Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: gennaio 2008

Sempre Ssissssss…

Ovvero: se qualcuno pensasse che ho simpatia per le Ssis
E così, la Ssissina deve fare il tirocinio.
Perciò, va in una scuola è dice: son qui, devo fare il tirocinio.
Lo dice al Preside che ferma un’insegnante nel corridoio e dice: è qui, deve fare il tirocinio, la prende lei, prof?
La prof di solito dice di sì (la professoressa Salandra dice di no, così la Sissina rimbalza a me e la Salandra poi ride).
Io la prendo perché non mi dà fastidio che una arrivi ogni tanto nelle mie ore in classe, si sieda alle mie spalle e ascolti tutto quello che dico, prendendo appunti. Spero sappia discernere. Spero che quando dico: adesso vi tenete la pipì fino a quando non vi scoppia la pancia, lei questo non lo scriva, visto che il tema del suo corso è “laboratorio di analisi linguistica dei testi”.
Insomma, arriva una e dice: son qui eccetera. Il Preside mi ferma nel corridoio eccetera. Io dico: sì (punto).
La mia Ssissina sia chiama Tina, diminutivo di Concetta.
La mia Ssissina ha una supplenza da qualche parte.
La mia Ssissina non ha tanto tempo da perdere, deve studiare, correggere, fare supplenza, studiare per gli esami della Ssiss, portare i suoi alunni in gita e fare una marea di ore di tirocinio. A questo punto, o voi credete nella compenetrazione dei corpi secondo il modello orientale per cui corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, corpo mentale e corpo spirituale possono convivere in una visione globale che includa diversi ordini di realtà cosmiche, oppure la realtà cosmica che avete davanti è una sola, si chiama aula della classe seconda G e se la Ssissina che deve entrarci insieme a voi dovrà rinunciare a qualche altra realtà astrale (tipo dormire di notte).
Mi sembra elementare.
Se l’operaio di fonderia deve fare il turno dalle quattro di notte, mica può dire: sì, va bene, vengo in fonderia ma mi metto in un angolo e dormo fino alle sette, no?
La mia Ssissina lo dice.
Cioè, mi telefona (a scuola, mentre sto facendo lezione) e mi dice: vengo mercoledì, va bene? (sì, va bene), faccio tutte le cinque ore perchè devo finire per giugno, c’è poco tempo (sì, giusto, magari cominciare prima no, eh?), e poi c’ho l’esame (buona fortuna), sa… (sento una pausa) … devo darlo tra poco… (pausa), devo studiare… (pausa), così pensavo… (pausa pausa pausa)...
Non so, forse dovevo dire io qualcosa, invece son stata lì ad aspettare cosa pensava.
Non so, forse lei ha interpretato male il mio silenzio, perché si è messa a dire che lei, no, non è che non voleva fare le ore (la mia prof delle medie diceva: accusatio non petita…), non è che mi chiedeva di firmare la presenza in classe anche se lei non veniva (ah, ma grazie, ben gentile), no, lei veniva, io le firmavo le presenze (pausona… una pausona dove ho sentito arrivare da lontano un: però…), però (ecco) mi chiedeva il permesso (a me??) di venire nella mia classe e di mettersi in un angolo a studiare.

Perfetto: io pesto verbalmente Paulo perché nell’ora di italiano copia i compiti di inglese, ritiro il quaderno a Pippo perché nell’ora di storia fa i problemi di geometria, e poi porto in classe una insegnante che nelle mie ore fa i compiti di letteratura.

