Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: gennaio 2009

Nebiùn

Stamattinanebiun, andando a scuola.

Lo so che ho detto che tacevo ma volevo solo avvisare Chichita

Nel senso che Chichita era ansiosa per via del venerdì (scientificamente identificato dalle prof dei blog come il giorno di vacanza amorosa della Gelmini e, di conseguenza, come il giorno in cui ha più tempo di sparare cagate a raffica). A dire la verità, non è che ci sia proprio qualcosa di nuovo nuvovo.

Però ho appena ricevuto dal mio Preside benemerito la notizia che le chiacchiere della Maria Stellina di qui e di là, sono diventate una nota ufficiale dell’Ufficio Stampa del Ministero, secondo la quale nota ci sarà un ulteriore giro di vite del Ministero contro il bullismo; e questo giro di vite ha bisogno di un Regolamento; e c’erano già le norme relative alla valutazione, ma adesso bisogna coordinarle (per dare il giro di vite); e bisogna anche qualificarle meglio, anche alla luce dei nuovi e gravi fatti di violenza che si stanno registrando a scuola in questi giorni; per il giro di vite e per i gravi fatti, il limite minimo dei 15 giorni di sospensione (necessari per dare cinque in condotta) potrebbe essere eliminato.

Ma. A giugno.

Speranze

Triplo carpiato

taxi2Tempo fa mi era venuto in mente che ci sono tante persone che scrivono sul web tramite blog (oh, yes, rosbif, selservis). Tra queste, ce ne sono molte che leggo e seguo. Mi piacciono loro, oppure mi piace quello che dicono, chissà se è la stessa cosa. Comunque. Da un pezzo pensavo di mettermi qui e, in caso di penuria di ispirazione, di segnalare quello che c’è di bello e buono da leggere. Oggi, a dire la verità, l’ispirazione c’è, ma ripesco quell’idea lissù perché c’è un blogger che comincia a seccarmi con le lamentele, ora chiudo il blog, nessuno legge, nessuno commenta, e via così. Ecco, uno pensa che se nessuno legge, nessuno commenta, ci sarà il suo perché. Chiaro. E’ solo che è un blog che vale la pena di leggere. Intanto, uno così derelitto dove lo trovate mai? Continua a lamentarsi, sta male, sta per morire, la sua ex lo tormenta, il tassì si rompe e si ferma ogni tre per due, e lui parla e parla e parla e parla. Insomma, uno legge lì e si sente subito meglio. Almeno, dice, io sono mica ridotto così. Poi c’è da dire che scrive bene. Ci infila un sacco di parolacce, ma, capite, è per darsi un tono e non sembrare troppo raffinato. In realtà, sa anche il latino. Poi riempie di parole d’amore e desiderio qualunque donna che passi di lì. E anche questo, al giorno d’oggi, buttalo via. Insomma, se cliccate sulla figu qui di fianco, lo trovate. Andate, andate, ché poi mi faccio pagare per la pubblicità.

Walerjan

Questo ragazzino si chiamava Walerjan e aveva quindici anni. E’ nato lo stesso giorno di mio figlio. Magari, poi, vi racconterò una storia.Walerjan

Mal di casa (la storia)

C’è un ragazzino, che nasce il due di aprile nell’anno Mille Novecento Venticinque. Sì, scritto proprio così, tutto staccato, tutto in lettere, in un foglietto che serve al tribunale come perizia grafologica, sedici anni più tardi.

Ma intanto, sedici anni prima, è solo un bambinetto, il primogenito di un muratore di Falkow, cittadina polacca di una provincia impronunciabile, Swietokszyskie.

Ha una sorella e un fratello, ma il più grande è lui. È vivace, come un ragazzino. Un bel tipo. Sì, va bene, non ha tanta voglia di studiare. Comincia a sette anni la scuola elementare. La prima, la seconda, la terza, la quarta. Quattro classi in sei anni. E poi fuori. Troppo grande, ormai. Non ce la fa, a prendersi la licenza. Inutile insistere, con Walerjan.

E comunque, c’è un ettaro di terra da coltivare, a casa, e lui lo fa. Coltiva, vive coi genitori, osserva crescere i due più piccoli.

Com’è, Walerjan? Se lo chiedete a un’amica d’infanzia, vi dice: si pascolava la mucca e ci si rincorreva. Vi racconta di giochi, rincorse, grida, scherzi.

