Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: settembre 2008

template impazzito?

Scusate il disagio, sto lavorando per me, poi vedrò 🙂

Malattie

Il nuovo decreto sulle malattie (chiamiamolo così per capirci) obbliga il Preside a mandarmi la visita fiscale anche se, una volta ogni cinque anni, la mattina telefono che ho un attacco di cervicale, ora prendo un po’ di nimesulide e magari al pomeriggio al collegio docenti ci sono. Ho appena scoperto che il costo delle visiste fiscali è a carico della singola scuola (!). Così che la direzione regionale ha appena mandato una lettera di richiamo-raccomandazione alle singole scuole dicendo che, ohè, andateci piano con le visite fiscali, che se son troppe vi rovinate. Fino a gennaio il mio Preside continuerà a mandare visite fiscali anche solo per l’assenza di una mattina.  E’ scemo? E’ impazzito? E’ un pescecane? No. Ma solo a gennaio potrà dimostrare che, mandando tutte quelle visite fiscali, anche a gente che lui sa benissimo che sta davvero male, ha speso troppo. E solo a gennaio potrà ricominciare a mandare le visite fiscali solo quando è davvero necessario, cioè solo a quei due o tre lavativi che, nella nostra scuola, ogni tanto stanno a casa per niente.

Dolcezze

Non è solo per la fetta di torta dopo la pizza.

È per l’invito, innanzitutto: ci vediamo alla talora nel tal posto, viene anche lei?

Vado anch’io, sì, ringrazio e avviso due colleghi. Perché l’invito viene da un gruppone di freschi maturandi, che, passata la buriana degli esami, han voglia di rivedersi. La vecchia classe delle medie che si ritrova e si guarda per capire se è cambiato qualcosa. E intanto chiama i prof, pensando magari che sono rimasti gli stessi, uguali identici a cinque anni fa.

È per l’invito e per il ritrovarsi per strada, davanti alla pizzeria. Arrivano alla spicciolata, e aguzzo lo sguardo per riconoscerli. Qualcuno ha la stessa faccia, qualcuno sembra tanto più grande, qualcuno è uguale identico, qualcuno è diverso. Arriva il collega, e bisogna ricordargli chi sono, perché, con i centottanta alunni che si ritrova (e si ritrovava allora), di qualche suggerimento ha bisogno.

Questo è Giuseppe, magrissimo, ormai alto il doppio di me, con la barba mal fatta, scura scura; questa è Nicole, piercing e ricci biondi, chiacchiera a ruota libera, altro che la bimba zitta e scontrosa del terzo banco; questo è Alan, si ricorda, prof, ero un tappo, e adesso fa concorrenza a Giuseppe; Sara, con l’aria saggia che ha sempre avuto, e il sorriso pronto e la vena ironica che non  ha perso; Stefania, volto e fisico da indossatrice, diploma in tasca e in cerca di lavoro ‘serio’; Luca, cresta di capelli, voce profonda, quattro colloqui di lavoro senza esito, in attesa del quinto; Silvia, diventata grande di colpo, iscritta a chimica pura; Alessandro, uguale uguale, solo più vecchio, lo stesso gentiluomo che era già a undici anni; Giada, faccio l’Università, prof, magari poi studio anche il russo e il cinese; Erica, che nessuno riusciva a far star zitta, e siamo ancora lì; Francesco, che mi si siede di fianco e serio serio commenta a sprazzi quello che succede intorno al tavolo, facendo ridere tutti.

Non è stato solo per la fetta di torta. È stato per il ritrovarsi intorno allo stesso tavola della pizza di fine anno, con i due colleghi che se ne vanno presto, e noi che rimaniamo lì ancora a chiacchierare, e anche se sono giovani cominciano ad affiorare i “si ricorda, prof?”

