Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: marzo 2008

Dis-chronicity

Paulo a scuola riposa.
Si sdraia e ci lascia parlare.
Basta lasciarlo in pace.
Deve riprendersi dalle fatiche notturne.
Paulo arriva a scuola in ritardo. Sempre.
Sempre vuol dire tutte le mattine.
Ma soprattutto quando ha musica.
C’è una tenzone tra lui e quello di musica.
Quello di musica è il professore.
Lui è Paulo.
Quello del ritardo.
In ritardo anche sulle cose di scuola.
Va per i sedici anni.
Seconda media, niente studio, niente compiti, niente libri.
Voglio laborare, prof.
La-Vo-ra-re. Si dice la-Vo-ra-re.
Sì, prof, voglio laborare.
Eh, buonanotte…
Allora Paulo, perché vieni in ritardo?
Eh, prof…
(eh, prof una bella merda, ma non glielo posso dire)
Perché arrivi in ritardo quando hai musica?
No, prof, non arribo tardo quando ho musica.
… !!! …
Sì, prof, qualche bolta.
Vol-ta. Si dice Vol-ta.
Qualche bolta tardo, prof.
Sempre. Tu sei sempre in ritardo.
No, prof.
… !!! …
Sì prof.
Allora, domani hai musica.
Prima ora, musica, sì, prof.
Vedi di arrivare in orario.
Spero, prof.
Spero un tubo!, tu devi arrivare. In o-ra-rio.
Va bene, prof, io cerco.
Se arrivi ancora tardi, il prof di musica ti ammazza.
Sì, prof, lo so, prof.
E io ti faccio chiudere fuori di scuola.
No, prof, io bengo.
Io Ven-go, si dice io Ven-go.
Sì, va bene, bengo, prof.
Se no ti spezzo le gambe.
Eh, eh, prof, no, le gambe no.
E perché sei venuto in ritardo anche oggi?
Per l’ora.
Per l’ora di musica?
No, per l’ora dell’orologio.
L’ora legale?
Sì, prof, quella, io non sapevo, mi sono sbegliato tardi.
E che ore sono, adesso?
Le dieci meno dieci, prof.
No, Paulo, non vedi che sono le undici e venti?
Sì, prof, come dice lei.
E domani a che ora devi arrivare, eh?

Se mi sbeglio tardi, arrivo in ritardo.

Fugaci entusiasmi

Dopo aver sentito parlare spesso male dell’ultimo libro, ho deciso che non sarei ricaduta nella trappola Pennac, un tempo scrittore amato e letto e riletto, e poi deludente riciclatore di pezzi già visti e sentiti. Non lo avrei comprato, il suo ultimo libro, nemmeno sapendo che parla di scuola.
Però me lo hanno prestato (perché chi lo stava leggendo lo ha giudicato brutto prima ancora di essere arrivata a metà). Potevo non leggerlo? No, non potevo. Lo sto leggendo. È vero, per certi versi sta continuando a ripetere la stessa cosa (più o meno: ero un somaro e un mezzo delinquente, però ce l’ho fatta, grazie a quattro insegnanti che hanno saputo lavorarmi per benino), ma ci sono alcune riflessioni, buttate in mezzo a un minestrone di pensieri non sempre facile da seguire, che possono essere utili, far sperare, o, addirittura, entusiasmare. Per esempio quando scrive: “…spesso basta uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata, per dissolvere quei magoni [degli studenti], alleviare quegli animi [sempre degli studenti], collocarli in un presente rigorosamente indicativoNaturalmente il beneficio sarà provvisorio … Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione… ecc.”
Insomma, mi son detta, ha ragione! Suvvia! Che diamine! Sabato mi recherò in classe decisa a scomparire. E a ricominciare. Presente indicativo. Ora.
Poi ho preso in mano le verifiche di analisi logica. Ma fa niente. Mi son detta: cosa importa se Amebo sbaglia l’analisi logica? Se Va Lentina non ricorda il complemento di agente? Se Mike confonde il complemento di mezzo con quello di tempo? Orsù! Torniamo con viso e animo ilare nella nostra aula di seconda media, e ricominciamo per l’ottava volta a dire che, quanto meno, si ricordino che il complemento di specificazione è introdotto dalla preposizione “di”. Torniamo, lieti e fiduciosi che almeno questa unica, piccola, semplificata, banale osservazione metta radici e attecchisca, in attesa che le cipolle (definizione pennacchionesca) mettano qualche germoglio pure loro.
Non ce la faccio.
Non ce la farò, domani, a tornare in classe con animo ilare e ricominciante. Non ce la farò a guardare Amebo per dirgli: caro, non preoccuparti, anche se mi hai scritto che “estive” è un complemento di specificazione, ecco la mia benevola parola per te. Non ce la farò a riconsegnare il compito a Va Lentina, suggerendole con tono fiducioso: cara, ti avviso benevolmente che “gli oblò” non è un verbo (io oblò, tu oblai, egli oblà, ecc.). Non ce la farò ad avvicinarmi a Mike per spiegare, in modo equilibrato: caro cipollone, pela il tuo cervello dagli strati di preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, e cerca di ricordarti che “a te” non può essere un soggetto. Non ce la farò a chiedere serenamente ad Alì: ma se sul foglio ho scritto Germania, perché tu ricopi “germagna”? Se ho scritto “la catena alpina”, perché tu ricopi “la catenia della alpi”, senza nemmeno mettere la maiuscola?
Non ce la farò. E così nessuno, arrivato a sessant’anni come Pennac, nessuno scriverà di me: “in fondo, chi mi ha salvato dalla scuola” se non questa insegnante? Sigh

