Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: novembre 2008

Per di qua…

…io vado a scuolaPerDiQua

Recupero

Sull’onda della nuova filosofia di vita che mette in secondo piano il blog e anche voi, irriconoscenti lettori, ecco che invece di scrivere un bel post sul volteggiando la neve cade (e io non ho le gomme da neve e come faccio domani a presentarmi felice e puntuale davanti alla scuola non si sa, per quanto abbia speso 170 euro in stivali mica posso fare cinque chilometri a piedi, neanche con gli stivali nuovi, giusto?), ecco, dicevo, che invece di scrivere un post mi metto solerte a correggere le verifiche di storia. Verifiche che i virgulti, gioiosi e increduli, hanno svolto sfogliando il prezioso libro in adozione, che potevano consultare a volontà.

Io li avevo avvertiti: studiate, studiate lo stesso, ché sarà un disastro. E loro, sorridenti ed esultanti, han detto di sì e han pensato: stavolta non devo neanche fare la fatica di farmi un bigino e di nasconderlo nelle mutande così quando chiedo di andare in bagno che ho il mal di pancia me lo guardo per bene, e benché possa succedere che nel difficoltoso tragitto di ritorno all’amena aula io mi possa dimenticare tutto di nuovo, insomma, un bigino nelle mutande è meglio di niente.

Ma stavolta quella scema della prof ci lascia il libro da guardare. Che ridere.

Così, alla domanda “cerca di individuare le cause della crisi del dopoguerra”, si può ben rispondere:

Sì, perché alla fine del dopoguerra cerano molte economie a terra per la guerra ma con l’elezione di Mussolini lo porta a una economia potente un istante della sterlina.

Oppure, alla domanda “quali erano le caratteristiche dei Fasci di combattimento?”, la plausibile e completa risposta sia: Per regalare la paga dei lavoratori.

E chi fonda il partito fascista? Un certo Giovanni Giliotti.

E come si spiega l’atteggiamento tollerante di Giolitti [che è un altro, eh, mica più il Giliotti di prima] nei confronti dre movimento fascista? Eh, così: diceva che lui non andava bene l’atteggiamento di fascisti falsificare i voti e prenderli atestate.

Adesso venite a menarla che invece di correggere le verifiche ho piantato lì tutto e vengo di nuovo a riempire il blog.

Metafisica del router

Va bene.  Vi perdono. Tutti quanti.

Ho visto che qualcuno si è preoccupato, che già temeva di aver perso la sua razione quotidiana anche se invece no, era tutto un bluff, vedete che son o ancora qui, agile come un daino pur col pesante zaino. Qualcuno invece gliene importava niente, ma pazienza, lo perdono anche lui. Perdono tutti gli affezionati lettori, che invece di mandare i cani san Bernardo a cercarmi se la sono presa comoda e si sono detti: oh, che bello, risparmio cinque minuti al giorno, così, invece di leggere cosa succede ai virgulti che tra qualche anno  dovranno pagarmi la pensione, faccio quei cinquecento piegamenti che mi manterranno in forma.

Ingrati.

Io ero qui che lottavo tenacemente con la telecom e voi, eh, voi che cosa facevate? Avete forse fatto degli appelli? Avete passato al setaccio i cavi e le centraline di tutta Italia per individuare il guasto? Avete fatto presente che, mancando i miei post, vi veniva a mancare un servizio essenziale salvavita, offerto (oltretutto) gratuitamente dalla sottoscritta?

Macché.

Ditelo, che avete fatto finta di niente e vi siete affidati al destino.

Improvvidi.

Il destino non esiste. Il destino lo costruiamo noi giorno per giorno, telefonata per telefonata, post via post. Il destino lo forgiamo mentre cerchiamo di convincere tutti gli impiegati della linea telefonica che il guasto non sta in voi, nel vostro Pc, o nel vostro router, ma nella loro centralina e nel loro modem.

Il destino lo modifichiamo mentre ci accorgiamo che il corpo sopporta bene la crisi di astinenza da Blog e cominciamo a chiederci se tutte ‘ste storie della rete e della virtualità non sono, appunto, tutte storie. Il destino lo impostiamo su una nuova linea, non telefonica, ma reale: c’è più tempo per stirare, per correggere, e per provare la lezione sulle migrazioni forzate all’ultimo figlio.

