Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: maggio 2008

La prima

Alla fine, quando mi ero messa a parlare di cose strane che succedono, e orari e tagli di cattedra e cambi di classe e così via, volevo soltanto dire che, dopo vent’anni in cui ho passato tutte le ore di cattedra davanti alle facce di una classe sola, quest’anno sono stata divisa in due. Metaforicamente. Un po’ di ore in seconda, un po’ di ore in prima. Le ore in prima sono cinque, strappate con le unghie e con i denti
ai colleghi di lingua straniera che non sanno più da che parte girarsi (insegnano due lingue e gli han tagliato le ore pure a loro),
a quelli di matematica che è ora di finirla con quelli di lettere che monopolizzano la classe,
a quelli di ginnastica che, mens sana in corpore sano, fanno solo due ore settimanali se gli va bene e infatti abbiamo alunni suonati come un citofono e fuori come un balcone (se mi passate i paragoni architettonici),
e così via, che anche qui ci sarebbe da fare un bel discorso sulle ore, ma, se comincio, di nuovo mi dimentico di parlare della prima.
La prima (intesa come classe) sta in una aula costruita poco più di vent’anni fa e progettata per classi da venti virgulti con la stazza di allora. Ora ne abbiamo ventisei con la stazza di oggi. Praticamente, non ci si gira: se a uno cade una matita, per raccoglierla deve dare una gomitata a destra e pestare una cartella a sinistra, quello della gomitata di solito risponde con uno spintone, così quello della matita la raccoglie e gliela ficca in un occhio, e voi non vedete niente perché quello che gli han pestato la cartella l’ha raccolta e sta facendovi vedere che gliel’han pestata e, sempre per via che non ci si sta, in quell’aula, mentre è venuto a farvi vedere la cartella pestata ha spazzato via tutti gli astucci dei banchi vicini, e voi non sentite cosa vi dice perché i vicini di banco stanno facendo un coretto che suona: proooof, mi ha buttato giù l’astuccioooo, e pagamento entra la bidella a chiedere se ci sono assenti, ma non ci passa nemmeno lei, così vi viene voglia di uscire, almeno si libera un po’ di spazio e voi riprendete a respirare normalmente.
Invece state lì.
A guardare:
16 maschi e dieci femmine, e se credete che questo non c’entri, provàtelo;
otto stranieri misti (maschi e femmine) nati qui, nati là, arrivati sei anni fa, arrivati sei settimane fa, arrivati ieri;
quattro bocciati (misti maschi e femmine, misti stranieri e italiani, tra cui Giulietta che è grande la metà ma come bocciata vale due e Marika che è grande il doppio ma come bocciata vale tre);
Darmor, evaso da altra scuola che viene a scuola senza quaderni, e perché?, eh, prof, li porto quando c’è bisogno;
Toni, un equilibrista del righello e della sanità mentale, pastelli nelle orecchie, granelli di mora da sputare sui compagni;
un primo della classe che continua a ridere;
Valeria la seria che continua a ridere;
Chiarona che piange se le fai una domanda (chi era Carlo Magno?, lacrime; quanto è lungo il Po?, lacrime; ti fermi a mangiare in mensa?, lacrime; hai visto che bella giornata?, lacrime);
Picchio che strabuzza gli occhi e costruisce carri armati mentre alza la mano a chiederti se Taizu è il nome Zhu Yuanzhang o di Zhu Jianshen intanto che tu stai parlando di Filippo IV il Bello;
Dado Lesso che dorme sdraiato sul banco;
Giogiò che si fa la cresta sopra al cranio, visto che dentro al cranio non c’è niente;
Nicco che strappa pezzettini di carta dalle pagine del diario ma non chiedetemi perché;
e così via.
 