America! il ritorno

http://widget-cf.slide.com/widgets/slideticker.swf Sì, ci sono tornata. Alla mostra di Brescia intitolata all’America, paese sul quale oggi non scommetterei troppi centesimi, ma che là, in quelle sale, mi ha attirato di nuovo. Superando le critiche negative, le perplessità, i distinguo, i ‘ma’ e i ‘però’, io ci sono tornata. Perché non mi importa se gli impressionisti europei sono meglio di quelli americani, e non mi interessa se in una mostra d’arte non ci ‘devono’ essere distrazioni o deviazioni. Non mi tocca se un critico del Corriere di cui ora mi sfugge il nome (senz’altro importante, ma vabbe’) mi spiega che io sono un pubblico di bocca buona, che un tempo c’erano Pollock e Jasper Johns e ora, ahimé (ahimé lo scrive lui) ci sono solo Church e Remington. Il fatto è che, quando entri in quelle sale, un po’ ti senti dentro una mostra, un po’ ti senti dentro un Paese. Un Paese diverso, assoluto, grandioso, puerile, forse, a tratti naif, ma un “altro-da-te”. Che importa se “persino i recensori statunitensi ammettevano che il confronto con l’arte europea dimostrava la loto mediocrità”? Io non sono andata a Brescia a misurare chi è il più bravo, a dare la medaglia del valore assoluto a questo o a quello, sono andata a fare un tuffo in un Paese lontano, e diverso, nel tempo e nello spazio, in un viaggio duplice, dentro una pittura a volte immensa, la natura e la vita e quindi le emozioni, ma anche dentro la conoscenza della storia e dei miti di quella che allora era una grande nazione.  Perché a un certo punto, a metà circa della mostra, vi trovate in un corridoio largo, illuminato sul fondo da un filmato: c’è un uomo, là, che vi guida con voce pacata attraverso la Guerra di secessione, e mentre lui parla davanti a voi scorrono le immagini di un repertorio iconografico che si immagina immenso, ma che è stato scelto a mostrarvi bellissime fotografie d’epoca, carte geografiche, documenti ufficiali, in una proiezione multipla e simultanea di vari contenuti. Ma non c’è sovrapposizione e confusione, ma immagini che si ricompongono in un ‘immagine unica, affresco di un pezzo di storia americana. Più avanti, sarà la Frontiera a spiegarsi davanti ai vostri occhi, con la panoramica sulle popolazioni native, il racconto del viaggio di Lewis e Clark, le esplorazioni, le ondate dei coloni, e la vita dell’Ovest, vista con occhio disincantato, fino al termine del periodo eroico e all’inizio della sua spettacolarizzazione che si offre al mondo, per esempio attraverso il circo di Buffalo Bill. E poi, quando uscite da queste stanze, rientrate di prepotenza nel romanzo di questo secolo, fino all’emozione dei bronzetti di Remington, o ai suoi chiaroscuri, ai dipinti di indiani e cowboy che, sì, forse ricordano le copertine della domenica del Corriere, ma mostrano il disfarsi di un Paese che sta cambiando. Fino all’ultima sezione, quella dei ritratti, nella quale osserverete ma vi sentirete osservati, seguiti, controllati da certi occhi, da certi sguardi che è difficile dimenticare. È vero, la pittura non è tutto, in questa mostra. Se questo sia un bene o un male, non lo so.

