Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: febbraio 2009

Revisionismo

Stavolta, ho pensato, non mi fregano. Stavolta li costringo io a trattenere nella testa qualche brandello di storia contemporanea. Questo, una decina di giorni fa. Così mi sono messa  di buzzo buono (manifestazione inequivocabile di volontà a intraprendere e a portare a compimento in modo indefesso le mie lezioni), ho preso tutti manifesti della seconda guerra mondiale, li ho montati in presentazione, poi con i virgulti clicca di qui, molla di là, e il computer, e la lavagna interattiva (che c’entrava come la calìa da un orefice di via Montenapoleone, ma vabbè, fa fine, la lavagna interattiva), e vedete questo tedesco che faccia da cattivone, e quello l’è Hitler e questa l’è la Germania, e la guerra e il processo e via così.

Poi, tanto per non dimenticare le buone vecchie tradizioni, ho pure detto di studiare il libro, eh, ché finché la Mariassstella non ci capita tra capo e collo, noi usiamo ancora quello di carta, poi all’ibuuuc ci penseremo.

E poi ho anche ammiccato e buttato lì: ragazzi, da ora in poi ogni volta che vi do da studiare le due mezze facciatine del libro (perché il resto son tutte foto e cartine e documenti e approfondimenti e glossari e itinerari e striscia del tempo, non è che rimane tanto spazio per le notizie tipo Pearl Harbor o la bomba atomica), ecco, ogni volta rispondete anche alle domandine che trovate in fondo, che son solo due o tre, ma vi servono, oooohhh, se vi servono… E giù ad ammiccare, che qualcuna delle femmine ha capito, eh.

Poi ho dato la verifica: con le stesse domandine del libro, quelle che ammiccavo, ecc., tanto che uno alza gli occhi dal foglio della verifica e li sgrana (gli occhi) e fa: ma prof, sono le domande del libro.

E io sorrido e annuisco materna, come dire: vedete, virgulti, come sono buona? Vi fo studiare al computer, vi do da rispondere a due domandine alla volta, e in più ve le metto tali e quali nella verifica. Oddio, se son buona, ché adesso mi prendete tutti dieci, chissà che dirà il Preside.

Così oggi mi metto a correggere tutta giuliva.

Non so. Nel processo di decostruzione cognitiva e di appalesamento delle nozioni acquisite dev’esserci stato un bel corto circuito.

Ché la storia della seconda guerra mondiale, per Pinotto, l’è questa:

Ciamberlen sperava di ottenere che non ci fossero più attacchi alle spalle, senza sapere niente, che ci fu veramente il patto di non attaccare. Le ragioni che portarono Mussolini ad avvicinarsi a Hitler sono che: si sarebbe messo con Hitler diventava potente e anche per far cadere il nazismo. Il Patto d’acciaio era che non si dovevano più attaccare tra di loro a meno che non fosse previsto e non si mettessero d’accordo. La penetrazione tedesca in Francia avvenne con facilità perché era un posto dove non c’erano guardie francesi a ostacolare il passaggio. Le tappe della guerra di Mussolini sono uno di fronte all’altro. Gli Stati Uniti entrarono in guerra nel 1942 perché. Il 1943 fu l’anno di svolta perché in certi paesi ci furono dei cambiamenti. L’offensiva degli Alleati vien lanciata in Italia per distendersi. La guerra si conclude con la vittoria della Germania.

 

Ora.

Dopo questa mazzata finale, credete che io potrò ancora decentemente continuare a correggere dette verifiche? Preparatevi, ché farò gesti inconsulti (tipo saltare addosso al Drago).

