui c’è la fila ma ora tocca a me, adesso parlo con la prof… (una bella merda, avanti un’altra, torni a cellulare spento); tre mamme con le tette, di fuori (voglio dire, ci son tre gradi sotto zero, io c’ho il maglioncino a collo alto e la sciarpa, e sto ancora prendendo l’antibiotico per la tonsillite, queste che sono, donne bioniche?); cinque mamme con figli al seguito, vieni vieni che adesso la prof te ne dice quattro, ‘sto disgraziato, che a me mica mi ascolta (guardi, signora, con me è bravissimo, tiè!); tre mamme che insomma, la prof di mate ha un metodo un po’ così, sa com’è… (e parlarne con lei, no, eh?); sette mamme che diamo troppi compiti, come si fa, alle undici siamo ancora lì a fare le frasi di grammatica; nove mamme che non diamo mai i compiti, mio figlio non ha mai niente da fare; un papà magro magro e secco secco che mi trapana con due occhi di ghiaccio quando accenno che il figlio è un po’ distratto; un papà che è persino più basso di me, e si appoggia alla cattedra e mi guarda estatico e mi lascia parlare e mi sorride, annuisce, mi dà ragione, mi dà la mano prima di uscire e mi fa: scusi, ma lei chi è?

Otto minuti

Non so chi ci può credere, ma dopo una settimana intera di beata malattia, sono ripiombata nel clima scolastico nel giro di otto minuti.
Cioè, a otto minuti dal mio arrivo, avevo già saputo che, nella settimana passata (ti aspettavamo tutti, sai?):
Uno) Picchio è esploso due volte: la prima volta ha preso una nota dalla supplente (Picchio non sta fermo e dopo ripetuti richiami continua a gironzolare per la classe cantando a squarciagola), la seconda ha litigato con la collega Bifida Activissima, che ha scritto grande così sul registro: Picchio ha cambiato posto e guai se qualcuno lo muove da lì.
“Da lì” è attaccato alla cattedra. Alla mia cattedra. Sì, vabbè, alla cattedra di tutti, ma quando entro in classe me lo trovo lì, a due centimetri, lui, le sue gommine, i suoi temperini, i suoi righellini e la gomma pane con la quale fabbrica fantastici piccoli orci e brocche grigiastre. Mentre gli altri tirano fuori il quaderno di geografia, lui tira fuori la prima fila di gommine, io mi chino e gli mormoro nell’orecchio: “Picchio, io mica te la do la nota”, “No?” fa lui, e sorride. “No” faccio io e sorrido, “io ti rompo le gambe”. Ha messo via le gommine.
Due) Sto per entrare in seconda, ma la collega mi ferma e mi informa: c’è stata una rissa qui e là. Bon, faccio, ora entro e mi faccio spiegare. Entro. Hanno tutti un sorriso così: gli sono mancata. Meglio mettere subito le cose in chiaro: ho saputo tutto, bravi. Tossettine imbarazzate, sorrisi così così. E i sorrisi così così non sono il doppio dei sorrisi così. Nonostante l’apparenza, sono la metà.
Tu! Parla! Si alza il capoclasse (noblesse oblige) e comincia a raccontare di ‘sto orologio che alla quarta ora c’era e alla quinta non c’era più.
Orologio? Che orologio? Io mi aspettavo una rissa, mica l’orologio!
Allora il numero Due, dalla rissa, passa all’orologio che c’era e poi non c’era più. Chicco l’ha tolto, l’ha lasciato sul banco, così guardava l’ora meglio durante la lezione, il deficiente, e alla fine della lezione la lezione era finita ma lui non ha potuto controllare perché l’orologio non c’era più.
Bene, dico (bene, tanto per dire, eh!), domani mattina alle otto voglio l’orologio qui sulla cattedra!
Grande performance della prof. Voglio proprio vedere se il trucco riesce.
In ogni modo, ora la rissa diventa il numero:
tre) e così mi viene raccontata: Gigio ha picchiato Mohamed, però adesso Mohamed non c’è, perché è all’ospedale e Gigio non c’è perché non si sa.
Ora, Gigio lo so io perché non c’è: oggi c’erano anche due ore al pomeriggio e a lui viene l’orticaria tutte le volte che c’è il pomeriggio. Mohamed all’ospedale mi preoccupa, invece. Che gli abbiano rotto quella testaccia dura? No, spiega il capoclasse, l’hanno operato di appendicite.
E la rissa? La rissa è stata prima dell’appendicite, prof, e dopo l’orologio, prof.
Meno male che il 22 scade l’incarico di capoclasse.
Meno male che il 22 finisce la scuola e ci sono le vacanze.
Meno male che domani li portano via per le prove del concerto.

Meno male che mi sta tornando la febbre, così domani rifaccio la malattia e ti saluto.