So che, come dice Marco Goldin, la pittura è il centro e il motivo, ma accompagnata da molto altro. Soprattutto, sì, è vero, dal senso di meraviglia e della scoperta. “Come augurare a qualcuno un buon viaggio verso terre lontane, a lungo desiderate e tuttavia mai conosciute”.

Era ora, in fondo

La prof. Romeo è una brava persona. Probabile, però, che sia un po’ presuntuosa. Anzi, in fondo in fondo, lo è. Voglio dire, si presenta bene, non litiga mai con (quasi) nessuno, se hai bisogno fa, se chiedi ti dà, crede pure che tutte le colleghe, in fondo in fondo, siano brave e qualcosa qui e là insegnino anche loro, ma…
Come si sentiva già dall’inizio della frase, c’è un ma. Che sarebbe questo: ma lei, in fondo in fondo, crede che farebbe tutto meglio.
Tutte quelle storie della collaborazione e del lavoro di gruppo e ci coordiniamo e ci riuniamo eccetera, a lei vanno bene. Poi, però, va a casa e rifà. Meglio.
Succede che le altre dicano: ah, ma come hai fatto meglio, e secondo me è il caso che magari raccontano un balla, per loro basta che ci sia qualcuna che scrive per tutte e quelle son contente. Ma così quelle cementificano la presunzione della Romeo. Che è come se le altre dicessero: non sei presuntuosa a pensare che fai meglio, no, è che tu fai meglio.
La prof. Romeo con questo si frega con le sue mani, perché è da un bel po’ che le altre si riuniscono e collaborano e parlano dei mercatini di Natale o di capodanno o di Pasqua e poi dicono: l’unità didattica la fai tu a casa? che poi noi la fotocopiamo? E lei dice sì e va a casa e la fa. Che è tutto tempo che va. Ma la prof. Romeo, presuntuosa, pensa: io mica la consegno una unità didattica fatta coi piedi, me la faccio per benino. Che sotto sotto, in fondo in fondo, c’è il ragionamento: io la faccio bene, le altre la fanno coi piedi. Anzi, a essere precisi, ragiona: la farebbero coi piedi, se la facessero.
Presuntuosa.
La prof. Romeo, però, va d’accordo ugualmente con (quasi) tutti. Con la prof. T. Seguo, neanche da dire, quella esercita il parassitismo nei suoi confronti e alla Romeo va bene lo stesso, ché la simbiosi mutualistica con una che non sa i congiuntivi sarebbe troppo (che pensiero presuntuoso anche questo). Con gli altri, idem. Nel senso che va d’accordo. Per lo meno, lei crede. Magari c’è una che davanti cicì e bebè, e dietro le spalle bifida activissima. Ma non è che alla Romeo importi molto, del dietro le spalle (non so, anche qui ci sarebbe da dire che si sente superiore, forse? presuntuosa…).
E in effetti, presuntuosamente, divide e classifica i colleghi e le colleghe. Questo è intelligente, con lui parlo di didattica e dei mali del mondo; questa è scema, le chiedo da che parrucchiere è andata e sia morta lì (la conversazione, non la collega); questa è mezzo e mezzo, comincio a chiederle come va lo stomaco e poi vediamo. Però è gentile, la Romeo. Che se una si mette a parlare dell’artrosi, o che si è svegliata la mattina con la pressione bassa e la bocca storta (Omammamia), o che tutti gli alunni della terza sono delinquenti, lei ascolta.
E poi è fortunata: perché ne ha piene le balle di insegnare, ma le piace ancora imparare, così che entra in classe e pensa: vediamo come funziona questo metodo, o questo film, o questo progetto del cavolo che io lo faccio, magari imparo qualcosa anche da lì. Lei si diverte e i virgulti pure. I virgulti intesi alunni.
E poi c’è che quando spiega e le zucche-alunni rimangono in stasi comatosa, le vengono in mente delle battute che a volte sono cagate, ma che fanno ridere, così si svegliano, le alghe o le zucche che ha in classe, e poi vanno a casa e dicono: ma come è simpatica la prof. Romeo. È perché non si sono accorti che gli ha dato dei deficienti per tutta l’ora.
E poi c’è che è dotata di prole (e tutti, in più: ma che brava, come fai con tutti quei figli a essere così brava sul lavoro e lei dice: c’ho un casino in casa, e tutti ridono e pensano, che spiritosa la Romeo e non gli viene in mente che dice il vero), ma insomma, per via dei figli, mi ricordo quando una sua figlia ascoltava i Take That e lei andava in classe e diceva a Samantha: metti via la foto di Mark Owen!, e Samantha smetteva di guardare per aria, sognante, e faceva cadere la mascella e diceva: ma prof, ma come fa a conoscere Mark? E la Romeo: io so tutto, che un po’ scherzava ma un po’ no (presuntuosa). E comunque i virgulti le credevano.
Adesso, per esempio, fa lo stesso giochino con i Tokyo Hotel e guadagna punti anche così.

