Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: febbraio 2008

Il Boss

Il Boss si presenta sotto vari aspetti.
Una cosa in comune: passa (inizialmente) inosservato. Poi te ne accorgi, che c’è, è lì, è lui, è il Boss.
Ma non per lui. Per la coda.
Va così: stai curando i rampolli che si strafogano in mensa e nel dopo mensa si sfogano lungo le piste di atletica e i campi di basket. Stai facendo il calcolo delle probabilità che durante il tuo turno di assistenza qualcuno si spacchi un dente o qualcun altro spiaccichi gli avanzi di puré sul giubbotto nuovo di Chiarina l’ochina. Stai contando, all’indietro, quanti turni di mensa ti toccano ancora prima della fine dell’anno.
Improvvisamente, il Mar Rosso. La folla rumoreggiante che corre, grida, ulula, sputa, inciampa, rutta, calcia, scalcia, piagnucola, si arrampica, svicola, palleggia, ecco, improvvisamente si apre. E come Mosè nel Mar Rosso, appunto, il Boss fende. E offende, anche, ma per il momento non lo senti. Lo vedi, soltanto. È alto uno e quarantacinque, ha gli occhi un po’ a mandorla, i capelli nerissimi e unti appiccicati al cranio, la camiciola bianca fatta su alle maniche anche in pieno inverno, le mani nelle tasche dei pantaloni, i pantaloni col cavallo a livello delle ginocchia, la coda dietro.
La coda (eccola) è fatta da tutti i tarlucchi di tutte le classi, che hanno bisogno di lui per avere dei punti. E lui ha bisogno di loro perché il Boss è, fondamentalmente, un vigliacco. Se ha meno di tre scagnozzi che possono gonfiare i pettorali e allontanare gli indesiderati; se si trova di fronte a più di una persona che vuole appiattirgli il naso con un colpo ben assestato, il Boss fugge. Va dal Preside a dire che si sente perseguitato. Chiama i genitori per dire che a scuola gli fanno la bua. Poi, davanti ai genitori in ambasce, vi ride sotto il naso e conferma di essere un angiolo venuto a rallegrarci in terra, se non fosse per quei cattivoni dei compagni che non gli danno la merenda, si fanno minacciare, si fanno pestare, non gli fanno strada nel corridoio durante l’intervallo, e non gli lasciano a disposizione tutti i gabinetti per quando gli scappa la pipì.
Se è italiano, i genitori arrivano e danno tutta la colpa agli stranieri. Se è straniero, i genitori arrivano e ci dicono che siamo razzisti.

Il Boss è il Boss e ha sempre ragione.

Questione di logica

Ovvero: poiché lavoro in casa non lavoro.

