Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: marzo 2009

Per ipotesi

Mettete che cominciate scuola alle otto. C’è chi prende il treno alle sei, mica vi lamentate, no? No.

Mettete che dovreste finire a mezzogiorno, ma finirete alle undici, perché c’è un’assemblea sindacale, e di questi tempi son cose brutte, ma qualcuno le deve fare, facciamole.

Mettete che andate in terza e nessuno ha studiato.

Mettete che poi andate in prima e avete due ore, ma alla prima ora i due dell’Apocalisse (Alì e Ahmed) vi piombano in classe all’improvviso e voi non avete preparato  niente perché di solito a quell’ora sono a lezione di italiano basico.

Mettete che, mentre tentate di spiegare agli altri come si fa una relazione, tentate anche di capire da Alì se “io piace la papa” vuol dire che ama mangiare o che ama il suo genitore (la seconda che ho detto, comunque).

Mettete che, mezz’ora dopo, arriva quella di alfabetizzazione (italiano basico) che vi dice che, sì, in realtà in quell’ora erano con lei ma è appena arrivata ma se stanno già lavorando con te grazie e arrivederci.

Mettete che controllate le firme dell’avviso che tutti usciranno alle undici per assemblea sindacale e scoprite che sei (sex, direbbe la Mariassstella) non hanno fatto vedere la comunicazione perciò ve li dovete tenere a scuola.

Mettete che continuate la lezione con Rorob senza firma, lì di fianco, angelo custode, che ogni due per tre sussurra: ma ci tiene qui?, ma voglio telefonare, ma voglio andare a casa, ma io gliel’ho fatto vedere l’avviso, ma io voglio andare a casa.

Mettete che dite chiaro e tondo a Rorob che non sprecherete i soldi di Tremonti per riparare a una sua dimenticanza.

Mettete che continuate la lezione con Rorob che comincia a dire: ho mal di stomaco, mi brucia la pancia, posso telefonare a casa?, non sto bene, mi vien da vomitare, posso chiamare mia mamma?

Mettete che state spiegando l’ira del Pelìde Achille con Rorob che cinguetta mi brucia la pancia, Valdo che sogghigna perché lui andrà a casa e l’angelo dirimpettaio no, e la prof. Mollalì vi viene a dire che ci sono altri due sturloni di terza senza firma, li tieni tu?

Mettete che arrivano finalmente le undici e tutti vanno a casa (virgulti) o all’assemblea sindacale (colleghi) e voi vi disponete a passare due ore con otto deficienti, e con la bidella che vi viene a dire che altri 35 deficienti uguali senza firma sono andati giù a telefonare a casa, alla fasccia di Tremonti, Brunetta e il Capo che non vuole telefonate inutili.

Mettete che ne fate una questione di principio, vi chiudete in classe con gli otto, così non vi rompe le palle nessuno, e aspettate.

Mettete che alle dodici e un quarto andate a vedere se qualcuno può sostituirvi, datosiché il vostro orario è finito e gradireste sentire che cosa cavolo stanno decidendo all’assemblea sindacale.

Mettete che: niente, ve li tenete voi (gli otto, che son diventati sette, perché è venuta  una madre fuor dalla grazia di Dio a vedere dov’era il suo virgulto deficiente e se lo è portato a casa).

Mettete che finalmente arriva la una e un quarto, i colleghi dell’assemblea sindacale se la sono filata già da mezz’ora, voi mollate Rorob e compagnia bella, ma non potete andare a casa perché alle due cominciate i consigli di classe e non fate in tempo.

Mettete che cominciate i consigli di classe con Bifida che dice: ma siete matti a bocciare Valdo (che poi mi rimane sul gobbo a me?). E quando Giadosi fa: non vogliamo bocciarlo, stiamo solo dicendo che ha sei insufficienze gravi, lei dice: hai equivocato, non ho parlato di bocciarlo.

Mettete che arrivano pure i genitori, e quando voi dite che il Regolamento della Mariassstella dice che con un cinque solo potreste (anzi, dovreste) bocciare ogni virgulto, loro vi dicono: ma no, non è vero.

Mettete che una mamma apre bocca e dice: la Gelmini ha detto che voi professori dovete fare un tanto al chilo, non c’è mica bisogno di essere così fiscali.

Mettete che invece di azzannare la mamma le spiegate che il Regolamento della sua Gelmini dice che dobbiamo fare la media dei voti arrotondando allo 0,5 superiore o inferiore.

Mettete che la mamma riprende con la Gelmini che ha detto in televisione che bisogna essere comprensivi e voi ribattete che la Gelmini in televisione dice quello che vuole, a noi manda i Regolamenti e il Capo dice: se non li seguite non siete tutelati.

Mettete che entra il Capo e chiede come mai sono rimasta in classe con otto deficienti (non ha detto deificienti, ma è per farvi capire di chi si parlava).

Mettete che uscite e andate finalmente a casa e la macchia fa un rumorino strano, e il meccanico dice che, eh, sì, qua c’è qualcosa che non va, me la riporti fra tre settimane (se nel frattempo fonde il motore me lo dica).

Mettete che vi mettete al computer e, all’alba delle 18 e 45, vi viene in mente che invece di perdere tempo a scrivere cagate per il blog avreste dovuto preparare la verifica di geografia per domani.