L’anno prossimo, alternanza, alternanza, non ce li ho più

Giustificazione, 2

E così, dopo essermi giustificata perché giravo troppo da queste parti, ora mi tocca giustificarmi perché me ne sto lontana, a causa di lezioni,
interrogazioni,
pacchi e pacchi di compiti da correggere,
relazione finale da preparare,
relazione per la Sissina da inventare,
spettacolino di fine anno da scrivere,
un elenco di libri da acquistare che ce li paga lo stato e non capisco perché lo devo fare io ma così è,
un progetto di spesa per un progetto che ci han già dato i soldi e se non li spendiamo ce li tolgono e qui lo so perché lo devo fare io ma è meglio che non ci pensi,
e due verbali da fare
e ancora lettere da scrivere e spedire a casa prima che i genitori dicano che il giovanotto era bravissimo a scuola e loro non sapevano niente degli spinelli e del fegato che è una ghiandola salivare e i negri li hanno asportati dall’Africa e il mio compagno di banco è complemento di compagnia e il dinamometro e fatto di amido e allora si può sapere perché ha preso insufficiente,
e registri da compilare che son fermi a marzo ma non andate a dirlo in giro,
e una bella esercitazione di storia così domani lavorano come matti e stan zitti,
e in più provare la lezione sull’Alto e Basso medio Evo alla figlia di mezzo (che peraltro ha perso il libro di storia),
e costruire un compressore con soppalco per il figlio piccolo che lo porta all’esame come lavoretto,
e cercare gli occhiali da vista che ormai mi arrendo li devo proprio usare ma non so più dove sono,
e aggiustare il telefono della madre che non va, non puoi dare un’occhiata?,
e, misericordia, mi viene in mente ora che devo preparare pure la proiezione di una serie di fotografie che facciano da sfondo allo spettac

Giustificazione

Casomai qualcuno facesse caso a quando rispondo ai commenti e a quando posto, e si chiedesse se sono attaccata alcomputer da mattina a sera, vorrei spiegare che devo dire in 28 modi diversi come sono andati i virgulti quest’anno. Si chiamano giudizi globali, viaggiano sulle duecento, duecentocinquanta parole l’uno, perché non riesco a dire le cose in meno spazio, spettano a me perché sono la coordinatrice, e dopo tre o quattro di essi ho biosgno di trenta secondi di pausa e mi faccio un giro qui. Dopo nove o dieci non mi basta più nemmeno fare un giro qui, e mollo. Ma poi torno e ricomincio. Altri due o tre, e pausa. Un altro e pausa. E qualcuno doppio, perché non sappiamo ancora se bocciare o no, quindi ne scrivo due. Nel caso.

Potrei spiegare meglio ma ho un po’ di vomito.

Gli articoli

Si fatica molto a far comprendere ai virgulti il perché dell’uso degli articoli determinativi e indeterminativi. E infatti io sono del parere che certe questioni di teoria pura si potrebbero demandare a quando (sempre in teoria) le menti fanciulle siano strutturate per comprendere l’astratto, magari in terza media, o alle superiori.
Comunque.
Ingeriti cantilenando al tempo della prima elementare , il lo la i gli le un uno una sono una parte trascurabile del discorso, secondo loro. Se poi cercate di teorizzare l’uso di detti articoli, astraendone il concetto chiave partendo dalla struttura del sistema (per esempio) dell’articolo determinativo, quadripartito in articolo maschile e femminile e, per entrambi i generi, in forma debole e forte, ecco, se tentate un’operazione teorica di questo genere, vedrete i virgulti trasformarsi in alghe e lì rimanere.
Epperò.
Epperò, per le misteriose alchimie della lingua che penetra nei loro cervelli e gira il motore della comprensione a loro insaputa, capita che non sappiano la teoria, ma afferrino al volo la pratica.
Ora, trascurando il fatto che ‘cervelli’, mi rendo conto, è una parola grossa, vorrei mettere l’accento sull’uso che fate degli articoli. Il consiglio è di usare quelli determinativi.
Non si fa un dettato ortografico. Ora, ragazzi, si fa il dettato ortografico.
Non si programma una verifica di storia. Si programma la verifica.
Entrando in classe, voi non siete una delle loro insegnanti, siete la professoressa di lettere.
Un dettato, ricordate, lascia spazio a futuri eventuali dettati di recupero, perciò perché devo impegnarmi per questo? Ne farò un altro. Una verifica è solo una delle tante di cui è lastricata la vita, e la vita ha ben altri problemi che una verifica.
Ma il dettato potrebbe essere l’ultimo della mia vita.
Ma la verifica porta in sé qualcosa di definitivo, immanente, inevitabile.
Quindi, meglio studiare. E, per chi non studia, meglio sapere che non sarà una passeggiata, ma la catastrofe.
Fino alla prossima verifica, vero. Ma intanto che sappiano che quel giorno si stanno giocando un pezzettino del loro futuro.