Premetto: lo so che c’è di peggio. Ho sempre davanti mio cugino che lavora in fonderia (sul serio).
Però.
Già mi devo sorbire la solfa dei sei mesi di vacanza (sì, certo, come no, non è una fortuna?, rispondo ora); già mi devo sorbire la menata delle mezze giornate di lavoro (oh, è fantastico, mi faccio un pisolo tutti i giorni dalle due alle quattro, dico sempre ora); già c’è il fatto che “ti chiudi la porta della classe e non hai un capo che ti rompe le balle, fai quello che vuoi” (io leggo tre quotidiani alla volta, ché tanto non succede niente, dietro la porta chiusa, si sa); già c’abbiamo uno stipendio che lèvati (a trent’anni di anzianità è uguale a quello di un tramviere con dodici anni di servizio, ho scoperto all’ultimo sciopero); già siamo obbligati all’aggiornamento (bene) ma ci dobbiamo pagare i corsi e i libri (tanto abbiamo i libri gratis…); ecco. Già tutta ‘sta roba.
In più, come ho constatato in questi due giorni, se io anche lavoro a casa, in realtà non lavoro.
Non per gli altri, almeno.
Sto cercando di ricollocare i livelli di competenza raggiunti al termine del primo ciclo basandomi sugli allegati 1 e 2 del decreto ministeriale del 2 agosto 2007 e tenendo ben presente le indicazioni altrettanto ministeriali per il curricolo?
Eh, che vuoi che sia! Puoi smettere un attimo e venirmi a mettere un cerotto? (una figlia)
Sto inserendo nel sito apposito i materiali appena elaborati tenendo come riferimento quelli curati dal gruppo tecnico all’interno di una logica di work in progress particolarmente significativa per cercare di creare una discussione e un confronto di idee?
Scusa, non ti ho ancora visto, oggi, non potevi venire a salutare, almeno? (la madre)
Sto centrando la nostra (scolasticamente parlando) attenzione certificativa sulle discipline che rappresentano il core curriculum individuato a livello (wow) europeo?
Puoi dare da mangiare ai cani, per favore, se no continuano ad abbaiare e non sento l’ultimo CD dei Lordi? (un figlio)
Sto cercando di raccattare qualche soldo partecipando al concorso altamente letterario sul tema ““E dopo maiale, Majakovskij e malfatto, continuarono gli altri fino a scrivermi matto”?
Perché non vieni giù a salutare la prozia, che non ti vede da ieri e poi dice che la trascuri? (la madre, di nuovo)
Ritorno a cose serie cercando di utilizzare come format delle competenze quello assunto dagli assi culturali?
Mi stiri la maglietta azzurra ché la metto per la gita? (un’altra figlia)
Fotocopio, taglio, incollo, preparo montagne di esercizi e esercitazioni da lasciare ai colleghi supplenti per quando sarò al convegno, altrimenti le classi salteranno loro in testa?
Sei ancora al computer?? (il marito, con aria molto disapprovante)
Eh, sì, son ancora qui. Mi diverto, in fondo.

Opportunità

Oggi è il mio giorno libero. Stamattina ho lavorato ai documenti di un convegno che ci sarà la settimana prossima. Oggi pomeriggio avevo un corso di aggiornamento. Nel frattempo ho fatto il bucato giallo e quello scuro, preparato il polpettone, lavato il bagno, e ricevuto sei (6, six) telefonate dalla scuola: avevo per caso il prospetto con tutti i giudizi di tutti gli alunni della mia classe nelle mie materie? Loro l’han perso e il ministero vuole sapere quante insufficienze abbiamo dato (il ministero ha buon tempo ma questa è la telefonata numero uno).
Non trovano più gli allegati con le linee progettuali disciplinari consegnati in novembre, ce li ho? E no che non ce li ho, sempre per via del computer morto, facevo conto su di loro per non doverli rifare (numero due). Posso far rifare dal medico il certificato per l’assenza del 7 novembre? Gli manca, forse l’han perso (eh, glielo chiederò, me lo rifarà e poi mi farà pure delle storie, e comunque numero tre). Perché non sono a scuola che ho una supplenza in terza C alla quarta ora? Eh, perché ho lo stesso cognome della prof Romeo, ma io mi chiamo Alfa, e lei Alfetta, vi siete confusi, oggi è il mio giorno libero (quattro). Scusa, c’è bisogno anche dei giudizi di tutti gli alunni in tutte le materie, hai per caso il prospetto generale? Cavoli, sì, stavo buttandolo via come carta straccia, ma lo stiro e vi leggo (cinque). È arrivata una circolare sul convegno della settimana prossima, da firmare. Ma… devo venire a scuola a firmarla, ora? No, no, la firmi domani, tanto è lì, non c’è fretta (e sei).
Si vede che gli mancavo.