Ssisssss…

Fatto sta che un tempo bastava chiamarsi Socrate, Platone, Aristotele, Pitagora, ci si tirava intorno un po’ di ragazzotti e voilà, scuola.
Chiaro che non era corretto. Bisognava avere almeno una laurea.
E così fu. Vuoi insegnare? Studia, suda, laureati.
Però, non so, un Carducci, ad esempio, che cosa sapeva di didattica? Zero via zero. Figuratevi voi, che avevate studiato, sudato, laureato, ma didattica zero, e nemmeno (oltretutto) un po’ di rime barbare. Voi e Carducci, nella scuola, un’accoppiata perdente.
Cosicché, adesso, se sei laureato e vuoi insegnare, devi superare un concorso.
Ma io già insegno, dice uno.
Sì, ma magari non sei adatto.
Sì, ma insegno da dieci anni.
Sì, ma ora vediamo se sei adatto.
E dieci anni di alunni?
Eh, pazienza, ormai son rovinati, fatti esaminare che vediamo se puoi continuare.
Concorso riservato a chi ha già insegnato: a sfondo didattico. Fammi vedere come fai a far capire agli zucconi come si fa un riassunto, chi erano gli emigrati veneti, che cosa è l’arazzo di Bayeux.
E tu cerchi di far capire, obiettivi, strategie a medio breve lungo termine, sottobiettivi, finalità e prestazioni, verifica e valutazione, metodi, mezzi e strumenti e tempi. Ecco qui.
Concorso passato. Zero posti. Prima almeno eri supplente, ora nulla.
E per insegnare?
Per insegnare, caro, devi dimostrare di sapere in quale giorno mese e anno gli emigrati son partiti per il Brasile, e in che anno è stato annodato l’ultimo nodino dell’arazzo di Bayeux e come si chiamava la balia della regina Matilde. Sembra Rischiatutto ma è Concorso a cattedre. Significa: uno, che non gliene frega niente a nessuno se non saprai spiegare Guglielmo il conquistatore o i verbi transitivi, basta che li sappia tu; due, che però ci sono cattedre in palio.
Così, superi, e alla fine sali in cattedra (che poi è un modo di dire perché la cattedra è rasoterra, proprio ora che l’esplosione degli ormoni dei tuoi alunni fa sì che tu scompaia in mezzo a loro e una pedanina per sembrare un tantino più alta non sarebbe male). Insegni.
E dopo vent’anni scopri che adesso la tua laurea e il tuo concorso a cattedre non valgono più nulla.
Ci vuole altro, mio caro.
Ci vuol la Ssissssss.
Una specie di esame di stato. Se lo passi, e ti iscrivi nella fascia giusta delle graduatorie giuste, hai diritto al 50% dei posti disponibili. Cioè zero (il 50% di zero, è: zero), ma vabbè, si sa mai… Anzi ssisssssa mai…).
Per passarlo devi frequentare dei corsi.
Hai già quarant’anni? Lavori per mantenerti e non chiedere la mancia a tua mamma pensionata? Fa mi’a nulla. Ti metto i corsi al pomeriggio. Dalle due alle sette. A Milano. Un’ora di treno. E una al ritorno. Tuo marito sta per chiedere la separazione? Non è finita.
Devi provare sul campo se vuoi davvero di fare l’insegnante.
Sì, perché con vent’anni di supplenze, ferie non pagate, su e giù per la provincia, licenziamento a ogni fine anno, eccetera, non hai ancora convinto nessuno che vuoi fare l’insegnante.

Perciò ti trovi una scuola dove ci sia un preside che ti trova un’insegnante che ti fa fare il tirocinio nelle sue classi, nelle sue ore. Stai lì, e ascolti. Impara come si insegna, vecchia precaria.