Insomma, non si sta poi così male. Una nuova radiosa filosofia di vita si affaccia al vostro balcone: torniamo alla natura, scendiamo a gettare la spazzatura differenziata, a dar da mangiare ai cani, a preparare il risotto col radicchio.

Finché non arriva lui.

Il biondino della telecom. Che va avanti e indietro da casa vostra alla centrale per tutto il pomeriggio. E trova il guasto. I due guasti. Li ripara, e in più vi regala un bel modem nuovo, grande, bianco, avveniristico perché ha visto che il vostro non ha nemmeno il gate ed è tenuto insieme con lo scotch. Voi non sapete niente del gate, ma vi vergognate, a non averlo, e la vostra radiosa filosofia di vita è già ripiegata nel cassetto, e comunque lo scotch che tiene insieme il modem si vede bene. Ma lui vi rassicura, vi mette in mano il pacchettino rosso e se ne va con una stretta di mano e il vecchio PandaVan che sbanda in lontananza.

Otto giorni, ci han messo, ma ora funziona quasi tutto.
E infatti, nevica.neve

(nota curiosa:

la foto

è scattata

a colori)

 

 

 

 

 

 

Ciàpa su

Aula semivuota. Tre quarti vuota, anzi. Perché grazie ai meravigliosi laboratori della Moratti (diceva lei che così tutti fan grammatica al pomeriggio e imparano), si fa recupero a sette alunni, volontari, crème de la crème. Gli altri che avrebbero bisogno di distinguere tra singolare plurale maschile femminile sono a casa a guardare “Uomini e donne”, perché c’è dentro uno che ha una parentela stretta con una che lavora qui molto vicino a quest’aula trequartivuota.

Comunque. Sette, ce li ho.

Prepariamo la verifica di grammatica. Ripassiamo. Cerchiamo i nomi.

Cerchiamo come cercare, cerchiamo come cerchiare.

Si inciampa su “l’anno scolastico è composto da due quadrimestri”; anno, secondo loro, è un verbo.

Ma no, il verbo è hanno, questo anno è l’anno di dodici mesi.

Panico.

Falchetta spalanca gli occhioni: l’anno scolastico è di dodici mesi??

Sì, ci vorrebbe, ma intanto Mishell si incarta sui  nomi collettivi: se sciame è collettivo perché contiene tante api, casa è collettivo perché contiene tante persone. Sorvoliamo, come uno stormo di uccelli (collettivo: stormo).

Mentre sorvolo Mishell si mette a chiacchierare. Con Rorob.

Zitti.

Ma lui mi ha chiesto…

Zitta.

Ma lui mi chiedev…

Non importa, dovete star zitti, stiamo ripassando.

Ma le chiedevo che cosa ha…

Zitto, non lo voglio sapere.

Ma dovevo sapere le pagine da studiare di arte perch…

Zitto.

…erchésenodomanilaprofmisgrida!

Bravo. Così invece ti sgrido io.

Ah, ma se mi sgrida lei è meglio.

 

Ecco, appunto, ciàpa sü

Macropodide

canguroPerchè Valdo mi chiede di uscire e poi, mentre io ri-comincio a ri-ri-ri-spiegare i nomi composti, si ferma a saltellare a piedi uniti in mezzo alla porta su e giù, su e giù, su e giù come un canguro impazzito?

Scuse

Non è che devo passare la vita a scusarmi. Ma succede, da un po’ di tempo in qua.

No, non mi scuso con i miei alunni. Anzi, sono loro che devono scusarsi per l’ulcera che mi stanno facendo venire e possono anche, se vogliono, baciare il suolo sul quale cammino, sì, e anche voi se volete potere dimostrarmi in qualche modo la vostra riconoscenza, quella che sentite sgorgare dall’animo quando leggete qui e vi cambio la giornata da buia e grigia in solare e brillante. Prego.