Preferisco i pappagalli grigi africani

So che si chiamano “udienze”. Mi pareva, all’inizio, tanti e tanti anni fa, che si chiamassero “udienze” perché gli uditori erano gli altri. Io, mi pareva, dovevo parlare. Loro, di fronte a me, seduti o in piedi (meglio in piedi, così se ne van via prima), dovevano ascoltare.
Avrebbero dovuto ascoltare. Modo condizionale.
Il modo condizionale, io l’insegno, indica un fatto non certo, un fatto o un’azione non avvenuta. Al massimo, sforzandosi, un’azione possibile.
L’ho imparato, che l’azione non avviene. Che non ascoltano, loro. Che, per loro, non è possibile.
So che se si chiamano così, “udienze”, e c’è poco da fare: mi devo mettere lì ad ascoltare.
So che non posso pretendere un eloquio fluente, Le mille e una notte o Le avventure del barone di Münchausen, ma dopo tanti anni mi sono stancata anche di sentire sempre le stesse storie. Voglio dire, Sherazade, quando racconta le storie al re Shariyar, si sforza un tantino, se no quello l’ammazza. I genitori non hanno paura che gli ammazzi il figliolo, alla settantesima volta che mi sento dire che gli hanno tolto la palystation ma niente da fare, e si chiude in camera per ore, poverino, ma niente da fare, e studia studia fino alla notte ma niente da fare?
No, non hanno paura. Anzi. Insistono.
Signora, Lito non mi sta attento e mi chiede otto volte all’ora di andare al gabinetto.
Eh, sa, fa così anche a casa…
Signora, Giucas non studia, non porta i libri, non fa i compiti, risponde male e non sta mai zitto.
Eh, sa, è l’età, speriamo che cambi.
Signore, la sua Ale fa i lavoretti di Art Attack invece di fare gli esercizi di analisi logica.
Eh, già, ma sa quanti compiti gli date?
Beh, veramente sarebbe: sa quanti compiti “le” date
Eeehh??
Niente, lasci perdere, avanti un altro.
Eh, prof, sapesse che cosa sta passando il mio Diablito…
Oddio, no, non so niente, cosa?
Eh, prof, c’è il nonno che sta tanto tanto male e lui è così affezionato, soffre, non ce la fa a studiare.
Il nonno? Quello che era morto a giugno dell’anno scorso, proprio sotto gli scrutini?
Ehm… no, dunque… quello dell’anno scorso… sì, dunque… sa, ha sofferto tanto…
Il nonno?
No, no, il mio Diablito…
Ah, è per questo che l’ha portato via due settimane per carnevale?
Sì, prof, così si è ripreso, vero?
Eh, non so, dipende da che punto di vista. Vede, quando deve studiare…
No, no, prof, lo sa che va nella sua camera e io gli dico studia, studia e lui studia, e poi viene a casa e ha preso non suff, e io dico non pretendo ottimo, ma almeno suff, però gliel’ho provata io a casa e la-sapeva-tut-ta, poi non so a scuola perché prende non suff, anche se io gliel’ho detto che non lo mando più a basket se…
No, guardi, lo sport è…
No, mi scusi, mi lasci finire… che anche l’allenatore di basket ha detto che non riesce a quagliare, lui glielo dice di allenarsi e lui si impegna ma sa com’è, gli ho tolto la playstation (settantuno), gli ho tolto il Game boy, il Nintendo, e il WiFi e se non studia gli tolgo la televisione in camera, perch…
Guardi, forse la televisione meglio che…
No, no, mi lasci finire… che gli tolgo la televisione in camera anche se lui guarda tutti i documentari, sa, tutti, gli piace così tanto il Kilimangiaro e quell’altra degli animali e tutti quelli sui romani, che impara così tante cose sui Romani che
Però nella verifica su Roma ha preso gravem…
No, no, mi lasci finire scusi… che i Romani gli piacciono proprio, anche se date un po’ tanti compiti, anche matematica che, non voglio dire, ma tutti quei conti lì a cosa servono che oggi c’è il computer?
 
Preferisco i pappagalli grigi africani: gran parlatori anch’essi, si distinguono, però, per la loro intelligenza.