Colte al volo

Ovvero: c’è modo e modo di cominciare la settimana

(italiano) Sono un alunno della seconda e abbiamo partecipato a un concorso del giornale da scrivere un pezzo da giornale, era molto difficile cercare l’argo ma dopo un po’ la maestra gli arrivò un idea, abbiamo in serito l’intervista di quattro ragazzi che avevano fatto un riordino, per me il lavoro era molto esclusivo che parlano della biblioteca, i giudici hanno meritato di più la scuola che ha scritto la riciclazione della plastica.
(storia) Un fossile guida servono a indicare in che ora è vissuto un nuovo ritrovamento, ad esempio se sabiamo che il tale pesce ed vissuto attorno al 1900 e il 1950 se lo ritroviamo sopra un fossile vorrà dire che il fossile è vissuto prima del pesce, se lo ritroviamo sotto un fossile vorrà dire che è vissuto dopo il pesce e verrà datificato con gli anni della presunta nascita e morte.
(geografia) La collina è come una grossa montagna arrotondata solamente più bassa, è alta 300 metri ma anche più bassa e fanno le coltivazioni invece le montagne rocciose non servono a niente. Le montagne sono molto più alte delle colline per il clima. La distinzione tra montagna e collina vale dappertutto se no non si capirebbe quando si va a sciare se si va in montagna.
Domani faccio educazione civica, eh?

Dire, tacer, soffrir e infin scongelamento

Due galli in un pollaio mica ci stanno, si sa. Figuratevi quando ci sono, nello stesso polla… Consiglio di Classe, due galline ex-coordinatrici e un galletto spennacchiato e un po’ imbolsito (e puzzolente, vabbè) come il professor Magli, che è il nuovo coordinatore.
In un’ora, dobbiamo preparare ventisei giudizi tipo quelli dell’altro post. Magli sbava un po’, sputacchia su un pacco di fogli e comincia a chiedere: Pippo ha un impegno proficuo, responsabile assiduo o solo sufficiente? Bifida sibila: responsabile! responsabile! Non vorrai mica dire che Pippo ha un impegno inadeguato! Lo sai che mi ha scritto un tema di diciotto pagine e mi ha studiato tutti i verbi irregolari a memoria e poi sua mamma è una collega e poi c’è Giogiò che lo disturba e Nicco che non fa niente e Diablo che continua a dire cretinate che poi io non lo so perché usiamo questa cazzo di griglia che ‘ste frasi fan schifo e io sono abituata a dire pane al pane e vino…
Ecco, giuro, a questo punto non ho voluto sapere a chi diceva “vino”. Ho assunto uno sguardo assente mentre pensavo che la griglia ad attributo maschile era quella della mia commissione, ma vabbè… Quando mi sono ripresa, Bifida stava puntando un dito su Magli e ordinava: scrivi questo! scrivi codesto! scrivi quello!
E lui scrive. E poi fa: e Pippo studia con continuità, con serietà, con assiduità, con superficialità, con senso del dovere, con discontinuità, in modo settoriale o adeguato alle capacità?
Bifida risibila: ah, io faccio italiano, non so niente, non lo so se studia, chiedi a quella di storia e geografia.
Indovinate chi è “quella di storia e geografia”. Io, sì.
Comunque, visto che sono stata chiamata in causa, apro la bocca. Mi rimane aperta mezzo secondo.
Poi lei ricomincia: perché Pippo sa un sacco di cose, si vede che si interessa, perché ripete tante cose, e sa tante cose, e se gli chiedi una cosa lui la sa, magari si confonde un po’, ma sa tutto della cometa di Halley, e quando abbiamo parlato del vallo di Adriano e tutti i miti e l’epica, perciò io dico che non c’è mica tanto da pensarci a che cosa scrivere se uno appena appena ha un po’ di serietà professionale [Magli non ce l’ha, evidente] lo sa già cosa scrivere c’è mica bisogno di chiedere, in fondo Pippo lo conosciamo da settembre e anche se io ho solo cinque ore ormai l’ho inquadrato, uno così, che…
Ecco, rigiuro, mi sono distratta di nuovo: il collega di musica, uno dei miei preferiti, stringe e lascia andare i pugni, a palmi in su, come se dovesse fare esercizi contro l’artrosi deformante o il tunnel carpale. Lo guardo interessata. Poi capisco, sta chiedendo di tagliare, di stringere, di piantarla. Inutile.
Dopo dieci minuti Lei è lì a decidere se Pippo ha rivelato ottime, buone, sicure, pronte, abbastanza buone, sufficienti, scarse, qualche capacità, e ci spiega perché ha deciso che, secondo lei, che fa l’insegnante da trent’anni e non ha bisogno di quella cazzo di griglia (sempre la mia)…
Dopo un’ora abbiamo esaminato i giudizi di sei alunni. Sei su ventisei. Un rapido calcolo: sarò a casa alle otto meno un quarto.
Meno male che c’ho le pizze surgelate.