A ridaje

Prendete un grande quotidiano a tiratura nazionale. Compratelo al sabato, che vi affibbiano anche un pacco di fogli tutti tirati a lucido. Tornate da scuola, mangiate, spreparate la tavola, lavate i piatti e mettetevi lì, ad informarvi sui mali del mondo. Ora, se siete riusciti a superare il nucleare, il ponte, i margheriti (sic!), e Naomi-adesso-un-figlio, vi potrebbe scappare l’occhio sul fondo di pagina 23, dove il ministro dell’istruzione (di nuovo ex-pubblica) annuncia: “l’ora di educazione civica va ripristinata in modo forte” e anche “l’ora di educazione civica non deve essere un’ora di svago”.
Ecco, chi glielo dice a tutti gli alunni della mia scuola che finora siamo stati fuorilegge? Ché abbiamo svolto sempre l’ora di educazione civica in modo forte? Che non li abbiamo mai fatti svagare un po’, durante l’ora di educazione civica? Già questo mi spaventa un po’.
Ma non basta. Poco più avanti, il giornalista mi informa che l’educazione civica era ininfluente sul profitto. Merdaccia! (scusate) E io che ho sempre fatto studiare e interrogato e dato giudizi anche in educazione civica? Mi aspetta una marea di ricorsi, mannaggia!
Ma non basta. Il giornalista ci informa che la Moratti l’ha ribattezzata “educazione alla cittadinanza” e le ha affiancato altre cinque educazioni (ambiente, salute, stradale, ecc. ecc.). Merdaccia, di nuovo! E io che l’educazione civica, nella programmazione, l’avevo chiamata “educazione alla convivenza civile” e lì dentro ci dovevo fare stare sei educazioni, dalla cittadinanza al sesso? Si vede che avevo una copia fallata delle indicazioni nazionali.
Ma non basta: mi informano che i libri di educazione civica da anni finiscono intonsi sui banchi del mercatino dell’usato. Ma perdindirindina! E io come faccio? Che il libro di educazione civica non l’ho più fatto comprare per via del tetto di spesa ma per fortuna adesso tutti i libri di storia comprendono anche la parte di educazione civica e così aprivamo le pagine e studiavamo lì?
Verrò accusata di non aver lasciato intonso il libro di educazione civica? Merdaccia…
Meno male che interviene il pedagogista famoso che rassicura: non è colpa delle indicazioni confuse, non è colpa della diminuzione delle ore voluta dalla riforma, non è colpa dei libri intonsi, se l’educazione civica non si fa più. È colpa dei docenti di storia (presente!) che non hanno più tempo per occuparsi della Costituzione.
Cioè, fatemi capire: invece di avere quindici ore di insegnamento a disposizione per una classe ne ho nove, con lo stesso carico di discipline, e la colpa è mia perché non ho più tempo??
Meno male che interviene il signor De Rienzo a spiegare che in realtà l’educazione civica non è mai scomparsa dai programmi della scuola. Oooohhh, là! Qualcuno che lo sa, c’è. Magari poteva dirlo al collega della scrivania di fianco che, poverino, c’ha speso quattro colonne a spiegare il contrario.
Comunque, se la vedranno tra loro giornalisti.
Io continuo a leggere De Rienzo, che spiega: allora, l’educazione civica c’è, nei programmi, ma agli insegnanti dava così fastidio, ma così fastidio…
Ma peeeerché?, si chiede l’attento lettore.
Ma perché, risponde l’informato cronista, rallentava lo svolgimento del programma stesso (e l’astuto lettore inferisce, da qui, che l’insegnante, non volendo essere rallentato, butta a mare l’educazione civica).
Tranquilli, però. Come spiega sempre l’acuto giornalista, l’educazione civica si svolgeva ancora, qui e là, lasciata alla buona volontà degli studenti (citazione testuale).
Vuoi vedere che quando Tadeo tagliuzza la sedia, Paulo arriva con mezz’ora di ritardo, Toni sputa pezzettini di mora sulla schiena di Giulietta, Darmor sputa fazzoletti masticati sul soffitto, Picchio infila il compasso nelle trippe di Nina, Ciccio si pulisce le unghie con la punta del compasso insanguinato, e così via, vuoi vedere che i volonterosi studenti stanno portando avanti, per contrasto, una splendida lezione di educazione civica?