Le case di Gaudì

Sempre lui.
Che ha trovato chi gli dava abbastanza soldi per costruire i suoi giochi. Sì, è più forte di me, non riesco a non pensare all’architetto signor Gaudì come a qualcuno che giocava col mondo, con le regole implacabili che hanno tutti i giochi, e con altre che lui ha scovato e rispettato, implacabilmente, fino alla morte.
Ma insomma, il fatto è che questo figlio di calderaio, diplomato alla scuola superiore di Architettura di Barcellona, è riuscito a trovare famiglie piene di soldi che volevano mettersi in mostra. Ecco, magari oggi uno si mette in mostra perché compra sette Porsche o diciotto villoni in Sardegna o alle isole Mauritius. Ai tempi, uno si metteva in mostra perché ascoltava i deliri attenti e misurati e imprevedibili di un giovane architetto raccomandato da un conoscente. Me lo immagino, il riccone che vuole ben figurare, e quell’altro che gli va vicino e gli sussurra nell’orecchio: “Dammi retta, conosco uno, si è laureato da poco, ma ha già lavorato, guarda, c’ha di quelle idee… Vuoi che parlino della tua casa? Fagliela fare a questo Gaudì, vedrai…”
Così, se ne escono fuori queste due abitazioni: la Pedrera e casa Batllò.
La Pedrera si chiama così perché, fin da lontano, assomiglia a un grande blocco di pietra porosa, scavato piano piano da qualcuno che ci ha ritagliato dentro finestre e balconi, pensando alle onde del mare. In realtà, ovviamente, è ben altro, ma sapere che sotto c’è una struttura in acciaio, che segue esattamente l’andamento del lotto di terreno dove è stata costruita, non tocca la sensazione di essere entrati dentro una forma della natura. E vi trovate a girare per un appartamento dove qualcuno ha pensato a tutto: a costruirvi un balcone che si affaccia sul corso più importante della città, e a ordinare finestre che non si aprono come pensereste voi (sbatti un vetro di qua e uno di là), ma che si alzano con un sistema di tiranti, cosicché, alla fine, davanti non avete più niente, niente vetri, niente intelaiatura, niente stipiti, solo cielo e città. E un corridoio che lascia entrare luce dappertutto, e stanze né troppo grandi, né troppo piccole, dove ci sta esattamente quello che vorreste e di cui avete bisogno, che sia una cucina ergonomica, o l’asse da stiro con la cesta per i panni, o la casa di bambola completa di cappelletta e prete inginocchiato a pregare.
Ti viene voglia di saperne di più, di questo signor Gaudì, e così viene spontaneo percorrere al contrario il Paseo de Gracia e di andare a casa Battlò. Sappiamo che siamo all’angolo della discordia, con tre case accostate, stili diversi avvicinati, a rubarsi il palcoscenico, senza che ci si mettesse d’accordo su cosa era meglio. Entriamo a casa Battlò, nonostante l’esorbitante prezzo del biglietto, e cominciamo a toccare il corrimano, le maniglie che sembrano fatte su misura per le nostre dita, e a gironzolare a naso in su per scoprire se ciò che esce dal soffitto sono gocce di pietra o seni di donna. E a cercare di capire perché il soffitto ha sfumature diverse, più chiare più scure, quasi fossimo sotto il mare e vedessimo cambiare il colore dell’acqua. Saliamo le scale condominiali, su e su dentro un cavedio che cambia colore, perché Gaudì l’ha voluto tutto piastrellato, piastrelle chiare in fondo, per raccogliere più luce possibile, piastrelle scure in alto, perché sopra di voi c’è il vetro e il cielo, piastrelle spezzate agli angoli, perché tutto è morbido e rotondo, e finestre arrotondate, e legno a scaldare. Quando arrivate alle soffitte, credete di aver finito, ma no. Perché anche lì Gaudì è andato a appoggiare il suo tocco: pareti bianche e curve, che sembra di stare nel ventre di una balena, spazi per lavare, per asciugare, aperti per far girare l’aria e nessuna traccia di umidità o invecchiamento.