Dire, fare, non dire, pagella, mancamento

Siamo da capo. Due volte l’anno mi prende questa angoscia.
È che non si può parlare chiaro.
Però i giudizi bisogna scriverli.
Ora, per chi è al di fuori della scuola, e non ci rientra nemmeno di striscio, spiegherò che le pagelle ora non son più le pagelle. Cioè, sono ancora le pagelle, ma da un po’ si chiamano schede di valutazione. E ci spiegarono che prima si fa la verifica (otto domande di geografia, nessuna risposta, la verifica è insufficiente), poi si valuta (ma poverino, però, è un po’ suonato, gli scappa la pipì sette volte in un’ora, si mangia la gomma a pezzettini, si dà le librate in testa durante l’ora di scienze, e grida “potassio, potassio” durante la spiegazione di matematica, vorremo mica accanirci nella valutazione finale?). La valutazione si fa con parole (niente numeri, siamo umanisti): ottimo, distinto, buono, sufficiente, e non cercate l’equivalente dei numeri che ve ne mancherà sempre uno. Dal sufficiente in giù son tutti non suff.
Meriti 2, meriti dal 4 al 5, meriti 5 e ½? Sei non suff.
I numeri comunque non li possiamo usare, perché saremmo trogloditi e passatisti.
Insufficiente non lo possiamo scrivere, perché i cuoricini dei nostri alunni non reggerebbero al colpo fatale (voi ridete, ma c’è pure una circolare che lo dice).
Ma insomma, andiamo avanti. Aprite la pagella e trovate: italiano, buono; storia, non suff; geografia, non suff; inglese, non suff e così via.
Poi chiudete la pagella e dietro c’è uno spazio per il “giudizio globale”.
Cioè, son due spazi (uno per adesso e uno per giugno).
Anzi, son tre spazi, per i tre trimestri, ma ogni settembre si alza la mano: chi vuol fare i trimestri? chi vuol fare i quadrimestri? Noi si sceglie il quadrimestre e i giudizi diventan due.
Nei giudizi finali c’è da fare un discorsino ai genitori, per spiegare che le sufficienze sono dovute alla pipì, o che le insufficienze sono dovute al pargolo che per quattro mesi (quadrimestre) non ha fatto una beata mazza (come direbbe la mia bidella).
Il fatto è che io non lo posso dire.
Posso dire che ha mostrato un interesse limitato ad alcune discipline (gioca bene a basket), un impegno saltuario (una volta, a novembre, ha fatto tre espressioni di algebra), rispetto ai livelli di partenza non ha potenziato le capacità di analisi e sintesi (vado è un verbo, gabinetto non è un verbo, posso andare ha il verbo servile, no è una negazione, prof, posso andare al gabinetto?, oh scemo, potenzia ‘ste capacità di sintesi!), di fronte alle richieste è in grado di operare solo se rassicurato (va bene, se ti decidi a fare il tema non ti sbatto dalla finestra), ecc. ecc.
Le cose tra parentesi non le posso scrivere.
Devo scrivere ventotto di quei giudizi senza le cose tra parentesi.
Ho un mancamento, potete rimproverarmi?