Mississs Ponis

La collega Ponis fa davvero compassione, perché è sempre in depressione (e ora la smettiamo con le rime che mi sembra poco rispettoso). Non è che sia proprio seriamente depressa, questo no, viene a scuola tranquillamente, ma certo ne ha passate un po’ di tutti i colori e adesso che poteva mettere i remi in barca e rilassarsi non gliela fa, non gliela fa proprio. La Robi, che è quasi una sua amica, le dice: su, ma dai, è ora di finirla, su, vieni, fai e disfa, ma lei, niente, non gliela fa. Viene a scuola tutta vestita di nero. Con la borsetta nera. Truccata di nero. Una volta esce un ragazzino dall’aula e grida: la Ponis c’ha un golfino grigio! Ma è stato un caso. Poi è tornata al nero. Meno male che adesso comincia con qualche capello bianco, che il bianco rischiara e dà quel tocco di luce così indispensabile alla donna d’oggi. Comunque.
Si siede in sala professori e sospira che non gliela fa. Poi va in classe e si siede alla cattedra e sospira: prendete il libro di grammatica. Loro aprono e lei fa leggere. Grammatica. Mah. Poi lo stesso con storia. Loro prendono il libro e lei lo fa aprire e fa leggere. Leggi e leggi, quando sono alla fine del capitolo, sospira e fa: adesso spiego, e così lo ridice. Cioè, guarda un po’ depressa sul libro, sospira e ridice le cose che ci sono scritte sopra. Poi quando lo ha spiegato così come si è appena visto, sospira e dice: ragazzi, puntualizzate. Che a me questa cosa della puntualizzazione la vorrei provare una volta o l’altra ma non mi avanza mai tempo. C’è da dire che, se non avanza tempo nemmeno a lei, lei sospira e fa: puntualizzate a casa. Che è una cosa anche utile, forse, perché metti Paulo che non fa un beato cavolo di niente e dopo l’ultima campanella si dimentica che esiste una cosa chiamata scuola, ecco, se gli dessi da puntualizzare, ecco, forse qualcosa gli rimane in testa anche a lui, no?
Ah, già, certo, non ho spiegato: si puntualizza quando si prendono le frasi topiche (che non è una brutta parola, vuol dire importanti, più o meno) del capitolo, o del paragrafo, o del capoverso, o di tutti e tre in ordine di importanza, e si scrivono sul quaderno di storia (se si puntualizza storia; se puntualizziamo grammatica, sul quaderno di grammatica e via discorrendo). Questo secondo lei. Quando è arrivato un ragazzo nuovo, però, che i compagni gli spiegavano fai così , fai cosà perché non sentisse troppo l’ansia del trasferimento, uno gli dice: tu puntualizza, prendi un po’ di frasi qui e un po’ là e le copi sul quaderno e la Ponis è contenta.
Contenta, diceva per dire.
Intanto, però, con ‘sta storia dell’apri il libro e leggi, e la Ponis che si siede in cattedra e sospira tanto che sembra il Dante della Vita Nova e invece no, lei vede solo la vita vecchia, con ‘sta storia, dicevo, si è creata questa simpatica catena di montaggio per cui: nell’ora di grammatica (‘ntanto che lei legge) si fanno i compiti di storia; nell’ora di storia (‘ntanto che lei fa leggere) si fanno quelli di matematica; nell’ora di geografia (che fa leggere pure lì) si sbrigano quelli di francese e vai che vai bene con tutte le opportune variazioni di orario.
A me, però, la Ponis è simpatica, poverina. Tranne quando va in classe e spiega che un po’  si scrive con l’accento. Ora io, due anni fa, mi sono iscritta alla Lega per La Difesa del Po’ con l’Apostrofo per vedere di evitare l’ulcera almeno lì, come faccio con una che dice che si scrive con l’accento?