Millenovecentoventicinque, più sette, più sei, più un anno scarso di lavoro in campagna. Perché nel ’39, intorno a casa, si comincia a sentire sparare. I tedeschi invadono la Polonia, e quando le sparatorie arrivano vicino, troppo vicino, la famiglia scappa. Nei boschi intorno, perché non si abbandonano così facilmente le quattro mura in cui vivi. Al ritorno, la casa non c’è più, è bruciata. Walerjan e i suoi vanno ad abitare in un paese vicino, da alcuni parenti.  E poi tutti in un fienile, in una specie di capanna d’argilla.

C’è fame, ora, miseria. E qualcuno promette pane, lavoro e un po’ di soldi. Si presentano in tanti, e anche Walerjan, di sua libera volontà. Fa il grande, ha quindici anni. Va all’ufficio di collocamento, e accetta di spostarsi in Germania. Pane, lavoro, un po’ di soldi.

Lo mandano a Brema, in una fattoria. È la fattoria di una vedova. Chiamiamola signora Maria. La signora Maria dà lavoro a Walerjan, e a qualcun altro. Le conviene, manodopera quasi gratis.

È solo che Walerjan ha quindici anni, è lontano da casa, mangia poco, non capisce il tedesco, vuole tornare. O almeno cambiare posto. Il 24 aprile del ’41 afferra un po’ di vestiti, le scarpe del contadino, un vecchio zaino e alcune camere d’aria da bicicletta. Gli servono per riparare le scarpe. Scappa.

Lo riprendono in una fattoria vicina e lo rimandano indietro. Lui resiste altri quattro giorni. Poi ha una pensata. Pensa che se farà qualcosa di brutto, di veramente brutto, la signora Maria, che già lo guarda male, non lo vorrà più e lo manderanno da un’altra parte. Oppure a casa.

Così, per farsi rimandare a casa, Walerjan ruba una scatoletta di fiammiferi in cucina, va nel fienile e accende il fuoco. Non ci pensa, che l’incendio potrebbe attaccare anche il casolare. Non ci pensa, che nella stalla ci sono otto vitelli che potrebbero bruciare anche loro, insieme ad alcuni quintali di paglia e fieno. Vuole solo tornare a casa. E appicca il fuoco. In due punti, per essere più sicuro. Poi corre fuori, straccia la scatoletta dei fiammiferi e va nell’orto. Per dare l’impressione che lui, con l’incendio, non c’entra niente.

La gente della fattoria spegne subito. Login, un altro polacco, prende Walerjan e lo pesta e gli dice che è stato lui e che lo fucileranno. Walerjan si spaventa e dice che, no, con l’incendio lui non c’entra. Arriva la signora Maria, ora che l’incendio è spento, gli salta addosso, per strangolarlo. Qualcuno la ferma, e Walerjan è chiuso in camera.

Lui non lo sa ancora, ma ha commesso un delitto di cui all’articolo 3 della Volsschädlingsverordnung.

La Volsschädlingsverordnung è la legge contro gli insetti nocivi al popolo. E l’articolo 3 prevede la pena di morte per l’incendio doloso che danneggia la resistenza del popolo tedesco. Walerjan sarebbe minorenne, ma è polacco. La legge sui minorenni vale solo per i giovani tedeschi, per educarli in un ordentlichen Volksegenossen. Ma Walerjan non sarà mai un  ordentlichen Volksegenossen, un valido cittadino. È un polacco, giovanissimo. Forse, dicono i giudici e gli esperti, ritardato. Ma non è tedesco. Pena di morte.

Viene spedito in un lager. Ha sedici anni, è magro ma in buona salute. Dopo poco tempo ha bisogno del medico: ematomi da bastonature, fiacchezza, dimagrimento, nervosismo. Ma deve lavorare. Lavori regolari e Zusatzarbeiten, i lavori aggiuntivi, di sera e di domenica. Qualcuno cerca di fuggire, qualcuno supera per sbaglio la fila delle guardie che marciano a fianco. La guardia grida: “tutti a terra!”, fulmina i fuggitivi o gli sbadati, e pesta chi non si è buttato a terra. Bisogna stare attenti a buttarsi: non bisogna rompere la pentolina di coccio che serve per la brodaglia di mezzogiorno. Walerjan si butta e la rompe. Più volte. Rimane senza la sbobba del pranzo.

Lavora al canale, dieci, dodici ore al giorno. La draga solleva la melma, Walerjan spinge la carriola colma sull’altra riva del canale. Deve stare attento, soprattutto quando passa in equilibrio sul ponticello di travi che barcolla a ogni passo. Chi cade non deve salvarsi. Deve salvare la carriola.