Ah, be', allora…

La madre (lievemente alterata, ore 7,30 di lunedì mattina): “Ti ho detto di non buttare sempre in terra le calze sporche, una di qua e una di là!!”
La figlia (tranquilla, due secondi dopo): “Ma non erano una di qua e una di là…”

The All Firmed

Un tempo, c’erano quelli che arrivavano con la cartella nuova. Poi quelli della magliettina firmata. Poi quelli delle scarpe da tennis supertecnologiche. Quelli del tamagochi. E ora quelli del cellulare e dell’i.pod.
Da me c’è anche il firmato tuttocompreso. The All Firmed.
Arriva e si toglie il bomber ultima moda con Gps incorporato, indeciso se appenderlo fuori, portarselo in aula o chiedere di riporlo in cassaforte. Entra e si siede al primo banco. Lo mettiamo lì nella speranza che impari qualcosa di più dei prezzi delle mutande di Dolce&Gabbana. Che ha le mutande D&G lo sappiamo perché occhieggiano tra i pantaloni bassi e il maglioncino di puro cachemire. Mentre spiegate che l’aumento dei prezzi nel 1500 colpì soprattutto i generi di prima necessità, lui, da vero hidalgo superiore a certe piccolezze, osserva e controlla se le frange della sciarpetta si sono arrotolate troppo e le pettina delicatamente. Gli fate notare a bassa voce che potreste pure strozzarlo, con la sciarpetta, e che si metta a prendere appunti, piuttosto. Lui abbandona la sciarpa, depositandola un po’malvolentieri accanto al cappellino coordinato che gli avete fatto togliere all’entrata in classe; abbassa lo sguardo per vedere se la “G” del fibbione della cintura è esattamente al centro e se la posizione dei piedi consente di notare la marca delle scarpette; estrae languidamente dallo zaino Invicta modello 2008 l’astuccio super accessoriato (anche se l’iPod lo lascia a casa,d a quando gliel’ho sequestrato e tenuto in ostaggio per venti giorni), tramesta un po’ e tira fuori una biro con piuma di pavone color fucsia, che da quel momento in poi ballonzolerà davanti ai vostri occhi ogni volta che il tizio cercherà di ricordarsi come si fa a scrivere su un foglio bianco.
Quando la penna-piuma non si agita più, e voi credete si sia ridotto a scrivere con una volgarissima matita nera, dovete ricredervi: in realtà, sta riempiendo il foglio di pupazzi a forma di topo, color rosa, pieni di fiocchi e di nomi di ragazze e di scritte “ti amo” circondate da cuoricini, colorati rigorosamente di rosa anch’essi.
Sarà per questo che la collega di educazione artistica dice che nella sua materia è un genio?

Basito

Il Preside entra in segreteria e chiede all’applicato:
“Per favore, mi cerchi il fascicolo dell’alunno Mario Bianchi di seconda G.”
L’applicato (cerca cerca cerca) al Preside:
“Non c’è, il fascicolo di Mario Bianchi!"
Il Preside, innervosito:
“Come non c’è! Cerchi bene per favore, Mario Bianchi di seconda G!”
L’applicato (cerca cerca cerca) al Preside:
“No, guardi, Mario Bianchi non ce l’ho. Non c’è!”
Il Preside, avvicinandosi, afferrando l’elenco che sta in cima ai fascicoli e (mumble mumble) scorrendo col dito:
“Ma come, non ce l’ho! Eccolo qui, il secondo dell’elenco: Bianchi Mario.”
L’applicato, illuminandosi:
“Ah, ecco, Bianchi Mario! Bianchi Mario ce l’ho.”
E sfila la cartellina porgendola al Preside.
Che l’afferra con qualche secondo di ritardo.
Ma tace.