E-book…

…notebook, quellochevolete-book…

Siamo in Europa

Lo confesso, ero un po’ preoccupata. Sì, sì, mentre voi disgraziati eravate lì a sghignazzare e a morire alle mie spalle, pensando a come eravate fortunati a non avere come figlio e come collega Chicco, che ha una faccetta carina come un angelo ma i capelli che se li strizzi viene giù l’olio per la pastasciutta e il cervello che se lo strizzi non viene giù neanche quello,

mentre eravate lì a leggere le mie disgrazie e a compiere la vostra catarsi, e vi alzavate dal computer con un bel sospirone di sollievo pensando: guarda, mi scade il mutuo, mio marito russa come un tosaerba, il cane del vicino fa la cacca davanti alla portiera della mia auto ma io non c’ho a che fare con la Mariassstella e neanche con Chicco, quindi ringrazio il cielo che c’ho la mia michetta da mangiare e intanto c’è  la fame nel mondo (che è un’ardita metafora per dire: io sto bene ma intanto LaProf è sull’orlo della crisi),

mentre pensavate pure: oh, che bello, ora c’ho una bella cosa divertente da raccontare alla mia collega scorreggiona, così la smette per un po’ di alitarmi in faccia (oppure: c’ho una cosa da ridere da dire a mio marito tosaerba, chissà che dal divertimento non gli si blocchi la respirazione una volta per tutte), e alla fine la bella cosa divertente da raccontare è che io c’ho degli alunni grandi e ciula (scusate l’arcaismo),

nel mentre di tutto ciò, insomma,

io mi preoccupavo perché avevo perso un pacco di compiti in classe già corretti e avevo tre mamme alle calcagna che volevano le fotocopie di quelli dei loro virgulti, solo per vedere, sa, mica per criticare, e insomma, non è una cosa bella, perdere dei compiti in classe.

Ché poi, io lo sapevo dove erano esattamente: erano esattamente dentro una borsina di stoffa blu della Comunità europea, con tutte le stelline gialle in cerchio, perché noi europei siamo tutti in cerchio uniti a danzare il sirtaki e ad affrontare la crisi e a ridere del governo italiano, tutti insieme appassionatamente. Insomma, erano lì, nella borsina, e dentro la borsina, per non sciuparsi, erano in una cartellina rosa, in plastica, professionale (rosa per distinguerla da quella gialla dell’altra classe, e qui ci sarebbe tutto un discorso sui colori, ma questo ve lo faccio un’altra volta). Solo che non trovavo più la borsina.

Lo sapevo che l’avevo ingrugnata da qualche parte, ma morire se mi veniva in mente.

A casa ho persino stirate quattordici camicie, per vedere se magari era andata a finire lì in mezzo, in una lieta mescolanza di cultrua e vita vera.

Ma non l’ho trovata. Allora ho provato a scuola.

Son persino andata a vedere nell’aula di musica, dove una volta sono stata due ore mentre mangiavo un panino e vedevo come funzionava un programmino sul computer, ma ero sola (prima che a qualcuno vengo in mente di collegare l’aula di musica col prof. Drago). Ero sola e forse avevo lasciato lì la borsina blu con le stelle e i miei intelligenti colleghi di musica (escluso Drago) l’avevano vista ma non avevano pensato: di chi è?, chiediamo in giro, macché, l’avevano lasciata lì e amen.

Invece no. Nell’aula di musica non c’era, ho fatto peccato a pensare male dei miei intelligenti colleghi di musica (escluso Drago).

Allora stamattina, come ultima ratio, provo a chiedere al bidello. The bidel was in e io chiedo: ha mica visto una borsina blu di stoffa con le stelline gialle dell’Europa che facevano bel cerchio? Mi sembrava una descrizione accurata, come descrizione. Precisa. Ma lui mi guarda e scuote la testa.

Ah, dico io, peccato, a casa non la trovo, pensavo di averla lasciata qui a scuola.

E esco dal bugigattolo dei bidelli.

Allora è sua, mi fa quello che prima mi aveva guardato e aveva scosso la testa.

Allora, capirete, io mi giro e rientro e lo guardo e chiedo: ma l’ha vista?

Sì, mi fa lui, nella stanzetta di là.

Oh, grazie, faccio io, meno male, ora vado a prenderla.

Ed esco di nuovo.

No, di là non c’è, sento una voce, sempre dello stesso di prima.