Un giorno Walerjan cade, con la carriola. Non sa nuotare. Michał, un amico che lavora al suo fianco, lo vede. Corre sul ponticello di travi, butta anche la sua carriola dentro l’acqua, si tuffa e salva le due carriole. Poi, tira fuori anche Walerjan. È importante non invertire l’ordine: prima salvare le carriole, poi Walerjan.

Dopo alcuni mesi, Walerhjan è trasferito in un altro Kommando.

Scrive ai genitori, di nascosto: Cara mammina e babbo. Scrivo le ultime parole. Parole per voi: non tornerò mai più a casa, perché mi è successa una cosa grave. Ma io prego Dio, l’Onnipotente, nell’ultima ora, che io possa confessarmi e fare la Santa Comunione. Ma se continuerò a vivere, cari ge­nitori, vi scriverò subito una lettera, che non vi preoccupiate per me. Avrò un al­tro processo. Non so ancora che cosa mi dirà il giudice, se dovrò restare a lungo nel carcere, o se sarà la morte. Vi prego ancora una volta di non essere in pena per me, perché la lettera è stata mandata via prima del processo. Se non dovessi più vivere, vi chiedo solo una Santa Messa. Mi congedo da voi, cari genitori, in quest’ultimo momento. Prego che possiate vivere il più a lungo possibile. E pre­gate Dio che vi aiuti a restare sani. Queste ultime parole le scrivo con mano benedetta. Buona notte cara mammina, papà, fratello, sorellina.

Tra giugno e luglio del 1942, quindici mesi dopo l’incendio, il processo.

Il processo che dura meno di due ore e mezza.

Walerjan pesa, con i vestiti, 50 chili, piange durante gli interrogatori, è debole e sofferente e condannato a morte. Il difensore chiede la grazia. Persino il pubblico ministero si rende conto che le condanne a morte contro polacchi sono di regola eseguite senza alcuna indulgenza ma non ritiene fattibile eseguire la pena capitale contro un fanciullo. Il dottor Freisler, da Berlino, conferma la condanna a morte contro il parassita del popolo Walerjan Wrobel. Walerjan è trasferito ad Amburgo per l’esecuzione. Racconta a un agente di custodia che ha tentato di bruciare il fienile per poter tornare a casa.

Walerjan chiede se non è possibile espiare in un altro modo; altrimenti, non potrà più tornare a casa dai suoi genitori. Gli dicono che ormai è deciso. È tranquillo. Chiede una foto, da mandare ai genitori, perché è via di casa da un anno e mezzo e loro non l’hanno più visto. Dice che ad avere quarant’anni non sarebbe così grave morire, ma morire così presto è tanto duro, perché non ha avuto ancora niente dalla vita.

È tranquillo. Alle dieci di sera gli portano da mangiare, due grandi scodelle di minestrone con carne di manzo. Fuma, quella notte, venticinque sigarette. Più tardi mangia ancora quattro fette di pane nero con burro. Alle quattro del mattino fa la comunione.

Il signor Heer, di Hannover, è  nominato giustiziere.

Viene letta la sentenza. Cinque secondi dopo la testa di Walerjan cade.

La salma viene mandata all’Istituto di medicina legale dell’università di Amburgo.

Le spese processuali sono a carico del condannato (paragrafo 465 STPO, Procedura penale).

 

[alle colleghe di storia: le vicende di Walerjan sono raccontate in un libro  (“Mal di casa. Un ragazzo davanti ai giudici, 1941-1942”, Bollati Boringhieri, 1994, non so se è ancora reperibile); i documenti – una parte– sono riportati in un vecchio volume della Bruno Mondadori, ormai introvabile. Se li volete, per una esercitazione da fare coi ragazzi in classe, li ho trascritti in Word. Ho fatto in modo che sembrassero il più simile possibile a una vera cartella di archivio: foglio in A3 con il frontespizio della cartella del procedimento, fotografie su carta fotografica opaca, virate in seppia, lettere scritte con carattere a mano, relazioni scritte con un vecchio carattere da macchina da scrivere, ecc. Volendo, si può accentuare il tutto con stampa su fogli diversi: la lettera dell’amico Michał su vera carta da lettere, la perizia grafologica su un foglio di quaderno a quadretti, la relazione del commissario su foglio di carta velina, e così via. Se a qualcuno interessa e mi fa sapere, dopo averlo usato in classe questa settimana, posso mandare il fascicolo già completo e stampato]

Verdenera

Entra il bide(be)llo, mi guarda con i suoi occhioni azzurri, allontana il ciuffo nero birichino, mi sorride e mi soffia (soffia un po’ quando parla): profff, dove metto il banco? Che banco?, faccio io. Il banco in più, fa lui, e ride. Il banco in più?, sbalordisco io. Sì, profff, quello dell’alunna nuova, e sogghigna.