Ma non è questo. È che oggi mi metto qui per scrivere due righe e rallegrare la vostra giornata come sopra, non dite di no, su, che quando leggete della Arcuri voi maschietti vi brillano gli occhi e andate al lavoro con la speranza in cuor, ma subito mi viene in mente che se continuo a dire stupidate sui miei colleghi e sui miei alunni, qualcuno può anche, per usare un gentile eufemismo, inalberarsi. Oppur pensa, sempre con eufemismo, che io sia una sciocchina. E così mi viene da scusarmi.

Scusate, dico, mi viene da ridere a vedere il professor Pacifici che si ingozza di brioscine e fa vedere a tutti la sua ultima morosa sullo schermo del portatile. Scusatemi, aggiungo, mi viene da ridere a vedere l’occhiata lunga del bidello sulla Arcuri. Scusatemi, aggiungo, ma il professor Magli coi pantaloni in mezzo al sedere mi fa ancora ridere.

Scusatemi, allora.

Perché sì, insomma, guardatevi  in giro e ditemi cosa c’è da ridere e da farsi rallegrare dalla Arcuri.

Eh, dice Jak, qualcosa c’è. Sì, sì, dice Wil, altroché se c’è.

Va bene, va bene. Ho scelto l’esempio sbagliato.

Ma, parlando in generale, sembra che qui, inteso come blog, non si sappia delle disgrazie del mondo.

Per dire, uno apre il giornale oggi e legge: tredicesime inalterate, e si rallegra. Invece no. Deve piangere. Inalterate significa che non le detassano e siccome voi, confessatelo, la tredicesima l’avete già spesa, e speravate che quei  143 euro in più vi salvassero il Natale, ecco, ora dovreste piangere. E io con voi.

Poi c’è anche che il Giappone è in recessione, e uno capisce subito che, se recede anche lui, allora non c’è più niente in cui credere in questa nostra vita malvagia; che i fannulloni stanno a sinistra, e ciàpa su; che uno ha dato 100 coltellate alla mamma e se andiamo a perderci anche sulle mamme l’è proprio finita; che ci son 17mila lettere di cassa integrazione per l’Alitalia e così via.

Ora, a parte che se ci sono 17mila lettere di cassa integrazione per l’Alitalia ci fanno un bell’articolone, e se la Gelmini dice 87mila posti in meno nelle scuole tutti dicono: l’èra üra; a parte che le coltellate alla mamma son brutte e preoccupanti; a parte tutte queste cose, insomma, io son qui a scusarmi. A dire che lo so. Lo so di questo nostro mondo rio e crudele e dove andremo a finire se andiamo avanti così.

Tuttavia adesso, appena ho finito di correggere l’ultimo tema, vado a scuola e mi verrà ancora da ridere. E da raccontare che Va Lentina scrive che mentre la proffessoressa spiegava noi prendavamo appunti e formevamo dei gruppi e cerchevamo le immaggini perché il libro non c’è l’abbiamo. Così magari faccio ridere un po’ anche voi, razza di ingrati che non pensate che io mi devo far su le maniche e spiegare ancora come si scrive pro-fes-so-res-sa. Voi, che pendete da questo mio schermo, e van con lui le torme delle cure.

Scusate, eh.

Medaglie

Il ministro della Cultura Bondi spiega che "la cultura non è una spesa, ma l’investimento più importante per il Paese". Poi alza il telo color porpora che copre La conversione di Saulo, del Caravaggio, che da oggi è aperta, gratis, alla visione del pubblico.

Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmonti spiega che la scuola non è cultura, ma l’investimento meno importante per un Paese. Poi abbassa il telo color vinaccia che copre tutti i tagli e le sforbiciate le cui conseguenze si riveleranno tra poco,  a prezzo molto alto, alla visione del pubblico.

Ci risiamo

Do fastidio.

No, su, è inutile che adesso veniate qui tutti a farmi pat pat sulla spalla (che, tra parentesi, mi dà pure irritazione sentirmi una mano sulla spalla, perciò quando ci incontriamo regolatevi).

Comunque, non cercate di convincermi che non è vero. Do fastidio.

Con questo blog, intendo. Guardate che io l’ho detto: non sono una testata giornalistica, non sono una testata giornalistica (perché, c’è qualcuno che pensa che le quattro scemenze che scrivo siano una testata giornalistica? Sì? Ma chi sono?).