Si ricorda

quando ci ha fatto la Santa Lucia?

quando ci  ha letto Efrem?

quando abbiamo scritto allo scrittore?

quando abbiamo fatto il pane e il formaggio?

quando ci faceva le foto?

quando abbiamo fatto lo spettacolo sul tempo?

quando il Bonvo ha mangiato la tempera?

quando il prof ha lanciato l’astuccio?

quando siamo andati a Luni?

quando siamo andati a Padova?

quando ci ha fatto supplenza il prof Magli e abbiamo dovuto aprire tutte le finestre?

Non è stato solo per la torta. È stato per quando hanno cominciato i “lo sa che?”

Lo sa che

al concerto facevo solo finta di cantare?

una volta il Bonvo ha vomitato nell’astuccio?

mi ricordo ancora il finale dello spettacolo?

quella prof la chiamavamo Barboncino?

Alan ha falsificato le banconote del gioco di tecnica?

secondo noi la prof Linda Legs se la intendeva col prof Vacuo?

Non solo per la torta. Anche per quando hanno cominciato i “lo sa che?” così personali che me li tengo per me. Per tutte le volte che ho detto: adesso devo proprio andare, e poi sono stata lì. Per Francesco che mi ha fatto ridere e poi, sul tardi, ha borbottato: ah, io resterei qui a parlare fino a domani mattina. Per quando siamo usciti e siamo stati dieci minuti al freddo a salutarci.

Lo so che alle volte mi lamento, che le giovani generazioni, che la scuola, che le leggi, che le classi…

Ma so anche che una pratica risolta bene in un ufficio non potrà mai venire con voi a mangiare una pizza.

Tutto in un giorno

La collega Salandra racconta di un suo alunno che le dà del “voi”, lei che gli spiega di darle del “lei”, lui che risponde “ma voi insegnate italiano?”, lei che gli richiede di darle del “lei”, lui che replica “potete farmi un esempio?”… Noi ridiamo al racconto. La collega IenaRidens scuote la testa e dice: eh, sì, sono troppo abituati a dare  del “tu” alle maestre, fanno fatica a cambiare… Ora di pensione?

 

Per vedere un film abbiamo girato tre aule video: nella prima non andava la Tv, il bidello-tuttofare lo sapeva ma pazienza, il Preside fa un bel fondo al bidello del nostro piano; nella seconda andava la Tv ma non c’erano le pile al telecomando per sintonizzare, le pile sono state probabilmente portate via dai vecchi alunni di terza, il Preside fa un bel fondo alla bidella; nella terza andava tutto, ma la bidella del secondo piano ha fatto il fondo a me perché ho sconfinato. Marchiamo il territorio?

 

Entro in prima a consegnare un modulo al professor Magli. Esco, e Pierino, basso, magrino, ultimo banco, è sdraiato sulla sedia che dorme. Mormoro: ma questo dorme!, mi sente, si scuote, apre un poco gli occhi, mi vede, mi sorride e dice: ho sonno. Lapalisse?

 

Gonzalo Gonzales, mentre ride felice e contento, lancia oggetti contundenti su chi gli capita. Gonzalo Gonzales fa lo scemo in mensa, e alla professoressa che lo rimprovera risponde: no capito, no capito; Gonzalo Gonzales, un minuto dopo, al professore di ginnastica che domanda, spiega che: sì, sta bene in Italia e anche i compagni della classe sono simpatici. Comprensione selettiva?

 

Entro in prima per il laboratorio. Degli otto presenti, Mirino spiega che lui al venerdì ha il laboratorio di scienze, non di italiano. Ci mettiamo cinque minuti a spiegargli che è mercoledì. Non capisce, ma si adegua. Alieno?

Sorrisi

Uno e ottantatrè. Capelli neri, ricci. Occhi scuri, grandi. Sorriso perenne, di radi dentoni. Un sorriso che non smette mai e che mette allegria, all’inizio. Poi cominciate a pensare a una paresi facciale e vi preoccupate. Lui no, è tranquillo. Lui è Gonzales, il mio nuovo alunno. Siccome quest’anno, in terza, tra bocciature, trasferimenti e sparizioni, mi ritrovavo una classe quasi normale (quasi: non dimentichiamo Chicco, Pinotto o Va Lentina, ad esempio), ecco che oggi il nuovo arrivato è destinato a me. Perché, nonostante l’altezza, è un alunno, non un collega. Parla portobrasiliese. Un po’ portoghese e un po’ brasiliano, però con accento inglese. In compenso, ’inglese-inglese lo parla benissimo.