Ecco, ci risiamo.

Questo non lo dico, ma lo penso. Con tutto il rispetto, ‘ste classi sono diventate come la fermata del Metro tra Corvetto e Rogoredo. Porto di mare. Uno va, una viene, dove la mettiamo?, dalla Prof che c’ha ancora un angolo di aula libero?, massì, dai, mettiamola lì.

Che poi, poeretta, arriva da chissà dove, magari da Pioltello, e prima era in Equador, sarà spersa e spaurita, mica posso metterla in fondo da sola, su stringetevi, la mettiamo in prima fila, insieme ad Amebo e a Regina. Amebo è Amebo, Regina non dice una parola nemmeno a frustarla ma insomma.

Poi arriva. È bassa, cicciottella, sorridente, nerovestita, nerocrinita, nero truccata (riga su, riga giù, riga dentro), bocca rossa. Piercing. Finora gliene ho contati quattro. L’ultimo l’ho visto ieri perché mi pareva che avesse una goccia di sangue proprio sotto il labbro inferiore, lì in mezzo, appena sopra il mento e con la scusa di farle vedere la cartina dell’India, le sono andata vicina. Macché sangue. Piercing.

Sa tutto sul nazismo, c’aveva un’amica nazista e razzista che, lo sa, prof, adesso ha sposato un negro. Complimenti. Hitler era ebreo, lo sa, prof? Eh, come no.

Era molto interessata alle lezioni, soprattutto quando ho detto del Mein Kampf, che è stato pubblicato e anche tradotto. Dove si compra, prof?

Per il resto, ha un quadernone e prende appunti. Su tutto, di tutto un po’, nelle mie ore. Poi confonde storia con geografia e poesia con grammatica, ma prende appunti. Durante l’ora di arte, invece, chiacchiera con Regina: si sono trovate bene, insieme. Fanno un cazzo (scusate), ridono tutta la mattina. Durante l’ora di matematica, scambia i bigliettini con Regina. Durante l’ora di scienze, orna il diario. Durante l’ora di musica, però, lei non ride e non chiacchiera e non scambia i bigliettini. Si dipinge le unghie. Indovinate di che colore.

Rieccoci

circolare 10-2009

Chi non è insegnante non legga, per piacere.

Chi è insegnante prenda un calmante.

Ne è arrivata un’altra.

Di circolare sul voto di condotta.

Di ieri.

Dice che c’è una legge che ha modificato la valutazione (va’ là??).

Dice che bisogna mettersi prima d’accordo con un regolamento.

Dice che il regolamento c’è, ma per ora solo della scuola media visto che le superiori vanno riformate e qui si fanno le cose bene: prima si riformano, poi diamo il regolamento. Forse nel 2010.

Dice che il regolamento per le medie deve essere approvato.

Dice che ci metteranno un pochino, ad approvarlo.

Dice che però forse adesso dobbiamo fare gli scrutini e dare i voti e se aspettiamo il regolamento col cavolo che diamo i voti.

Dice che, allora, aspettiamo il regolamento ma intanto ci dice qualcosa così, en passant, tanto per sapere.

Dice che la valutazione deve essere attendibile ed equa e accurata (ma va??) e va avanti ripetendo il riassunto dei corsi di formazione di vent’anni fa sulla valutazione. Vi risparmio.

Dice (ripete)che ora dobbiamo dare la valutazione in voti.

Dice (ripete) che dobbiamo dare i voti alle materie (italiano, storia, scienze e via così). Già che qualcuno pensava di dare i voti alle pettinature o ai pantaloni con cavallo basso: no! Si danno i voti alle materie!

Dice che poi faranno un bel regolamento anche per questo ma per il momento adesso hanno deciso che anche ginnastica fa media (sissì, hanno cambiato idea rispetto a una settimana fa).

Dice (ripete) che la condotta si valuta come nel decreto numero 5 di otto giorni fa (che il 5 lo dai con più di quindici giorni di sospensione ma più di quindici giorni di sospensione non li puoi dare; che se uno fa violenza sessuale, però, allora puoi dare 5 in condotta).