Allora mi rigiro e rientro e lo guardo e chiedo: ma dov’è?

Era nella stanzetta, in un angolo.

Ah, bene, ma se non c’è più, nella stanzetta, dove la trovo?

Ah, se è sua, forse è qui.

Forse. E io stavolta non parlo, capitemi, cosa potevo dire. Non parlo e lo guardo.

E lui non parla e mi guarda.

Ma, scusi, me la può dare?, glielo chiedo, perché ammetto che magari non si era capito, che stavo cercando una borsina di stoffa blu, con le stelle dell’Europa.

Allora lui stavolta si alza e si gira e prende la mia borsina blu da sopra l’armadietto e me la dà.

Non sapevo di chi era, mi dice.

E io ringrazio prendo e porto a casa.

Non sono più preoccupata. Per la borsina, intendo.

Per il resto, ci sono abituata.

Appunti

37agoUno con una faccia così, oltre a metterlo nel corso di recupero mentre tutte le sceme della scuola gli sbavano dietro, ti stupisci che non sappia contare i giorni dei mesi?

 

Mi offrono di seguire (un giornata) un fantastico corso EFT. Siccome non so cos’è, mi informo. Trattasi di uno straordinario rimedio  universale che va sotto il nome di Emotional Freedom Techniques ovvero Tecniche di Libertà Emozionale, ovvero si parte da una tecnica energetica che stavolta si chiama TFT e si arriva all’autoguarigione. Da che? Non so. 100 euro più 10 euro di iscrizione. Il corso funziona già. Mi sento liberamente emozionata.

 

Ho qui da correggere un tema che inizia così: “Io sono un comune studente della scuola ed vi racconterò una storia passata essere l’investigatore della 3^ A vi racconto è il giorno undici febbraio era un giorno comune ma dopo l’intervallo all’ingresso della porta gomma e penna di Lucia così in mezzo secondo Lucia era al suo banco ma l’astuccio non c’era” (il mistero si infittisce).


Aggiornamento
(per gli appassionati del genere): il tema finisce così: "ho chiesto subito a lui e mi avevano detto che aveva portato giù un blocco notes e una gomma gli saranno caduti durante veniva su invece l’astuccio è stato ritrovato al confine della sua cartella, per compiere un’esplorazione mai fatta dagli altri astucci". Sic. E sigh.

Prove teNniche

Tutti zitti a provare a svolgere la prova Invalsi (si chiama così appunto perché uno prima prova a farla, poi la fa). Io ritiro e oggi correggo.

Trasforma ogni frase interrogativa diretta nella corrispondente interrogativa indiretta:

1. Giovanna chiese: “Quando verrà il medico?”

2. Alcuni turisti hanno chiesto: “Qual è la strada più breve per il Duomo?”

Linìn risponde: 1. Chi può venire a curare la mia malattia, quando verrà?

                      2. C’è una strada che ti far risparmiare tempo, qual è?

a.B, a.D.

Un po’ mi preoccupo, a scrivere ‘sto pezzo. E poi (penso) che diranno quelli che passano di qui?

No, non voi, affezionati e un po’ a volte rompiballe lettori, qualcuno con gusti così poco ortodossi che mi sbava addosso alla Mariassstella, qualcun altro che è peggio dei miei alunni e fa casino, eccetera. No, penso a uno che passa di qui per caso e dice: oh, vediamo come va la scuola, e io, pàm, parlo di uomini.

Sì, devo.

Mi è venuta in mente una cosa.

Che, nel panorama desolato della scuola media inferiore, la percentuale di uomini è paurosamente al di sotto della soglia minima consentita per la sopravvivenza, benché, si sa, uomini ne basterebbe uno solo, anche brutto e puzzolente, ma di donne, per la sopravvivenza della specie, meglio che ce ne siano di più. Perché io, per esempio, se l’unico uomo è brutto e puzzolente o profuma ma somiglia a Brunetta, la sopravvivenza della specie mi fa un baffo, eh, sia chiaro, quindi meglio che ci sia anche qualcuna più accomodante.