Puntualizzo?

Grazie ai passanti

Ovvero: è passato un anno Google Internet Marketing Consultant , ma come, di già?, eh, sì, come vola il tempo, sembrava solo ieri, l’importante è la salute, ecc.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (Ovvero: ecco cosa ho fatto invece delle pulize di Pasqua) 

 

Acarina

La prof. T. Seguo è un’acara donna.
Zitti lì, non ho sbagliato a scrivere.
È un’acara donna se non consideriamo le dimensioni, ovviamente: gli acarina (volgarmente noti come acari e so che qui sul web più si è volgari più si è considerati perciò parlo di acari e amen) lo sapete tutti, sono animali di piccole dimensioni. Ora, della T. Seguo si può dire di tutto ma non che sia di piccole dimensioni. Ultimamente si sta raggrinzendo, ma forse è malata di restringite, e comunque, per ora, occupa ancora il suo bello spazio vitale, ed è caratterizzata dalla fusione del cefalotorace con l’addome e dall’assenza di segmentazioni evidenti. Un’acarina, appunto. A parte ciò, essa presenta un apparto boccale adatto a scavare e succhiare, ha zampe munite di uncini o ventose per aggrapparsi al substrato (didattico) delle colleghe, e le fa scomparire (le zampe, non le colleghe) quando non sente esigenze di locomozione (cioè spesso, e da qui le dimensioni). So che gli acari respirano attraverso la cute molle; e la T. Seguo? U-gu-a-le. Di differente c’è che gli acari infestano uomini e animali. Lei infesta le colleghe. Hai un film? Hai quel film? Hai fatto la scheda film? Hai una verifica di grammatica? Hai una prova di geografia? Hai quel libro di narrativa? Hai quell’antologia? Hai qualche poesia che parli delle madri? Hai una lettura che parli di adolescenza? Hai un brano di diario da fare leggere? Non conosci un libro che parli di due tipo contadini che si dovevano sposare, che forse lei si chiama Lucina o Lucia o Lucetta, ma il prete non li vuole sposare e lei viene rapita da uno e lui, che forse si chiama Renzo o Lorenzo o forse Jovanotti, va in giro e poi c’è in giro una malattia grave, ma alla fine si sposano e tutto finisce in gloria?
Adesso ha trovato un’ospite. Nel senso che scava e succhia soprattutto dalla prof. I. Faccio. Non pensate al parassitismo. Siamo seri e scientifici: si tratta di simbiosi mutualistica. Che se vogliamo essere, invece che scientifici, letterari, diremo un bel do ut des. Te mi dai la scheda film, io ti do i mie alunni per fare latino; te mi dai la verifica di geo, io spingo per far adottare a tutti il nostro libro di grammatica; te mi prepari il tema, io voto per la gita di quattro giorni a 335 euro; te mi prepari la rassegna stampa sull’Europa che io non sapevo che fosse unita, credevo fosse solo una questione che l’euro vale la metà e costa il doppio ma chi se ne frega sono milionaria, e io ti correggo le verifiche dei verbi mentre le altre quattro sceme sono lì che si dannano per scrivere le competenze di storia che chi se ne frega di nuovo, e vai che vai bene.
Le altre quattro sceme siamo noi del gruppo, che ci dissero: vedrai con la riforma come devi lavorare e coordinare e portfoliare! E noi coordiniamo e lavoriamo, anche se non portfoliamo più perché su quello s’è scoperto che era quasi fuorilegge. Tutte insieme. Tutte e solo quattro insieme. Perché la prof. Faccio (di nome Icami, abbreviazione di: I ca…voli miei) deve preparare l’uscita didattica e l’acarina la segue. Si chiama T. Seguo mica per niente.
 