Ragazzi, faccio, spiegate in inglese al compagno nuovo che deve guardare la figura a sinistra.

Risata generale. Nessuno sa come fare. Qualche femmina, a dire la verità, si sta lanciando, quando arriva un vocione dal fondo.

È Amebo. Quattro anni di scuola media e questa è la prima volta che fa qualcosa (mette il dito sulla pagina del libro) e dice qualcosa (prof, ha già capito, gliel’ho fatto vedere io). Ha una bella voce, Amebo. Peccato non averla mai sentita prima.

E poi ride, Amebo. Si vede che Gonzales è contagioso. Meriterebbe la promozione solo per questo.

C'est la vie

Pantaloni bianchi, tacco 13 (sta per: tredici centimetri).

Basterebbe questo.

Invece aggiungo anche: uno e ottanta di suo, labbra color mattone con profilino scuro, collane etniche su scollature abissali, camicette incrociate corte e pantaloni bassi della serie “ecco il colore del mio perizoma”, capelli fluenti come la lingua che insegna e registratore in mano.

Sorride, quando entra a testa alta nella terza, sventagliando i capelli fluenti. Nella mia terza, precisiamo.

Ma che bravi, ma che belli, ma che zitti, ma che buoni, dice. Io parlo e loro stanno zitti, dice. Non so se sono bravi o se non capiscono niente, dice.

Poi modifica un po’ l’andamento dei labbroni, li fa diventare più sottili e fa: la prima invece è ora di finirla.

Li vuoi ammazzare tutti?, chiedo incredula.

Nuuu (stringe i labbroni), ma devo continuare a sgridare, non si può, non si vive, gliel’ho detto: raaaagaaazzi (allarga i labbroni), ora bastaaa (aggrotta la fronte e sbatte i sopracciglioni).

Poi sorride e entra nella seconda. Della seconda non ha ancora detto niente.

Però ha detto che non sa il francese.

E come lo insegni?

Qualcuno mi aiuterà, dice.

Il cielo?

Nuuu… qualche collega.

Ma scusa, perché hai accettato la supplenza, se sai di non sapere il francese e sai che devi insegnarlo?

Ci pensa un po’ e poi dice: ah, no, mi sono sbagliata, il francese lo so.

E allora controllo. Sì, l’ho fatto. Confesso. Ho guardato sul registro di classe. Della prima, della seconda, della terza. In otto giorni di scuola non ha ancora fatto un’ora di francese.

Ma fa niente. È una simpatica persona. E deve avere delle qualità. I tre prof di musica, il prof di ginnastica, i due prof di tecnica, quello di sostegno, tuuutti dicono che ha delle qualità. Anche se non sa il francese, sperano tutti che rimanga. Anche se a parlarle insieme ti viene il torcicollo. Ma fa niente. C’est la vie.

Brividi

7, 7, 5, 5, 5, 4! 6! 8!! 4! 5, 5, 4! 4! 6, 4, 4!! 6, 5, 5, 6! 5! 5! 4!! 4!!!

Graffiàti sul foglio, quei voti.

Pareva di essere tornati alla preistoria della civiltà.

Niente esitazioni, sfumature, ripensamenti.

Non mi son nemmeno accorta di quante terribili insufficienze stavano girando.

Un delirio.

Ah, è stato grandioso.

Conteggi

Dicono in giro che tutti professori sono contenti che siano tornati i voti.  Io sono contenta. Basta con i giudizi! Che bello! Finita con le domande: prof, più che suff vuol dire che è più o meno di suff? È più brutto non suff o insuff? Prof, ho preso gravemente insuff, allora ho sbagliato?