Ma insomma, anche se l’ho detto, do così fastidio che, zitti zitti, senza dire niente, senza che sui giornali dicano niente, senza che alla televisione ci abbiano fatto dei titoloni (questo lo dico per intuizione, ché la tivu non la guardo, ma scommetto che ci ho azzeccato), senza che nemmeno voi, cari lettori e lettrici, vi agitiate un po’ e vi preoccupiate, che siete tutti intenti a misurare le donne e a prendere appuntamenti per cena, e allora ve lo devo dire io, razza di indifferenti alle grandi disgrazie del vostro piccolo mondo, ecco: do così fastidio che il blog me lo chiudono.

Come, te lo chiudono?

Oh, vedi che adesso vi state svegliando e interessando?

Ecco. Fatto sta che stanno riproponendo un decreto legge o progetto di legge (sono un po’ confusi anche loro, si vede) che dice che il mio blog deve chiudere.

No, non è quello di un anno e un mese fa, che ci hanno riso dietro tutti e allora l’han ritirato. No. Uno nuovo. Dove c’è scritto che “Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”.

Ditemi se io non vi divulgo le cose di scuola. Ditemi se io non vi intrattengo. Ditemi se forma e mezzo del mio blog non sono quali che siano. Quindi, io ci sono. Però prima vado a vedere quali sono i fini della presente legge, così ve li spiego.

E i fini sono che chi fa un blog (o un altro sito, vedete voi) che è frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro, si deve iscrivere al ROC e sulla sua testa penzolano i reati a mezzo stampa. Cioè, se il bidello vede quello che ho scritto, mi dice: ti porto in tribunale per diffamazione a mezzo stampa!

Allora io, furba come una volpe, dico: ah, no, bello, io non sono una testata giornalistica, attaccati al tuo termosifone e sta’ lì.

E allora lui dice: però hai uno striscioncino pubblicitario, che ti fa guadagnare 0,2 centesimi di euro al mese, allora sei un’impresa, allora devi iscriverti al ROC, se no ti denuncio anche per stampa clandestina.

Allora io ridacchio e dico: scemo, io di pubblicità non ne ho, anche se ci avevo fatto un pensierino di mettere un bannerino come quello che ha Tizio e Caie e Sempronia, ma ora non lo metto più perciò non sono un’impresa perciò non mi puoi denunciare perciò non chiudo, toh!

Ah, ecco, vedete, razza di pigroni, che basta approfondire le cose per capire e tranquillizzarsi.

Forse il mio blog non lo fanno chiudere.

State tranquilli, non sono un’impresa.

Già.

E gli altri?

Chi c’ha il bannerino di Google che fa pubblicità alle torte di fragola? Chi c’ha il bannerino che fa pubblicità ai siti porno? Chi c’ha quello che fa pubblicità all’acqua liscia, gasata, naturale?

Già.

Be’, per loro, io vado qui. Voi, vedete un po’.

Valdo

45ValdoValdo è alto, magro, biondo. Un testone così. Due spallacce e due braccine lunghe lunghe. Occhi chiarissimi, occhiali, scarponi da montagna e passo strascicato. Siccome è alto, vi viene da metterlo in fondo. Dopo due ore di scuola, ve lo portate davanti, a portata di occhiate e di voce. Primo banco a sinistra. Lui guarda davanti. Cioè, col nasone è puntato davanti, sta mirando alla carta geografica appesa lì a un palmo, ma gli occhi son tutti di sbieco. Vi osservano.  Va be’. È cosa equa. Voi osservate lui,  lui osserva  voi. Di sbieco.

Cominciate a spiegare e lui non ha il libro. Chiedete: non hai il libro?

Shì, shì, fa lui, soffiando fuori una vocina raschiante.

Lo fissate, pronti a strapazzarlo perché vi prende in giro, ma un dubbio vi trattiene all’ultimo momento.  Lo fate parlare. Shhivola e sussurra e soffia tutte le frasi come se avesse un tappo davanti alla bocca.