E tagli improvvisi nei soffitti,

che nascondono luci.                
Avete mai visto delle appliques
come queste?

Pubblicità!

Vi segnalerei qualcosa da leggere quando siete giù (o quando state per mangiare una merendina Kinder). Mettete il mouse sull’immagine e spingete il tasto sinistro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Meccanismi psicologici di difesa applicati

Spira una certa aria grama, da qualche tempo.
Dopo gli articoli sul bullismo, l’anno scorso, avevamo avuto una recrudescenza improvvisa e inaspettata dell’interesse dei genitori per la scuola: papà e mamme alle udienze, richiesta di fotocopie dei compiti in classe, avvisi firmati, assenze diminuite, e così via. Quasi che leggere dell’energumeno che solleva la cattedra in testa al professore avesse posto davanti tutti quanti alla dura legge delle probabilità. Se capita lì, potrebbe capitare anche qui. Se lo fa quello, potrebbe anche farlo il mio angioletto. Non ho mai voluto crederlo (miiiio fiiiggliiio??? Mai!) ma devo rendermi conto che forse, quando i prof mi dicono che ha impiastrato di cacca la porta del gabinetto, che ha inciso con cura il suo nome sulla formica nuova del banco, che ha lanciato un paio di forbici in direzione del compagno di banco… ecco, forse non mi stavano raccontando delle balle, ma la pura verità.
Come uno sfogo di varicella, tra incubazione e esantema, è durato poco.
Quest’anno c’è la reazione.
Ora che i mass media hanno smesso di gettare olio sul fuoco delle eleganti imprese del deficiente di turno, i genitori hanno dovuto riacquistare una parvenza di equilibrio. Come?
Adagiandosi, se possibile, nel noto meccanismo del ritiro primitivo: il genitore, stimolato dai professori a prendere consapevolezza della bestialità del figlio, si addormenta. Non ha nemmeno bisogno di fuggire dalla realtà o di distorcerla. Si addormenta proprio. Ed è inutile parlargli.
Ammettiamo, però, che cerchiate di svegliarlo, il genitore ritirato, e che ci riusciate, e che gli facciate vedere la fotografia del figlio che traccia sulle pareti del cesso apprezzamenti di un certo peso sulla fisiologia di una compagna di classe o sulla professione della madre di un compagno.
Verrà attuato, a questo punto, l’altrettanto noto meccanismo del diniego: il genitore osserverà la foto e dirà: quello non è mio figlio.
Commossi e turbati dal disconoscimento della carne della sua carne, sangue del suo sangue, fate notare il piercing che loro stessi hanno permesso l’anno precedente, come premio per l’essere stato bocciato con otto insufficienze gravi invece che nove.
A questo punto, il genitore chiamerà in soccorso l’idealizzazione. Se un bambino ha bisogno di credere che papà e mamma siano sempre in grado di proteggerlo da tutti i pericoli della vita, il papà (o la mamma) hanno bisogno di credere che il decerebrato che vi hanno posto in classe sia quanto di meglio possa capitare a loro, e a voi, perciò di che potete lamentarvi?
Bene, voi vi lamentate perché il figliolo in classe si toglie l’aureola e sputa sul compagno, non porta i compiti, e lancia pezzettini di gomma accuratamente tagliuzzati per tutta l’aula.
Scatta il meccanismo del controllo onnipotente: il genitore non percepisce l’esistenza di altri-dal-figlio, che magari vorrebbero agire in modo indipendente da lui (che ne so… per esempio i compagni vorrebbero seguire la lezione di grammatica, invece di difendersi dai proiettili che arrivano).
Allora voi mostrate la verifica del figliolo, e fate cenno a quelle degli altri. Il figliolo, ad esempio, è convinto che i pirati spartissero il bottino con William Shakespeare, mentre la regina Elisabetta modernizzava le aziende e le aziende recitavano nei teatri. Non è proprio così, spiegate voi.
E allora, qui, si arriva al clou.
Attraverso un salto carpiato triplo, il genitore fa suo il meccanismo della proiezione: quando qualcosa di interno viene considerato proveniente dall’esterno.
Il figlio è un grande, enorme, indefettibile, irreversibile ignorante?
La colpa, ovviamente, è dei professori che non sanno insegnare.
Ciàpa su.