Finita con le incertezze: se do suff a quello che ha fatto quindici errori, a quello che ne ha fatti cinquantaquattro cosa do?

Finita con le differenze: si dà quattro in prima A e si dà quattro in prima B.

Finita con le sottigliezze psicopedagogiche: se Pinotto non è suff, non è suff. Punto.

Cioè a dire che insuff?

Naaaa…, non si può dare insuff., lo castri, lo chiudi, sei punitiva e non propositiva, e la crescita umana dove la metti?

Finita. Ora ci sono i voti decimali. Da uno a dieci. Evviva.

No.  

Come no?

Da quattro a nove.

E perché?

Epperché, poverino, se gli dai tre lo castri, lo chiudi, sei punitiva e non propositiva.

E se gli do dieci, uguale?

No, ma se gli dai dieci lo illudi, lo pompi, lo svii e non promuovi la crescita.

E se fa tutto giusto?

Nove.

Ma peeeerchéé?

L’ho già detto, il dieci è per l’eccellenza, vorrai mica dirmi che c’è l’eccellenza alla scuola media!

Ma… non so, ma se capita io ringrazio. E do dieci.

Non puoi.

Perché?

Bisogna decidere insieme, in collegio, se si può dare anche dieci.

Non basta quello che ha detto Maria Stella?

No.

[Maria Stella, ciàpa su!] E quando è il collegio?

In ottobre.

E fino a ottobre, cosa do?

I voti, non hai letto il decreto?

Il decreto dice di usare la base decimale.

Sì, e noi usiamo da quattro a nove.

Ma tu cosa insegni?

Matematica.

Posso darti due?

No, meno di quattro mi castri.

(Non è una cattiva idea)

Precisazioni

E dunque si parte. Da oggi, oltre all’orario completo la mattina, già sperimentato nei primi quattro giorni di scuola, si riparte anche con i laboratori morattiani. Oggi pomeriggio mi ritrovo con un gruppetto che, pare, ama la scrittura e cercheremo di imbastire qualcosa anche per questo ultimo anno. Mercoledì pomeriggio mi ritroverò con il gruppo di prima: consolidamento di italiano. Veramente sarebbe da dire “recupero”, con la “r” maiuscola, ma noi che seguiamo le ultime mode pedagogiche e ci dicono che ci sono cose che fan tanto male al cuore dei bimbi

    sottolineare gli errori in rosso

    dare meno di quattro

    metterli nel gruppo del recupero

noi, insomma, non diciamo ai virgulti che vogliamo recuperare un minimo di saper parlare, scrivere, ascoltare e leggere, no. Come se dentro la loro testolina non ci fosse niente e noi dovessimo andare in giro a recuperare qualcosa da metterci. Noi, in modo più delicato, spieghiamo che vogliamo consolidare il loro parlare, scrivere, leggere, eccetera.

E qui, già, invece di far del bene, facciamo del male. Perché già insegniamo una cosa sbagliata. Perché “consolidare” significa rendere più forte qualcosa. Insomma, qualcosa deve già esserci, e io lo rendo più forte. E questi qui che vengono al consolidamento si guardano dentro e dicono: allora c’è qualcosa, in me, che verrà consolidato. E cominciano a pensare che consoliderò cose come:

“spero che giuglio non soff’enda per il piccollo aiuto che li inviamo di quore” (da un dettato ortografico di sabato scorso).

Come faccio a spiegare che si sbagliano?

Apparenze

La dolce e bionda e alta collega Antiqua mi ferma fuori da messa e, in tredici minuti di chiacchiere fitte,  mi confida dolcemente che la nuova collega di inglese è una stangona scollatissima e labbrosissima, su tacco dodici centimetri, che ha in mente solo la moda e far diventare suo figlio attore famoso ma per il momento basta il modello, chissà se sa anche l’inglese, quella lì.
La saluto e vado in pace…