p.s.: domanda: ma son tutte miliardarie a scuola tua? No, ma c’è una bella percentuale. Dice che vengono a scuola per comprare le borsette.

Sberleffo

Non mi sembra vero. Dovrei esser qui a preparare le mie cinque ore di domani, e sono qui a perdere tempo perché la mia scuola ha aggiunto un giorno alle vacanze di Pasqua e domani siamo a casa. Posso cominciare a stirare, allora.

Melaverda

La prof. Melaverda in realtà ha ormai l’aspetto da mela cotta, ma non ha ancora rinunciato alle sue pettinature color violacciocca quando la violacciocca è color rosso o porpora. La Melaverda non si chiama così, ma c’ha un suo perché se la chiamo così, che non dico, e che non è quello della fine.
La prof. Melaverda è una cara donna, giuro, carissima, ma ha un’irritante abitudine, anzi due. Forse tre. Comunque.
La prima: la Melaverda, detta, “in effetti”, vi dà ragione qualunque cosa diciate. Esempio: che libro di narrativa adottate? Io questo… io quello… io i Promessi Sposi. Eh, fa lei, anch’io (eccola) adotto sempre i Promessi Sposi perché è un testo pregnante e denso di significati e non è possibile non leggerlo e… A me fa schifo, dice Bifida (che, peraltro, lo adotterà). Eh, sì, in effetti, fa lei, non è poi questo gran libro, vero? Meglio non adottarlo, no, no, meglio non adottarlo, fa schifo. Io l’ho adottato e va benissimo, fa la prof. Faccio. Eh, già, in effetti (rieccola), forse è così importante che è meglio adottarlo, perché la cultura…, la letteratura…, le nostre radici…, sì, lo adotto. Ma i miei non lo sopportano, fa la prof. Melpomene. Uh, sì, in effetti, per i ragazzi è un po’ pesante, non lo adotto neanch’io.
Siamo una ventina, a parlare di adozioni. Fate voi quanto va avanti questa storia.
Meglio passare alla seconda abitudine. Quella di dire “la mia mamma mi ha telefonato, la mia mamma mi ha raccontato, la mia mamma ha comprato un rotolo di carta igienica”? Sbagliato. La prof. Melaverda, detta “anch’io”, ha già fatto, detto, o indossato qualunque cosa voi abbiate fatto, detto o indossato. Voglio dire, quando a Fontana gli è venuta l’idea dei tagli nei quadri, e intanto conduceva esperimenti paralleli con il ciclo delle nature in terracotta e con sculture in metallo, la Melaverda aveva un bel setto o otto anni, ma se glielo dite vi racconta che anche lei faceva i quadri coi tagli. Un giorno vi vede con un paio di jeans, ai bei tempi in cui portavate una quarantadue (di taglia), e vi dice subito che anche lei li portava. Adesso lei porta una cinquantanove, va be’, però anche lei, una volta. Vi racconto di quando anche lei aveva avvicinato i nuclei di deuterio e trizio e quasi quasi le viene una fusione fredda che Fleischmann e Pons si risparmiavano un sacco di lavoro, se la conoscevano?
Ma non potevano conoscerla perché (ecco la terza) lei abita in un paesone, poco aperto agli stimoli culturali proveniente dalla Mitteleuropa, troppo lontano dalle shoppin’ solleticazioni possibili nelle metropoli, chiuso, polveroso, arretrato, dimenticato da Dio e dagli uomini, tranne da suo marito che l’ha trascinata qui. Dopo averla impalmata, s’intende. Ah, invece, la sua terra d’origine! Ah, invece, la sua Cavriana! Ah, come le manca! Ah, allora sì, che era vita! Ah, allora sì, che poteva! Ah, allora sì, che era culturalmente stimolata.
Caspita, che ignoranza, ho pensato per anni: c’è questa metropoli culturalmente influenzata dalla Mitteleuropa, aperta, crocevia di genti e culture e pensieri, ricca di shopping e di natura (perché ci fa anche le marmellate, lei, a Cavriana), una meraviglia, ecco, e io non l’ho mai sentita nominare.
Per anni, ho pensato: te guarda, poverina, va be’ che dice “anch’io”, va be’ che dice “in effetti”, va be’ che dice “la mia mamma qui e la mia mamma là”, però anche lei, essere seppellita qui, in un posto di 14.000 abitanti, forse 15.000 in annate di incremento demografico eccezionale, eh, dai, che dispiacere.
Adesso, però, c’ho Internet, e così scopro che la metropoli culturalmente eccetera ha 3649 abitanti, e l’ultimo documento culturalmente interessante che ha prodotto è il regolamento per l’erogazione di contributi per tinteggiare gli immobili nel centro storico.