Ma continuiamo (cioè: io continuo a dannarmi per trovare qualcosa di bello da scrivere e voi continuate a spassarvela e a divertirvi, senza considerare che è tutto il pomeriggio che cerco di scrivere un saggio su De Kerckhove e c’ho gli occhi che mi sperluccicano e per tenermi su ho dovuto farmi una cioccolata gigante con tre brioscine e addio dieta).

Continuiamo perché son tre paragrafi che la tiro in lungo invece di parlarvi di lui.

Prima di Bocconcino, prima di Drago, molto prima, lontanamente prima, perdutamente prima, c’è stato Lui.

Arriva nella mia scuola che io ero lì da tre, quattro anni (ve l’ho detto: perdutamente prima). Siccome allora, lo confesso, c’avevo il sacro fuoco e badavo solo alla nuova didattica e a studiarmi bene bene la lezione prima di andare in classe e a comprare i gessetti colorati e i libri su come scrivere poesia e via discorrendo, ecco, non è che c’ho fatto tanto caso. Me lo ricordo, che è arrivato in sala professori un biondino alto e spettinato, stile stropicciato come Bocconcino ma più stirato, senza troppe rughe, anzi, senza nessuna, con uno zainetto sulla spalla stile alternativo, e i capelli lunghi che allora, che eravamo una scuola seria, facevano subito hippy isola di Wight. Me lo ricordo e morta lì.

L’ho notato bene qualche mese dopo, solo alla fine dell’anno, perché lui doveva passare l’esame del ruolo e io ero nel comitato di valutazione e si è messo lì con la sua tesi su un ragazzino handicappato (disabile, ma allora si diceva handicappato), una bella tesina, scritta bene, che io la leggo e mi ha fatto anche ridere, e ha fatto ridere anche il preside di allora, che era un tipo serissimo e alla fine ha detto: sì, è un tipo originale ma bravo, passa di ruolo.

Ecco, me ne sono accorta alla fine dell’anno che era biondo, alto, simpatico, con gli occhi gialli, stranissimi, e con tutte le colleghe che gli morivano dietro. Gli erano morte dietro da subito, intendo. Che quando è arrivato, al primo consiglio di classe, entra nella sua classe e la prof. Colonna lo squadra, e poi si gira verso il collega di tecnica che c’era allora, uno alto e antipatico, e gli fa: ah, ora non sei più tu il più figo della scuola.

Sottinteso che il più figo era quello nuovo. Lui. E se lo diceva la prof. Colonna c’era da crederci, no?

Sì, vi assicuro, c’era da crederci.

Deiezioni

Ora, cominciamo col dire che dovrei essere a letto da un pezzo; che avevo ormai solennemente promesso a me stessa che basta con ‘ste storie della Mariassstella, mi ha rotto le balle, scusate il linguaggio ma a quest’ora vacillo; avevo in mente di parlare di una figu che mi sta a cuore; e così via.

Invece salta fuori che c’è una scuola elementare che ha dato a tutti i bambini “10” in pagella, che modestamente era un’idea che era venuta anche a me, non so se qualcuno si ricorda. Comunque. Le maestre, che invece di parlare parlare come faccio io, hanno agito, spiegando che “ il 10 in “pagella” dato ai bambini nel primo quadrimestre è il frutto di considerazioni pedagogico/didattiche e di coerenza professionale. Non è in alcun modo un “10 politico”. Invitano pertanto chiunque a non fornire altre interpretazioni in merito."  Cliccate e trovate qualche notizia in più.  

Ma prima indovinate chi ha fornito altre interpretazioni.

Una a caso.

Sì. Lei.

Che mi viene anche a dire: il 6 in pagella non è politico, il 10 sì (e qui capisco, c’è l’inflazione, razza di brutti e sporchi sessantottini). Brutti e sporchi lo dico io per dare un po’ di colore all’ambiente, sessantottini lo dice lei. Ora chi glielo spiega che io nel ’68 avevo ancora i calzettoni e il grembiule? Che magari si commuove, a dirle del grembiule. Comunque.