Sette porte

Ci siamo andate, alle “7 Portes”. Senza prenotazione. Ci siamo fidate del Ciccio baffuto. Anche se il giorno prima avevamo visto il locale pieno. Siamo entrate e ci siamo scontrate con il caposala. Piccolo, era piccolo, ma agguerrito. Niente italiano. Molto catalano. Capello rado, spinto indietro dal gel, abito nero, parlata velocissima, incomprensibile. Quando ha saputo che non avevamo prenotazione, ha cominciato a scuotere la testolina, a fare “tch, tch, tch”, a pensare “queste qui vengono nel mio ristorante senza prenotare, pellegrine…”. Quando gli abbiamo spiegato del Ciccio, e gli abbiamo chiesto di sederci ugualmente, ha tirato giù una filastrocca velocissima in cata-castigliano, della quale abbiamo capito soltanto che non era divino, lui, e che, quindi, i miracoli non li poteva fare, e che se faceva così con noi poi arrivavano le torme di turisti a invadere il suo ristorante, eccetera. Insomma, cinque minuti dopo eravamo sedute a un tavolo vicino all’entrata. Dato che il ristorante si chiama “Sette porte” e lì ce ne sono tre, non era una sistemazione ideale, ma ci siamo rincuorate quando la cameriera-sommelier ci ha portato liste e vini parlandoci in italiano. Così abbiamo scelto. Spinaci con uva passa e pinoli alla catalana per me che non avevo fame, due padellate di paella, calamari alla romana e grigliata di pesci della costa per le due buongustaie, sorbetto al limone per tutte, acqua, e anche vino ma ora non chiedete quale ché io sono astemia.
Calmata la prima fame di Mitì e Robi, siamo passate alle seconda e alla terza. Giuro: non ho mai visto nessuno mangiare così tanto. Se ci mettete che io mi sentivo ancora acquietata dalle patatas bravas del pranzo, e il fatto che ogni piatto sarebbe bastato per due, capirete come mi preoccupassi delle mie due compagne di viaggio. Che invece, imperterrite, si sono spazzolate via tutto, tranne una fetta di pesce alla griglia non identificato, che poi hanno solo assaggiato per scoprire che pesce era e così, di assaggio in assaggio, ci sono andate alla fine.
Nel frattempo, abbiamo provato a chiedere dove si era seduto Einstein. Con la prima cameriera, ci è andata male, ha scosso la testa, ci ha fatto un bel sorriso e se ne è andata. Invece la seconda, peggio: ci ha guardato, ha lasciato cadere la mascella, ci ha riguardato, e ha borbottato “Anstin?”. Volevamo provare con Hemigway ma abbiamo rinunciato. Mi sono alzata a vedere chi si era seduto di fronte a noi, e sulla targhetta avvitata alle doghe di legno che coprono le pareti ho letto Pelè e Che Guevara. Sarei andata avanti a cercare, ma sembrava volessi annusare il piatto di ogni commensale presente, e mi sono riseduta.
Meno male che è passato di lì il Capo, e abbiamo chiesto a lui. “Einstein?” scuote la testa, e poi manda la cameriera a prendere un elenco di alcune pagine: da un parte ci sono le targhette pronte, dall’altra, in rosso, quelle già avvitate. Scopriamo che Hemingway non è Hemingway ma la nipotina, che sono passati di lì Gabriel Garcia Marquez, Josephine Baker, Lauren Bacall, Marcello Mastroianni e così via fino a Yoko Ono. Ci dice il Capo che lui ha una foto con Pelè, e che se Einstein non c’è forse è perché non c’è ancora pronta la targhetta, perché le stanno rimettendo tutte a posto. Cioè, le stanno riavvitando tutte qui e là.
Fantastico, vai lì, ti siedi dove credi abbia posato il culo (con rispetto parlando) Federico Garcia Lorca, e invece lì c’era stato Himmler o Francesco Cossiga.
Totale, centosessantadue euro e rotti. Abbiamo lasciato la mancia.