Con la giustificazione della mamma

C’è Giugas, assente tutti i mercoledì, quando ha religione, italiano (due ore), geografia, matematica, inglese, tecnica. Si giustifica per malessere (non infrequente caso di mercoledite).
C’è quello che si giustifica per motivi famigliari (un motivo a settimana, e non indaghiamo).
Ci sono quelli assenti per indisposizione (generici, si richiede maggior precisione).
C’è quella assente (nell’ultimo mese) per vomito, dissenteria, problemi gastrointestinali, male di testa (precisa, sì, ma troppa grazia).
Ci sono i genitori nervosi, che giustificano il figliolo assente perché è stato male (e sia finita qui!) e perché non si è sentito bene (piantatela di seccarmi) e perché siamo andati via prima (dell’inizio delle vacanze è sottinteso, devi capirlo da te).
C’è Paulo, che compila lui le giustifiche, e cerca di essere creativo; è rimasto a casa per causa di dente, per causa famiglia, per causa famigliari, per causa male alla testa, per causa perso le chiavi (della scuola?).
C’è Tadeo, assente per documentazione ho dovuto portare mi figliolo a Milano (e ‘osa vuoi mai ‘he sia!).
C’è Alfetta, che spiega: assente per mala sanità (rivolgersi al ministero, prego).
C’è Micina, a casa per mancanza materiali (scusi, avevo dimenticato il cervello sulla scrivania).
Stamattina è arrivato Pulce, presente fino a sabato, assente ieri (interrogazione di scienze), tornato oggi, e giustificato per appendicite (il bisturi più veloce del west).
E c’è la madre-sfera-di-cristallo, che alle otto precisa: gentile professoressa, la prego di giustificare mia figlia che oggi alla una non si fermerà in mensa e uscirà da scuola perché sarà indisposta.

Bisonti

Ovvero:tutta colpa delle bistecche.
Esiste ormai, nella scuola media, una categoria di alunni fuori misura. C’han tredici anni e sono alti uno e ottanta. Peso, intorno ai 90 chili. Peso del cervello: 27 grammi (che è già un po’ di più del peso dell’anima, ma non c’è nessun guadagno ugualmente).
Si dividono in due categorie: i consapevoli e gli inconsapevoli. Son tutt’e due categorie dannose.
Gli inconsapevoli non si accorgono di essere improvvisamente diventati uno e ottanta per novanta e si spostano nei corridoi come quando erano uno e trenta per ventotto. L’altro giorno uno di prima è arrivato con il naso che sanguinava e un livido sulla fronte: un inconsapevole lo aveva maldestramente spiaccicato sul muro del bagno nel tentativo di dargli un buffetto amichevole sulla spalla. Nei bisonti, un buffetto amichevole ha un trasporto di 43 chili e una capacità di spostamento di 12 metri al secondo. Il locale cessi è largo due metri, vedete voi che cosa si può fare in due secondi (tenendo conto del muro piastrellato e dell’impossibilità di compenetrazione dei corpi).
I consapevoli se ne accorgono. E decidono che è giusto se ne accorgano anche gli altri. Tuttavia, per via dei 27 grammi, non riescono ad andare in giro da soli. Così, si mettono almeno in tre o quattro. 27 per quattro fa 108 grammi. Più di un etto di cervello in quattro. Così, riescono a partorire questo pensiero: mettiamoci a braccetto e avanziamo lungo il corridoio dell’intervallo in modo da travolgere chiunque si trovi sulla nostra strada. Detto fatto.

Allora gli insegnanti, astuti come volpi, decidono che ognuno stia nel corridoio che gli spetta (e ogni insegnante si gestisca la porzione di cervello che gli tocca in sorte). È solo che i cessi stanno da una parte sola, così che, quando trovate 81 grammi che calpestano quattro pivelli di prima media e li fermate e cercate di ricacciarli nel loro corridoio, la risposta dei tre cervelli è unanime: dobbiamo andare a fare la pipì. Alla settima volta che li trovate, mettete in dubbio la tenuta della loro vescica, ma è invasione della privacy e tentativo di lettura di dati sensibili. Dovete rinunciare a sottolineare la cosa. Vi tocca (voi, alte uno e sessanta per cinquantotto chili) prenderli per un braccio e minacciarli di calci nel culo fino al Monte Bianco, e loro si dileguano. Mica per altro: avete nominato il Monte Bianco e loro hanno creduto fosse l’Uomo Nero.