Poi dice che i voti li danno in tutta Europa e noi eravamo gli ultimi.

Ora, sentite, ma non c’è uno, un esperto, un consulente, una persona che a lei piaccia e che le spieghi una cosa? Una cosa importante, eh!: che in Europa non si danno i voti, merdaccia! (scusate l’imprecazione poco adatta, di solito i bisogni grossi son del mattino, ma vi avevo avvertiti che l’orario mi fa brutti scherzi). No, signorina Mariassstella, in Europa si usano i punteggi. Che l’è una roba diversa.

Io vado da Ameborje, a Stoccolma, e gli dico: guarda, te sei sul 12 per cento, andiam malino, eh?

Poi vado da Amébé, a Paris, e gli dico, oh, mon dieu, nous sommes au douze pour cent, oh, là, là.

Poi vado da Amebwyn a Dublino e gli mostro : oh, my god, only three per cento (con l’inglese vado male, lo sapevate, soprattutto con i numeri).

Ma insomma, così via, avete capito, no? Lo so che vi bastava il primo esempio, ho fatto gli altri perché Mariassstella l’è un po’ düra de cumprendoni.

Poi veniamo in Italia e vado da Amebo e dico: 3. Bocciato, iniorante.

Insomma, pedagogicamente parlando, è un po’ diverso.

Insomma, qualcuno glielo dice che, pedagogicamente parlando, sta anche facendo una bella misura di figure di cacca?

Poi, già che c’è, ditele anche che io c’ho da lavorare, mica poco starle dietro così a raccogliere. C’ho già due cani che mi riempiono il giardino, maleducati. Mi mancava solo anche una ministra che mi riempie il Paese.

p.s.: è un post oscuro, ho cercato di spiegarmi meglio nel commento numero 4, delle ore sei circa, sono un po’ più sveglia, a quest’ora

Colpo su colpo

Preoccupata, non sono tanto preoccupata. Diciamocelo, in questi ultimi giorni siete così carini e affettuosi e gentili che mica posso prendermela con voi come ho fatto talvolta. Non mi va neanche di chiamarvi brutti ceffi. Ma non sono preoccupata per voi, ché dopo tutto, chi vi conosce? Io potrei chiamarmi Beppe e avere due bei baffoni e chi di voi lo sa?

Te, Noisette, stai zitta.

Comunque. Non è che adesso, quello che dico, lo dico perché ho paura che non veniate più a trovarmi e compagnia bella. Lo dico perché mi sembra giusto. E anche perché non c’ho un tubo da fare (seee…). Forse lo dico perché c’è di là una figlia a casa da scuola, che è stravolta perché ieri sera ha fatto una parte in una tragedia, lei non è morta, è morta la sua amica, ma insomma, tra scuola, prove e tragedia di ieri, stamattina ho ceduto e l’ho lasciata a letto, ma ora è sveglia, di là, così io sto di qua tranquilla a far finta di lavorare.

Volevo dirvi che a volte il diavolo non è così brutto come lo si dipinge. E neanche Mariassstella è così brutta come la si vede (cioè, parlo in senso metaforico, perché, di reale, è ben brutta, eh, con tutto il rispetto per i gusti del Demonio che vorrebbe spupazzarsela ogni volta che la vede).

Perciò, tra tanto urlare e sbraitare e farvi vedere che razza di proposte di leggi arrivano, io ho fatto un po’ di conti e l’anno prossimo:

se i genitori chiedono il tempo prolungato

se noi ci teniamo i professori di quest’anno

se usiamo la frasetta in fondo che dice: è rimessa all’autonomia delle scuole organizzare diversamente la didattica (della serie: io faccio il regolamento, poi tu fatti i cavoli tuoi finché io non ti vengo a rompere le balle),

insomma, la nostra bella scuola seria e con possibilità e opportunità per tutti, i tarlucchi e i genietti, gli indigeni e gli stranieri, i film e il laboratorio di scienze, ecco, riusciamo a farla.