Indovinate con che cosa fa rima la prof. Melaverda.

Fuochi artificiali

Stamattina, fresca come una rosa, in sala professori, sono stata assalita, alla presenza di testimoni, da Marina la Maestrina (maiuscola d’obbligo). Mi guarda e freme un po’ con le narici (lei freme sempre un po’ con le naricione). Da lì, già avrei dovuto capire. Invece (che scema) no, non capisco, le faccio un bel sorriso e le dico ciao. Allora lei smette di buttare fumo dalle naricione, e sputa fiamme dalla bocca. Si può sapere, fa, a voce un po’ più alta del normale, e poi pausa. Il collega che compilava il registro ha fatto un salto sulla sedia e si è girato a guardare chi sbraitava. E anche lì, avrei dovuto capire, salutare, e uscire. Invece (scema di nuovo) no. Sto lì e aspetto che cosa si poteva sapere.
Si può sapere perché hai restituito la penna alla bambina?
Io? No, guarda, io non ho restituito niente, l’ha fatto il preside.
Na! Naaa! Naaaa! Il preside mi ha detto che sei stata tuuu!
Il preside non può averti detto una cosa del genere, guarda che…
Be’, be’, be’però ha detto che tu hai detto che qualcuno ha detto che non potevamo tenere noi la penna.
Sì, vero, ma c’eri anche tu, ti abbiamo chiamato per dirtelo, no?
E perché non lo hai detto prima a meee? Sei stata scorretta! Non sei stata trasparenteee!
[Qui devo dire che c’ha le sue ragioni, continuo a metter su peso, trasparente non sono di certo; a meno che lei non volesse dire un’altra cosa…]
Gu-ar-da, non te l’ho det-to per-ché lo a-ve-vo ap-pe-na det-to al Pre-si-de e lui ha cer-ca-to di spie-gar-ti…
Io sono stata corretta! Io ho la denuncia che mi hanno rubato la penna!
Sì, ma vedi, non potevi prendere una penna uguale alla tua solo perché l’hai vista. Ho chiesto a un mio amico avvocato e…
Aaaaaah! Addirittura l’avvocato!
Sì, e l’avvocato mi ha detto che non potevi prendere una cosa non tua, legalemente non avevi il diritto di…
Iiiiooo il dirittttto ce l’avevo! Io volevo fare gli accertamenti! Io avevo il diritto di fare gli accertamenti! Io ho fatto la denuncia ai carabinieri! Io avevo il diritto di cercare la mia pennaaaa!!!
Be’, non in quel modo, però. È questo che ho detto al Preside e lui ha detto a te che…
Noooo! Lui non me lo ha detto dell’avvocato! Perché non me lo ha detto? Te lo inventi tu!
[Qui, avviso, eran già passati quasi dieci minuti, il collega era fuggito, altri due erano entrati in sala prof e avevano fatto subito dietro front, io dovevo andare in classe, avevo un po’ perso la pazienza, e mi sono detta: vediamo fin dove mi posso spingere per aprirle la mente, e così le ho detto:]