Non si finisce mai di imparare.

Il silenzio

Se avete messo il tailleurino e avete nascosto gli strumenti di tortura, vi potete avvicinare alla porta dell’aula sfoderando la prima insostituibile arma: il silenzio. Fermatevi sullo stipite e guardateli: se sono girati verso di voi, guardateli; se i banchi son girati dall’altra parte, guardateli ugualmente e aspettate. In silenzio. Sia subito chiaro che voi pretendete l’ordine e la disciplina, e che provate ribrezzo a dover entrare in un’aula dove Toni sta saltando sulla sedia, Marika grida a Giulietta di restituirle l’astuccio, Darmor sta sparando palline di carta insalivate sul soffitto, Picchio sta mitragliando la lavagna imitando il rumore di una biciesse, Chiarina si sta spazzolando i capelli, Nicco sta martellando Giogiò su un bicipite eccetera eccetera.
Fermatevi sulla porta e state zitte. Prima o poi, è sicuro, almeno uno si accorgerà che c’è una sconosciuta, adulta, con in mano un librone blu tipo registro, che li sta osservando. Farà passare la voce: uhè, c’è la prof, e di voce in voce il rumore aumenterà. Oltre alla biciesse, adesso si sente gridare da una parte all’altra dell’aula: uhè, sta’ zitto, smettila, ci sta guardando, taci, non vedi?, zitto, ssshhh!, e così via. Resistete. Non intervenite. State zitte. Non abbassatevi a chiedere il silenzio. State in silenzio. Sia subito chiaro che per voi non è necessario chiedere il silenzio, l’ordine e la disciplina. Il silenzio e la disciplina non vengono chiesti dall’insegnante e concessi dagli alunni. Il silenzio e la disciplina sono. Punto.

E solo quando davvero saranno; solo quando anche Chiarina, persa nello spazzolamento, riemergerà dalle nebbie del cervello disturbata dall’insolita tranquillità; solo quando anche Chiarina, guardando i compagni che per la prima volta nella storia sono seduti nel banco e guardano tutti dalla stessa parte; solo quando anche Chiarina si girerà verso di voi e si fermerà a bocca aperta con la spazzola in mano; solo quando anche Chiarina si affretterà a depositare la spazzola nella vostra mano, tesa da tre minuti e quaranta secondi in attesa che lei si accorga che la volete voi (per gettarla nella spazzatura); solo quando anche Chiarina scoprirà che state entrando nell’aula per cambiare (forse) la sua vita; solo allora entrate, dirigetevi alla cattedra, deponete con calma il registro, alzate lo sguardo, contate fino a quattro e rompete finalmente il voto del silenzio dicendo: buongiorno, prendete la penna per il dettato ortografico.

Eppur si muove

Vediamo se ho capito bene: c’è un progetto di Rai educational che vorrebbe raccontare la scuola e si domanda: Qual è oggi lo stato di salute della scuola italiana? La rappresentazione che ne danno i media corrisponde al vero, oppure no? Come la vivono professori, studenti e ricercatori?
Ora, sarebbe sin troppo facile rispondere che lo stato di salute della scuola italiana è preoccupante, e che io, professoressa, la vivo con un inizio di bruciore di stomaco, ma il fatto è che, per rispondere seriamente, voilà, la Rai ha bisogno di noi (che già mi sembra di vedere uno che assomiglia allo zio Sam, però con la faccia di Minoli, che mi punta il dito addosso). In ogni modo: “noi” saremmo il popolo dei blog, quello della rete, quello che mette i filmini su Youtube e compagnia bella. Ho paura che “noi” siano anche quelli che arrivano sul mio blog digitando: “filmati con professori sporcaccioni” oppure “video di professoresse matte in classe”. Ma tant’è. La Rai ha bisogno di noi. E anche di www.tbtv.it, cioè di una società di produzione user generated (wow), che sta preparando il numero zero e sta lavorando al format.
Allora, pare che questo blog sia precipitato nella rete (della serie: cerchiamo dei blog che parlino di scuola) e che possa partecipare al fatto, al numero zero, al citizen report (e con questo spero concluso il mio contributo all’imbarbarimento anglofono della lingua italiana).
Solo che non lo farà. Perché non mi metto a filmare nulla.
Però mi chiedono di fare pubblicità all’iniziativa.
La sto facendo.