Anche perché ci sono quattro colleghi che hanno l’età e gli anni ma non vanno in pensione, che da una parte sono un po’ tarlucchi anche loro, dall’altra ci fan comodo, così sono lì, non ce li tolgono, e noi copriamo tutte le classi, nel senso che abbiamo prof e ore per tutti e non solo per una classe e un terzo, da riempire il resto senza aggravio di spesa per lo stato, chi ci riesce è bravo e ha un bacio in fronte dalla Mariassstella (Demoooonioooo, è il tuo momento).

Questo pensavo.

Ma sono stata intercettata.

Così Brunettà, stamattina, telefona alle scuole (non lui personalmente, capitelo, che si sa che lui lavora un sacco ma telefonare a tutte le scuole d’Italia, no, ‘un gliela fa), comunque, telefona, anzi manda un fax da stampare in duplice copia, quattordici pagine di istruzioni ma mi raccomando risparmiate sulla carta se no arrivo io e vi stendo.

E dice, nel fax: scuola, voglio subito sapere chi ha l’anagrafica per andare in pensione. E ora non prendetevela con me per il linguaggio, perché questo ha detto, il Brunettà. Comunque: mandatemi subito l’anagrafica di chi può andare in pensione e, vigliaccone, non ci va. Mandate, che ci penso io, così scarico i vigliacconi all’Inps, e al posto loro…

Ecco, al posto loro chi verrà?

Per esempio, chi verrà al posto del mio Preside che ha già più di 60anni e voleva rimanere ancora due anni, col permesso già concesso dallo Stato, per finire di sistemare il laboratorio di informatica e i pannelli solari anche sulla palestra? Chi verrà?

Chi verrà al posto della Iena ridens che ha già età pensionabile e anni pensionabili ma rimane ancora perché così porta la classe in terza e la continuità e non seguitiamo a cambiare insegnante, sì, a volte fa la Iena ma l’importante è che insegni?

Non vado avanti.

Perché mi sa tanto che la risposta sarà: nessuno.

E chi andrà in presidenza e nelle classi scoperte?

Giovani ed entusiaste noccioline?

No.

Fate voi.

Sdoppiatevi.

Triplicatevi.

Dimenticate il tempo prolungato.

Dimenticate i laboratori.

Dimenticate l’insegnamento individualizzato (cioè, non dimenticatelo!, perché la Moratti lo vuole, e anche la Gelmini, però dimenticate di poterlo fare).

Non rompete le balle e lavorate, fannulloni.

Meno male che il prof. Drago si è tagliato i capelli e stamattina l’ho visto di sfuggita. Bellissimo.

 

Prosa poetica

Voi dite se è vita, per un’insegnante, chiedere i compiti agli alunni e questi ve li portano un pezzo alla volta.

Mettiamo che ho dato da fare un tema. Per lunedì. Son ventisette alunni, ritiro ventisette temi, giusto? Vado a scuola con la cartellina di plastica gialla, superprofessionale, lembo di chiusura, etichettina sul dorso per ricordarmi che quelli sono ventisette temi della terza e non ventotto della prima, chiedo, ne arrivano la metà. Intesa come la metà della classe. La metà esatta. Che qui, lo so, dico uno strafalcione, secondo me: perché se la metà è metà, è metà, giusto? Non ci può essere una metà inesatta, giusto? Se no, non sarebbe metà, ma sarebbe un cicinino meno della metà, o un pochettino in più della metà, robe così. Che se Pitagora si costruiva il suo triangolo con un angolo che non era la metà esatta dell’angolo piatto, volevo vederlo a fare il teorema. Comunque. Ci siam capiti. Son ventisette. La metà è tredici temi e mezzo.

Eh, già. Perché ne arriva uno che me ne porta un pezzo. Tra l’altro, il titolo del tema è lungo, già da solo occupa cinque righe (si chiama *traccia*, non titolo, è una cosa nostra, ora non posso star lì a spiegarvi anche questa stranezza, fidatevi, cinque righe). Poi c’è un pezzetto del tema. Poi mi porterà l’altro. Ancora con le cinque righe del titolo, più un pezzettino di aggiunta con scritto: ora presento il mio parere, e via così.