Aderisco!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Claudia Rivelli qui non c'è

Apri un blog e pensi: chissà che verrà a leggerlo. Poi ti accorgi che qualche disgraziato programmatore ha messo, dentro la piattaforma che così munificamente ti offre Splinder (o qualunque altro) un contatore, e cominci a guardare non chi c’è, ma quanti sono quelli che vengono a vedere. Il che all’inizio è divertente, se non che, a furia di controllare quanti sono quelli che arrivano nel corridoio, passi più tempo ad aprire il blog e a contare, che a scrivere per il blog o a lavorare seriamente per qualcos’altro.
Appena ti sei disintossicata e pensi chi se ne frega di chi viene o quanti, cominci ad aprire e riaprire il blog per leggere i commenti e meravigliarti che ci sia qualcuno che ti legge, e che perde il suo tempo per lasciare una traccia.
Appena ti sei abituato a queste conversazioni, e sono ormai diventate parte delle tue giornate (che pensarci bene sembra una cosa folle, ma è così), ti accorgi che puoi frugare nel blog per sapere come mai qualcuno è arrivato fin qui.
Da quel che ho capito, quando ho inserito nella pagina del blog un programmino che mi contava quanti passanti al giorno e quanti al mese, mi sono tirata dietro un sacco di altre statistiche. Il tal programmino mi dice anche la media degli ultimi quattordici giorni, degli ultimi ventotto, e le previsioni per la giornata. Tanto per capirci, oggi l’omino di Shiny prevede che arriveranno ottanta persone qui. Mah…
Comunque, mister Shiny mi racconta anche da dove vengono quelli che arrivano qui e, soprattutto, quali chiavi di ricerca usano per capitare sul blog della prof.
Ora, così, di primo acchito, una pensa che a cercare scuola, bidelle, alunni, pagelle, uno possa anche essere indirizzato qui. Presto il visitatore si accorge che queste pagine non sono proprio quello che cercava e se ne va, ma insomma, c’è un senso se uno digita su Google “modello di pagella” o “verifica di geografia” e poi uno dei siti che ne parlano risulta questo.
Quello che mi dovete, però, spiegare è perché, in qualunque mese io vada a cercare, la maggioranza assoluta di quelli che arrivano qui cercano Claudia Rivelli.
Vero è che, tanto tempo fa, devo averla citata in qualche post (che non ritrovo più); vero che leggevo (di nascosto) i suoi fotoromanzi, ma mica per lei, per Franco Gasparri, che era bellissimo e lo sarebbe sicuramente anche oggi, se ci fosse ancora; vero che la Rivelli Claudia è sorella della Rivelli Francesca in arte Ornella Muti…
Ma voi spiegatemi perché il 20% di quelli che sono arrivati qui in questa prima metà del mese, cercavano notizie su Claudia Rivelli; aggiungete quelli che cercavano “che fine ha fatto claudia rivelli” (spiacente: non-lo-so), oppure “claudia rivelli oggi” (guardate, giuro, non lo so), o ancora “claudia rivelli foto” (non ne ho), “ornella muti e sua sorella claudia”, “claudia rivelli cosa fa”, “claudia rivelli com’è adesso”, “claudia rivelli nel 2007”, “figli di claudia rivelli” (pure!), eccetera eccetera.
Non se ne può più di Claudia Rivelli. Ma se qualcuno capitasse qui ancora per lei, mi spiega perché la cerca? Grazie.
 
(però, guardate, capisco di più chi arriva su questo blog perché ha cercato “la lucertola muraiola”)
 
(diamine, ho parlato anche della lucertola muraiola?)