Che volete, quando ho letto Rai Educational e mi sono venute in mente le domeniche mattina che passavo in casa a guardare A come agricoltura, e poi Linea verde, solo perché c’era Gianni Minoli… non ho resistito.

Il vestito

Ora parlo del primo giorno di scuola. Sì, lo so che siamo quasi all’ultimo, ma, credete, è in questi ultimissimi giorni di stecca che si rischia il crollo. Perciò. Vediamo come arrivare sani fino al sette di giugno.

Il vostro primo giorno di scuola: tailleurino scuro e scarpe con due dita di tacco. Sì, lo so che il tailleurino ha le tarme, scoppia da tutte le parti e vi fa sembrare una salsiccia blu con le gambe; e so anche che persino due dita di tacco sono pericolose nel flusso semi-umano che si precipita giù per le scale alla campanella, ma datemi retta: persino la penna rossa sul cappellino, se serve. Almeno il vostro primo giorno di scuola. Non importa se per i virgulti è il centesimo giorno, voi arrivate sulla porta della classe nuova ben decise a dimostrare che quella che si presenta non è una qualunque, ma la discendente del conte Gilles de Rais (detto Barbablù), l’affossatrice degli psicologi “per-i-vostri-alunni-siate-un’amica”, e così via. Li vedrete tremare come budini? Questo è. Li vedrete indifferenti? Siate pronte a convincerli di una teoria alla quale i virgulti sono peraltro già appiccicati come il ghiaccio sulle pareti di un vecchio congelatore: in questo mondo a parte, l’abito, signori miei, fa il monaco.

Tra dire e fare

Ci sono queste cose strane che accadono nella scuola. Strane per chi sta fuori, per noi che ci siam dentro sono come lo stagno per delle vecchie rane, al massimo cambi ninfea, ma sai che sei sempre lì.
Comunque, fatto sta che nella scuola italiana, dove l’articolo 34, che è l’ultimo del titolo II, quello che regola i rapporti etico-sociali, garantisce che la scuola è aperta a tutti, ecco, nella scuola italiana poi non è detto sempre chiaramente come si dispongono tutti quelli che entrano dalla porta aperta. E quando fa ben comodo si tira fuori l’autonomia (così che ci si deve arrangiare) e quando fa più comodo si tiran fuori i limiti delle leggi dello Stato.
Così che noi ci spostiamo e ci arrangiamo, e chi guarda da fuori pensa che la scuola fa poco bene, a noi e agli alunni. Ma questa è un’altra storia che va per la maggior perciò io la metto da parte, e ne parlo un’altra volta.
Oggi consideravo il fatto che insegno italiano storia geografia educazione civica; che fino a due anni fa insegnavo nel tempo prolungato: tempo prolungato vuol dire che gli alunni prolungano il tempo che stanno a scuola. Loro, non io. Dunque: io rimango in classe diciotto ore alla settimana, e loro trentasei. Perché oltre a me vedono anche gli altri (matematica, musica e così via). Nelle diciotto ore che devo fare in classe, tre ore facevo supplenze, la mensa e così via e undici ore stavo con loro e ciò si chiama lezione frontale. In effetti di solito io son qui e loro di fronte, tranne quando devo spiegare girando fra i banchi per essere sicura che Paulo non guardi filmini porno con l’iPod intanto che io discetto di Marie Antoinette e le sue brioches. Ma insomma, se io parlo e loro fanno finta di ascoltare, lezione frontale si chiama. Poi c’erano quattro ore di compresenza: in classe c’eravamo, per fare un esempio, il collega di tecnica, quella di matematica e io, che si faceva lezione interdisciplinare, ora il prof vi spiega come si riduce in scala il campetto fuori, la prof come si riconosce il verme da un alunno, e io come il tutto si inserisce armonicamente nell’ambiente padano. Poi quelli di tecnica li han tagliati a metà: cioè, tra il lusco e il brusco arriva un avviso che dice: basta, ora voi di tecnica insegnate in sei classi invece che in tre. Così che tolgono le ore alla mia classe per darle a un’altra, fine compresenza. Poi han tolto anche le compresenze in due, ché costavano troppo, due insegnanti nella stessa identica ora con trenta alunni era uno spreco, via.
Poi c’è la riforma Moratti che dice, un’insegnante per una sola classe che spreco, via.
Così adesso io faccio dieci ore (invece di quindici) in una classe dove insegno sempre italiano storia geografia educazione civica; cinque ore vado a farle in un’altra classe dove insegno solo storia e geografia e educazione civica; un’ora fissa di riunione per sentire come vanno le colleghe nelle altre classi o per coordinare le mie, chiamare i genitori, scrivere le lettere per chiamare i genitori, telefonare perché Paulo e Giucas non son venuti a scuola, cercare un pullman per fare le uscite didattiche, preparare i documenti per gli esami o quelli per i laboratori, fare i verbali dei consigli, fare la fila dal preside perché Tadeo ha scassato due sedie in una volta, eccetera eccetera.
Mancano due ore per fare diciotto in classe: le faccio nei laboratori. Una specie di compresenza, ma da sola, perché le compresenze, l’ho già detto, erano uno spreco, due insegnanti insieme per trenta alunni, che spreco, via! Così adesso sono da sola, con tre alunni, quelli che hanno scelto i laboratori. Gli altri stanno a casa a giocare con la Playstation.