Prova a chiederti perché il preside non ti ha spiegato bene dell’avvocato ma ti ha detto soltanto che non potevamo tenerci la penna della ragazzina. Te lo chiedi?
E perchéééé? Eh?? Perchééé???
Perché, vedi, non hai afferrato bene la questione legale. Tu non hai capito bene che…
Ah! Ah! Ah! Perché tu invece capisci, eh? Sei tu che non capisci!!
[Qui, avviso, ho ripreso la pazienza, e ho pensato che forse, se le spiegavo bene e piano, capiva anche lei, e le ho detto:]
Vedi, Marina, io invece capisco che tu, pur essendo stramiliardaria, volevi indietro la tua penna, ma non era quello il modo di prenderla. In quel modo è come se l’avessi rubata anche tu, dal punto di vista legale tu…
Aaaah! Non è vero! Non è vero! Io sono stata correttissima! Potevo portarmi la penna a casa, e invece l’ho nascosta a scuola, l’ho fatta nascondere dal bidello, non l’ho portata a casaaaa!!
Eh, brava, così ci hai reso tutti complici, lo sai?
Ma va’, va’, ho capito che tu sei una persona scorretta, io ho agito bene!
Ma, scusa [le chiedo sinceramente interessata], tu sei laureata in giurisprudenza?
Aaaaah! Cosa c’entra! Cosa c’entra! Io sono stata corretta, e potevo fare gli accertamenti, e tu perché sei andata dal Preside?, dovevi venire da me e dirmelo a me (sic)!!
[Qui, avviso, erano passati altri cinque minuti, conditi anche di: tu dai retta a quella gente, e quella gente io la conosco, ecc., e poi anche: voglio vedere la mamma e la famiglia, e io mi ero agitata un po’, e ho pensato che, qualunque cosa le avessi detto, non avrebbe capito, e le ho detto:]
Ma scusa, vuoi vedere la famiglia, perché?
Perché mi dimostrino che la penna l’hanno comprataaaa!
Ma scusa, tu ce l’hai lo scontrino della tua penna?
Ah ah ah! Ma figuuuurati! L’ho comprata l’anno scorso!
Be’, anche loro, sai?
[Qui, ammetto, devo averla colpita in qualche angolino del cervello, perché ha fatto una pausa di dieci secondi, cercando di assimilare la cosa. Duole ammetterlo, ma non ce l’ha fatta, e si è ripresa subito, con un salto carpiato doppio:]
Cosa vuol dire, quellllla gente dà un’educazione ai figli diversa dalla nostra! Non sono come noi! Io lo so, ce li ho avuti!
Eh, brava, ma vedi, adesso, perché sono venuta da te solo le prime tre volte e poi non sono più venuta?
E perchéééé? Eh?? Perchééé???
Per-ché tu non ca-pi-sci. Tu non ca-pi-sci quel-lo che u-no ti di-ce.
Iaaaah!!! Io capisco tuttoooo! Sei tu che sei scorretta e non dici le cose come stannooo!!
E se ne andata a narici per aria.
 
[Qui, avviso, se avete un altro lavoro da offrirmi, ci mettiamo in contatto, eh?]