Poi, fosse scritto bene, una dice: vabbè, correggiamolo a puntate. Ma fa anche schifo. Voglio dire: voi, diventate professoresse di italiano in una scuola media, con il compito e l’anelito a farli esprimere in un italiano corretto, chiaro e comprensibile. Accettereste una frase tipo: “quindici allenamenti settimanali per squadra, due squadre e mezza riserva per ogni società, un allenatore assumerà la parte tecnica, riscaldamento e preparazione nella prima squadra (15 ore settimanali) e completerà con 3 ore nella seconda squadra, l’altro allenatore assumerà la parte tecnica, riscaldamento e preparazione nella terza squadra e completerà con tre ore nella seconda squadra. Le altre 9 ore della seconda squadra verranno abbinate con 9 ore di altra squadra di un’altra società. Il completamento con le 3 ore potrà avvenire solo con ore interne alla società (anche di superallenamento), senza costituire posti di allenatori esterni. Gli allenatori seguiranno le squadre per continuità. Però, se volete, ogni società può organizzarsi diversamente”.

Voglio dire, io glielo faccio mangiare, un tema così, a un alunno di terza media.

 

Lo so, lo so che adesso c’è Demonio che dice: prof, ti adoro ma non fai un tubo per tutto l’anno, almeno correggi ‘sti temi a puntate. E io dico, sì, giusto, correggo.

Meno male che, però. il pezzo là sopra non l’ha scritto un mio alunno. E’ del Ministero? Non lo posso correggere. Devo solo accettarlo, chinare la testa, dire al Dirigente: ma se noi facessimo la rivoluzione, e lui: sì, però io non le garantisco la copertura legale, e amen.

Perché, vedete, se là sopra togliete società, squadra e allenatore, e mettete corso, classe e professore di lettere, avrete il mio orario per l’anno prossimo.

Eh, sì, perché qui qualcuno già pensava che questo venerdì era un altro venerdì senza mariestellate, e  invece, no. Ecco qui. Il titolo è lo stesso di un po’ di tempo fa, ve lo metto perché mi sembra interessante: Regolamento recante il “Riordino delle norme generale relative alla scuola dell’infanzia e degli ordinamenti relativi al primo ciclo di istruzione ai sensi dell’art.64 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133” ma, in più, c’è una codina: revisione delle abilitazioni e delle cattedre, e poi giù, il nuovo pezzo di tema. Con quella frase là in alto. E altre simili.

Dì, son ben stanca…

Vocabulary

Avrei pensato di fare così: dei fogli su carta pesante (pesante il doppio dei fogli normali) su cui stampare gli spazi per le figurine e sotto le parole (in rosso i verbi, in blu i nomi, in verde gli aggettivi, se mai ci arriverò, ecc.). Su un foglio A4 ce ne stanno circa sedici, compresa una frase in alto tipo: "ogni COSA ha il suo NOME". Poi un foglio di carta normale con le figurine (4×4 circa). Ce ne stanno 24 su un foglio A4. Son ragazzini di prima media: darò loro i fogli pesanti e le figurine da abbinare, spero si  impiastriccino di colla, si divertano e imparino.
Poi le cose si complicano: "ogni AZIONE ha il suo VERBO" (sì, lo so sto semplificando, ma partiamo da cose concrete), e "ogni VERBO ha il suo TEMPO" (limitatamente a passato, presente, futuro), e via così. Naturalmente, non correggerò più verifiche, non riempirò più registri, eccetera. Se però qualcuno ha bisogno di cose semplici per qualche straniero tarlucco, il tutto sta su fogli di Word.Vocabulary1

Amare, ascoltare, guardare, leggere, parlare, salutare, scrivere, sognare, studiare, tacere.
Libro, matita, quaderno, penna, zaino, professore.