Muscoli classici

Da lontano, quando entra dal fondo di sala professori, fa ancora la sua bella figura: magro, alto, atletico, passo molleggiato, borsone sport ultima moda, dondolante. Da vicino, be’, i capelli sono ben dritti in testa, ma ne mancano all’appello un bel po’; gli occhi sono sempre azzurri, ma borse e occhiaie e rughe ci sono. Da vicinissimo, poi, crolla un mito. O conferma una leggenda, vedete voi.
Vicinissimo, sì, ma che avete capito? Nel senso: quando decidete di avvicinarvi un tantino anche al suo cervello. Qui, duole dirlo, gioca la regola del contrappasso: tanto è sciolto nei movimenti, tanto è duro nei ragionamenti. Tanto l’aspetto è atletico, tanto il pensiero è pesante. Tanto è veloce il passo, tanto è lento il cervello. Vero è che io e il collega di musica saliamo al primo piano e poi, con il braccio libero dal carico di libri e registro, ci appoggiamo alla porta a vetri e ansimando rantolanti cerchiamo di riprendere fiato, mentre lui, hop, hop hop, è già su e dall’alto ci guarda compassionevole. Vero anche, però, che quando cerchiamo di spiegargli che le competenze da inserire nella pagella sono una cosa diversa da un onorario dovuto dopo un’ora di allenamento individualizzato… ecco, qui è lui che ansima, rantola, rotea gli occhioni, ci guarda smarrito e fa: “ma bisogna proprio farlo?”.
Non basta.
Un giorno torna dalla palestra dicendo che la famigerata terza b gli ha intasato i lavabi dello spogliatoio e ha annaffiato tutto il pavimento. Tutti lo guardiamo indignati chiedendogli quali provvedimenti prenderà. Nessuno. Come nessuno? Eh, sì, vabbè, ci ho parlato, sono ragazzi, han capito.
Il giorno dopo Wilbur, che è uno di quelli che han capito, durante una partita del torneo di calcetto atterra un compagno, lo calpesta, lo insulta, e viene buttato fuori. Dalla partita? Dal campo? Dal torneo? Dalla scuola? Dal regno? No, dalla momentanea azione. Poi rientra, riprende, calcia e scalcia, e quando la sua squadra vince ritira trionfante la medaglia.
Quando porta i ragazzi sul pulmino per la piscina, il mezzo si muove da solo grazie alle spinte che, dall’interno, si danno i ragazzi contro le pareti, sui sedili, e sul soffitto del mezzo. Lui c’è, ma tranquillo, è la naturale esuberanza dei tredicenni.
Poi, nel consiglio di classe, si cerca di parlarne, di ‘sti esuberanti che rompono alquanto le balle, ma tu parli di Ciccio e lui è fermo a Wilbur, tu parli di Wilbur e lui è andato a Mimmo, e rotea gli occhioni e dice: “ma cosa c’è che non va?”
Però ama la pesca, e appena può parte per lidi promettenti.
Quando è convinto di aver finito con la scuola.
Se gli fate presente che deve ancora compilare il registro e consegnare la programmazione, rotea gli occhioni e vi chiede: “ma perché, va proprio fatto? anch’io?”
Dopo mezz’ora in cui cercate di spiegargli che, se prende il vostro stesso stipendio, ha anche i vostri stessi compiti e doveri, vi arrendete e gli chiedete un consiglio sulla vostra mancanza di tono muscolare. Lui vi dà l’indirizzo della sua palestra e se ne va. Ne avete fatto un uomo felice.

lettera DA

Questo è stato l’ultimo anno che sono passata di qua.
Perché sono cieca ma non stupida.
Perché sono cieca ma vedo.
Vedo che non siete contenti di quello che avete avuto.
Vedo che qualche centinaio di euro (una somma enorme, e voi dovreste saperlo bene) non sono stati sufficienti per vedervi sorridere felici. Vedo che volete sempre qualcosa di diverso da quello che vi viene portato in regalo. Vedo che volete sempre qualcosa di più. Vedo che volete quello che hanno gli altri e non quello che è toccato a voi. Che non bastano le felpe cercate qui e là per essere sicura che fossero proprio quelle giuste, che non basta assicurare che, sì, si stringerà la corda e la gita desiderata sarà vostra, che non basta l’ennesimo gioco o l’ennesimo CD o la scatola superlusso di pastelli che fino a ieri sembrava il vostro desiderio più grande. Parole al vento. Come le promesse (prendimelo oggi, vale per santa Lucia, studierò, farò, sarò, portamelo per santa Lucia…). E che volete cose prima, e cose, ancora, dopo. Vedo che tre o quattro persone (genitori, nonni, sorelle) che si sono date la pena di girare, cercare, pensare, decidere, preparare un tavolo di regali (re-ga-li, gratis, superflui, non dovuti, re-ga-li) non sono bastate.
Perciò, dopo stamattina, do le dimissioni.
Dopo più di vent’anni di duro, onesto, e a volte soddisfacente lavoro, do le dimissioni.
Non siete più piccoli, la magia non c’è più, e voi non siete stati capaci di mantenerla viva.
Depenno questa casa dal mio giro.
Dall’anno prossimo, andrò da qualche altra parte. Magari da Gramos, che sarà contento, pensa un po’, se gli porterò in regalo delle medicine (non i piatti di dolci che avete avuto voi), e un po’ di vita normale.
Andrò da lui, sì. Sarà più contento lui, spero. E senz’altro sarò più contenta io.