Dice (ripete) però che, per quanto riguarda i voti, che facciamo un po’ come siamo abituati (uso rimesso discrezionalmente ai docenti della classe: uè, neanche a quelli della scuola, ma della classe).

Dice che dobbiamo dare i voti anche per le competenze ma ci faranno sapere.

Dice che per gli esami ci faranno sapere (forse si sono accorti che ci avevano fatto sapere che le materie le dava il Ministero e invece era una cagata).

Due pagine di tutto ciò, più una di indirizzi vari, più una dove c’è scritto: aggiornato il 23/1/2009, spedite a tutte le scuole d’Italia.

Poi dite che non vi tengo informati.

Figli di un ministro minore

Ecco, ora che la Maria Stella è andata su YouTube a dire quali saranno le materie d’esame per la maturità delle superiori, noi delle medie siamo in attesa ma non arriva niente.

Eh, sì, perché nel suo regolamentino sulla valutazione, la Maria Stella ha fatto scrivere che, anche per le medie, “il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca con proprio decreto fissa le materie d’esame, comprese quelle relative alle prove scritte” (e cioè, capisco io, comprese anche quelle orali). Lo dice l’articolo 4.

E finché la Maria Stella non ammette che ha proposto (di concerto col ministro della finanze) una cavolata, io son qui che aspetto un altro video su YouTube con le materie d’esame per le medie.

Se no, piango.

Sssienssa

Intanto che fate l’intervallo, imparate che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Provate a cliccare su una o l’altra o l’altra sfera. O l’altra ancora. Magari quando son tutte ferme provate a cliccare su una di quelle in mezzo. E poi sull’altra. E poi su una di quelle a lato. E via così. Domani mi fate la relazione, eh?
http://widgets.clearspring.com/o/492c901b2693e3fe/4978d0702a0953b2/492c901b2693e3fe/98ccfbd5/-cpid/9f5ed48e7bfd8d85

Disclaimer*

[*ovvero:] Non so bene che significa ma mi sembra adatto

Uè, ammetto che qui le cose si fan pesanti. Ammetto che non ho parlato di Gaza, di Obama, della crisi economica, e che vi ho solo raccontato della crisi del mio borsellino. Ammetto che sembro vivere fuori dal mondo. E che sembro rientrare nel mondo solo per parlare male della povera Maria Stella e farvela pesare pure, questa povera ministressa che sembra non farne una giusta, ma no, è solo che non legge quello che firma e che non conosce le leggi che cita e che cita una legge e il suo decreto contrario, tutto qui.

Però, ecco, avviso: vivo nel mondo. Forse un po’ meglio di chi guarda la Tivì, ché io non la guardo e sto bene.

Vivo nel mondo, e so che ci sono cose brutte: i bambini che muoiono, i lupi mannari in agguato, le case che saltano per aria, le famiglie che saltano per aria (se non stiro e brucio di nuovo la cena, succederà anche qui, tra l’altro), le persecuzioni, le intolleranze (non quelle della Noisette, che intollera il latte, quelle proprio serie), la mafia, la politica, i monaci birmani e quelli tibetani, il male di vivere e altro e altro.

Le so, queste cose, visto che mi faccio un giro sui blog di amici che di questo parlano, e poi qualche volta leggo i quotidiani, e poi qualche volta mi devo informare per i virgulti e mi informo su Internet o da qualche esperto di cui mi fido.

È solo che ho bisogno anche di sorridere, ogni tanto. E alle volte, per esempio ora, in questi giorni, o mesi, se uno  mi parla della fame nel mondo, io lo mordo.

Volevo solo dirvi che lo so, che c’è la fame nel mondo, e che a scuola stiamo facendo un lavoro sul sottosviluppo, e che guardiamo i film sul nazismo, e che facciamo un lavoro sui morti di Caporetto e cose così.

Lo so, ma qui non mi va di parlarne. Qui, ammetto, preferisco parlare delle tette della Arcuri, che ieri ai prescrutini hanno ammiccato per un’ora verso Don Dolando. Che non ha apprezzato. Dormiva.

Era solo per avvisarvi.

Fish-aggiornament: I pescetti stan bene, grazie, dicono che siete stati gentili col mangime (fin troppo), ma io li ho liberati. Stanno andando al mare (beati loro). Anche perchè io di solito i giochini a scuola li ritiro, e invece ieri mi sono lasciata andare a mettervene uno qui. Inaudito. Grazie a LCL che me lo ha fatto notare.