Mi vien quasi da piangere, anche perché avevo cominciato tutta allegra per spiegare della prima che ne combina di ogni e Virna mi dice che dovrei picchiarli, e sono andata a finire di parlare di scuola.

Grido di gioia

Ragazzi – faccio stamattina appena arrivata – sono stata assente una settimana, adesso la scontate voi. Invece di fare il ripasso in quattro lezioni lo facciamo in una, ok?
Ci vuole il libro, prof?
Sì, ci vuole.
Ci vuole il quaderno, prof?
No, macché, puoi scriverti sulla fronte.
Davvero, prof?
No, no, scherzavo!
Ma che libro, prof?
Scusa, Pinotto, che ripasso dobbiamo fare?
Eh, non lo so, che ripasso dobbiamo fare?
Linìn, tu lo sai che cosa dobbiamo ripassare?
Sì, prof, storia.
Brava. E la verifica di grammatica chi la fa?
Noi, prof?
Brava. E cosa ripassiamo adesso?
Grammatica?
Brava. Cominciamo a…
Prof, ma ripassiamo scritto o orale?
Pinotto, tu non preoccuparti, un po’ scritto e un po’ orale, basta che stiate attenti.
Sì, prof, facciamo scritto o orale?
Comincia a scriv…
Prof, ma ha detto che facevamo un po’ orale.
SCRIVI!
Sì, prof, un attimo che prendo il quaderno.
Prof, non c’ho il foglio.
Fattelo prestare.
Non me lo presta.
Perché non gli presti il foglio Linìn?
È il cinquantesimo, prof.
Pinotto, questo foglio costa cinque euro, hai cinque euro per questo foglio?
Ma no, prof, non ce li ho.
Allora scriviti sul braccio.
Ma no, prof, come faccio? Dopo mi sporco tutto.
Linìn, dagli un foglio che domani ti porta dieci euro.
Prof, erano cinque, prima.
Adesso son quindici euro.
Ma prof, quindici euro per un fo…
Venti.
Sì, prof, scusi, prof, ora scrivo, prof.
“Salire le scale è salutare”, dov’è il gruppo del soggetto?
Salire le scale, prof.
E bravo! E il gruppo del predicato?
È salutare, prof.
Bene! E che predicato è?
Predicato verbale, prof.
Sta attento… che verbo c’è?
Salutare, prof.
Come, salutare? Cosa vuol dire salutare?
Eh… salutare, prof., ciao, buongiorno, salutare.
Allora, leggi la frase e, quando sei lì, saluta!
“Salire… le scale… è…  Forum Smileyssalutare”
Giusto? Vuol dire salutare, ciao, ciao?
No, prof, vuol dire un’altra cosa.
Bene, che cosa?
Eh… che salire le scale fa bene.
E allora, “salutare” in quella frase che cosa è? Un verbo?
No, prof, non è un verbo.
E che cosa è?
Non lo so, prof.
Cris, rispondi tu.
Salutare è un aggettivo.
Bene. Pinotto hai capito?
Sìììì, prof!! è come “cammino”.
 
la classe prorompe in un grido di gioia. Forse possiamo risparmiarci Santiago di Compostela…