Se questa è vita

Intanto, diciamo subito che tra cani, figli, marito, madre e nipoti, io respiro bene solo la mattina del mio giorno libero. Perché sono sola in casa e non ci sono per nessuno.
Ma le scuole dei miei figli (che non sono, fortunatamente, le mie) decidono di fare il ponte, il 7 dicembre, venerdì. Mio giorno libero.
Però.
Primo, io non insegno matematica, quindi tra il sette, l’otto, il nove, posso anche sbagliarmi.
Secondo: insegno italiano: e ponte significa ‘attraversare’, cioè andare da qui a là. Non significa andare ‘a là a là’. Mi spiego.
Se a Milano il 7 dicembre stanno a casa (sant’Ambroeus), bene. Affari loro.
Se l’8 dicembre si sta a casa tutti, in Italia, bene. Affari di tutti (lo dice la parola stessa).
Quindi, chi non è di Milano, sta a casa l’8. Punto e basta. L’8 dicembre era sabato, poi c’è la domenica. Tutta bella appiccicata lì. Come Milano è appiccicata a San Donato Milanese. C’han fatto un ponte, tra Milano e San Donato Milanese? Mica mi sembra (se l’han fatto, avvisatemi che tutta la mia costruzione mentale va a farsi friggere e cancello il post).
Comunque. Le scuole dei mie figli han fatto il ponte.
Però.
Visto che non potevano fare il ponte tra sabato e domenica (fin lì ci sono arrivati, wow), han fatto il ponte tra giovedì e domenica. Nel senso che: giovedì a scuola, sabato a casa, domenica a casa, allora cosa manca?, facciamo un ponte il venerdì (mio giorno libero). Già che c’erano, potevano fare il ponte da mercoledì, o da martedì, o da lunedì. Così era un ponte vero: da domenica a domenica, no?
Questo significa che io ho passato tre giorni in continua e assoluta compagnia di: ripasso di geografia, devo studiare trenta pagine di storia non posso stenderti la roba, mi sento il raffreddore, non ho più mutande da mettere, mi accompagni in città a prendere il CD dei Lordi (sic!), mi accompagni al supermercato a prendermi il correttore beige chiaro, hai stirato la camicia con le righine bianche, mi aiuti a fare una tesina su Italo Svevo.
Tra un no e l’altro (madre degenere) e qualche sì (quello delle camicie e delle mutande) avrei dovuto:
scrivere il verbale di martedì scorso,
stendere la sceneggiatura dello spettacolo di Natale,
buttar giù due progetti per martedì prossimo che se ci sono forse danno soldi alla scuola,
preparare la griglia per i giudizi di fine quadrimestre in modo che ‘sembri’ facile da usare,
smaltire quarantotto chili di panni da lavare,
trovare i calzettoni da rugby,
tirar fuori la giacca a vento con l’interno di pile,
accorciare un paio di pantaloni.
L’ho fatto? Ho fatto tutto? Eh, come no!
È appena saltato fuori che quella delle trenta pagine di storia deve portare per domani il riassunto di Eugénie Grandet. Potete immaginare che libro ho adesso qui davanti?