Comunque, gli date di nuovo un consiglio: tira fuori il libro, Valdo.

Shì, proffff

(e non si muove)

Dove hai il libro, Valdo?

Lui mette un braccino lungo lungo sul banco, abbassa l’altro di lato e fruga nello zaino. La schiena è dritta, il naso punta avanti, l’occhietto ti sbircia di lato. Ecco, tira fuori il libro.

Cominciate a spiegare, a fare esercizi, a dare bustine per i verbi, a chiedere di scriv…

Valdo è lì che vi fissa. Quaderno intonso, foglio bianco.

Perché non scrivi?

Shì, adessho shcrivo.

E smette di fissarvi.

Per scrivere? Macché. Adesso fissa davanti a sé la carta geografica.

Poi sbircia e vi chiede: possho mettere il quaderno nell’armadio?

No, rispondete calma, adesso segui la lezione.

Bene. Si alza e va a mettere il quaderno nell’armadio.

Lo fissate a bocca spalancata.

Lui vi fissa a bocca chiusa e si risiede. E riguarda la carta geografica.

Ti avevo detto che non potevi andare.

Shì, prof, ma io dovevo metterlo.

E adesso come fai?

Shì, prof, adessho shono seduto.

E l’esercizio?

Quale eshercisio?

Quello che ho dato da fare.

Prof, possho andare a bere?

 

Guardate lui. Guardate la classe. Capite. Sarà un lungo, lungo anno shcolastico.

Verità letteraria

Ora, qualcuno dice: ma che fauna c’è a scuola? Così io devo rispondere: ma no, ma no, questa è la mia scuola, mica tutte sono così. Però, poi, in effetti, capita che sto preparando un bel libro con tutti i ritratti e le figurine e penso che all’inizio scriverò: Questa è la mia scuola ma è uguale a tutte le scuole del mondo.

Ma nel fondo del profondo del mio cuore non ci credo. Lo faccio solo, intendo, per pararmi le spalle. Voglio dire: arriva il bidello-receptionist o la prof. Arcuri e, per una volta che prendono in mano un libro, scoprono che dentro ci sono loro due? E magari, che so, magari non gli va tanto come son descritti? Ecco, ci sono io che all’inizio scrivo: questa è la mia scuola ma è uguale a tutte le scuole del mondo. E loro si rilassano, si stravaccano sul calorifero o sul tavolone di sala Professori e dicono: ah, volevo ben dire che quello non ero io! È uno della scuola di fianco, già.

Insomma, per dire che tutti questi ritrattini, che lo so che stan diminuendo, ma c’ho poco tempo, le programmazioni, i compiti, le classi, i progetti, le griglie dei voti che non avete idea, e tutto ciò mi tiene lontano dalle figu, ecco, questi ritrattini non possono mica essere molto diversi.

Poi, quando ricomincio e vi faccio partecipi, voi cari lettori, di chi ho intorno, ecco che subito brutalmente mi assalite e mi rimproverate chiedendo: ma chi c’è a scuola? E poi continuate a ruota libera fino in fondo. E in fondo c’è che date ragione alla Gelmini, non dite di no perché ve lo leggo in faccia.

Allora, qui e ora, se volete una giustificazione filosofica e letteraria, io ve la do. Perché va da sé che i personaggini che vi presento voi li conoscete già. Ve li aspettate, ditelo una buona volta. Ve li aspettate così come sono nel momento stesso in cui si presentano in scena. Anche i nomi, nevvero, servono a ribadire la fissità del loro ruolo scenico, e questa è la giustificazione letteraria.

Quella filosofica non saprei come dirvela, così vi dico questa: che se mi metto a parlare di un mio collega carino, simpatico, bravo e gentile, che lavora, spiega ed è preparato nella sua materia, colto e informato, ecco, se mi metto a descrivervi costui, voi dopo due minuti dite: che menata, non ci credo, e avete chiuso il blog e chi è che mi manda avanti i contatori delle visite, allora? Senza parlare del fatto che dopo quel collega lì, il blog lo chiudo anch’io perché non c’ho più post da riempire uguali.

Così vi dovete prendere le mie colleghe e i miei colleghi veri.