Buio alle spalle

Non posso dirvi il nome della nostra scuola, ma di sottotitolo fa “refugium peccatorum”. Perciò, c’è uno che “la vecchia scuola non andava più bene, c’aveva cattive compagnie”, dice il padre, “meglio toglierlo”?
Pronti, via di là, ecco qua. Lo porta il padre avanti e ‘ndré. Ogni giorno. Per via delle cattive compagnie, viene qui da noi.
In quale classe? La prima F, che consta di ventidue alunni tranquilli e civili? La prima A, che non ha nemmeno un bocciato e possiamo farle assaggiare la novità? La prima B, che di bocciati ne ha due ma nessuno fuori di testa? La prima C, con il tizio che si dà i libri in testa un’ora sì e un’ora no? La prima…
Insomma, dai, inutile che continui con l’elenco.
La classe scelta è la mia. E con classe scelta non intendo eccellente, pregevole, dotato di particolari doti o qualità. No. Intendo: che risulta da una selezione.
“Prof – mi chiama il Capo a casa – mi sembra giusto informarla che da lunedì avrà un nuovo alunno”.
Grazie, ciàpa sü.
E lui, il nuovo?
Di faccia sarebbe anche carino. Ha gli occhi un po’ piccoli, e il naso un po’ a punta, e le labbra un po’ sottili e lo sguardo un po’ sfuggente, ma mica ci formalizziamo per questo.
È un po’ sospettoso, anche, ma capiamolo. È appena stato sbattuto in un nuovo paese, in una nuova classe, con nuovi insegnanti e nuovi compagni…
Vecchio programma, però.
L’ha già rifatto due volte. Questa sarà la terza.
La sua terza prima.
Mi dà il suo vecchio libro di storia da vedere, così studierà lì quello che stiamo facendo noi. Vecchio? è intonso, il libro.
Anche il suo cervello, credo.
Quando parliamo dei re di Roma e Romolo e compagnia, dice che, sì, lo ha studiato, il re Giulio Cesare.
Quando parliamo di Giulio Cesare e barbari e Germani e guerre dice che, sì, lo sa anche lui che gli italiani han fatto la guerra con i germani di Hitler.
Quando prepariamo i grafici di geografia, mette frecce dappertutto e la temperatura la colora di verde perché la pianura è verde.
Però.
Però, insomma, il libro lo apre. I grafici li scarabocchia. Gli amici se li fa subito.
Questo è un grande obiettivo: si chiama socializzazione.
Ora (mercoledì, tre giorni dopo l’arrivo) gira per il corridoio durante l’intervallo con cinque che gli fanno da codazzo e vanno a menare, per conto suo, uno di terza B (che finalmente le prende, ma questa, vabbè, è un’altra storia); ha scritto apprezzamenti sugli attributi femminili di una compagna di classe, e li ha scritti sulla porta della palestra; ha convinto Nino che può tagliuzzare il banco con il taglierino e Giovanni che può dare cazzotti in testa a quello di prima A che gli scoreggia in faccia; ha mandato un pirlone a incollare al sedere di una compagna di classe un biglietto con scritto: hai la f*** che puzza.

Fa niente, fa niente, il papà sarà contento: finalmente si è allontanato dalle cattive compagnie.

Non avevo finito

Ovvero: la collega superchat – 3

Negli ultimi due anni, la collega Superchat è nervosa. Il precipitarsi dal virtuale al reale non deve aver funzionato troppo bene. La chair, la chat, il bed devono averla, in qualche modo, delusa. Le bruciature intorno agli occhi si moltiplicano, il labbrone superiore ormai deborda e vagola per conto suo, i pizzi non si vedono più, la pancia, invece, sì.
È chiaro che c’è qualcosa che la rode.
Forse è per questo che comincia a inviare lettere anonime ai colleghi di cui ha scoperto la mail? Forse è per questo che, tra i suoi nickname, inserisce anche delle identità maschili?
Forse è per questo che frugacchia ormai tranquillamente nella vostra posta elettronica?
Io non so. So soltanto che, un giorno, mi inviano una mail con allegato estremamente virale: sapete, una di quelle cose che lo schermo diventa nero, e comincia a coprirsi di numerini, e il vostro Pc fa ciao ciao con la manina e tutto parte per la tangente e voi rimanete lì con una scatola vuota e tutti i vostri dati persi? È solo che io la mail non la apro. Non la scarico nemmeno. La lascio a disposizione. A disposizione di Superchat.
Vi domanderete ora: e lei che fa? La apre? La legge? Scarica l’allegato impestante? Vede il suo computer che se ne va e trapassa?
Anche questo: io non so.
Però avreste dovuto vedere la faccia che aveva la mattina dopo, entrando in sala professori.
Sembrava lievemente irata.
Ma che poteva dire: scusa, ho aperto la tua posta elettronica e il mio computer è morto?
No, non poteva dirlo. Non lo ha detto.
Però è stata una gran mattina, quella.
E lei, dopo, si è gettata sul tecnico.
Il tecnico informatico che viene chiamato al soccorso due, tre volte la settimana perché ripari i computer che la responsabile del laboratorio di informatica (lei) non riesce a controllare. Il tecnico informatico che la scuola paga volta per volta per riparare i computer, mentre Superchat viene pagata tutta in una volta, la fine dell’anno, per le ore che fa a sistemare i computer che non riesce a sistemare.
So che sembra complicato, ma l’informatica è complicata, vero?
Ma non preoccupatevi: se avete bisogno di assistenza c’è lei, e c’è il tecnico.
Li trovate davanti alla macchinetta del caffè.