E non avete idea di che cosa preparare per la cena.

E non avete un soldo nel portafoglio.

E i letti ancora da rifare.

E la figlia che protesta perché le avete ripiegato male il filo del computer.

E la madre che dice perché non vieni mai a parlare un po’ con me.

E il figlio che ha la verifica di algebra e preferisce provare a suonare la chitarra come gli ACDC.

E la cucina tutta in ordine con le pentole sporche cacciate nel forno.

E nessuno si è ricordato di comprare il pane.

Perché mi sento invecchiare a vista d’occhio?

Sempre lì

Non è che mi sono dimenticata della Mariassstella, che ne ha già tirati fuori altri tre (intesi come circolari o decreti). E’ che non ne ho proprio voglia di parlarne qui. Troppo complicato. Se volete, c’è qualcosa là.

Tempistica

Oh, là!

Meno male che oggi avevo una intera ora in prima, così che potevo far concludere la verifica di italiano, che, essendo risultata uno schifo perché dopo quasi sei mesi non sono ancora abituati a fare i temi, e dopo sei o sette lezioni credono ancora che una poesia ci sia solo quando ci sono le rime, e dopo due lezioni mi hanno chiesto se per caso sapevo il nome di un signore che si chiamava G. Pascoli (sì, lo so),

insomma, dopo tutto questo ciàpa da chi e mòla da là oggi ero pronta.

Avevo preparato tre copie di figurine scuola, supermercato e un’altra cosa che ora non ricordo per gli egizianini;

avevo corrette le verifiche di italiano sulla poesia, mettendo a tutti le indicazioni per rifarle (per via che erano uno schifo, appunto);

avevo trascinato su per le scale tre vocabolari, datosi che nessun più usa portare il vocabolario a scuola, per via della scoliosi, dorso curvo, zaino pesante, eccetera;

avevo preso una bevanda gusto tè, datosi che al sabato, per fortuna, non ho assistenza all’intervallo (id est ai gabinetti dei maschi);

avevo evitato l’applicata di segreteria che mi cerca da giovedì perché non ho ancora consegnato l’elenco dei libri di testo;

insomma (sì, di nuovo, oggi mi va di dire insomma, meno male che mi sta esplodendo qui e non nel compito per il corso onlain), insomma, sono entrata in prima pronta e carica come una balestra, facciamo qui facciamo là.

Le mie balle (intese in senso metaforico, sono una señora, fidatevi, essa è solo una tipica espressione delle mie parti per dire: col cavolo che in un’ora facciamo qui facciamo là).

Intanto, arrivo in classe e la classe non c’è. Ora, di solito questo è per me motivo di gioia e giubilo, perché, vi sembrerà strano, ma quando bisogna passare un’ora intera della propria vita con un branco di undicenni fuori squadra (intesa come strumento per il disegno tecnico, dove però alla parola squadra va sostituita la parola cervello), ecco, insomma (vualà), quand’è così, anche trentotto secondi di ritardo sono VITA. Oggi, però, vi dirò, ci tenevo anche ad averli lì pronti, sudati, puzzolenti e mangiati dopo l’ora di ginnastica, così  mi levavo la verifica di italiano dalle balle (metaforico ancora, oggi mi girano così).

Comunque, poi la classe arriva, in ritardo, e ci vogliono altri tre o quattro minuti per far capire che non stanno più giocando a palla avvelenata, anzi, tra un po’ li avveleno io.

Quando hanno capito, faccio per entrare in aula (l’ho già detto che non entro se non sono fermi e zitti ai banchi?). Ma c’è un ostacolo. Abbasso gli occhi e vedo che l’ostacolo è Alì. Lo so che vi ho detto che non parla italiano, ma si vede che ha avuto un’illuminazione e mi spiega (abbastanza) chiaramente che Valdo ha detto che lui gli ha mangiato la merenda (focaccia) e invece no, lui no mangiato, no mangiato.

Ora ci parlo io, dico, almeno mi fa entrare. Così arrivo alla cattedra, e il mio angelo custode numero uno, Valdo, eccolo lì alla mia sinistra, col suo bel moccio al naso mi sussurra che aveva preso due focacce (segno con le braccia di un’area di circa un metro quadrato) e poi nei posti dove si mettono i vestiti (dicesi: spogliatoi) ne ha trovate solo  una e mezza. E siccome dentro c’erano Alì e Rorob, è stato Alì.

Lo guardo.

O Rorob, ammette.

Errore tattico.

Rorob, angelo custode numero due, alla mia destra, comincia la filippica di negazione. Sembra quasi una teoria filosofica e invece son altri minuti persi per dirgli di star zitto, ché poi vediamo e comunque se è così loro la merenda giù in palestra non la fanno più.

Nel contempo, ci sono quattro (diconsi: quat-tro) persone in giro per l’aula.

Perché?

Errore tattico: in quattro contemporaneamente si mettono a spiegare i serissimi motivi che hanno per non essere seduti col culo incollato alla sedia (e anche questo sarebbe una metafora ma non si sa mai che diventi realtà). Quando il (mio) sguardo li trafigge tornano al (loro) posto, così che adesso sono tutti seduti  e io tiro fuori le verifiche da schifo e dico: ora ve le do, le rifate su un foglio così e cosà e poi do il voto.

Salta su Pratico (sembra uno nuovo ma è perché non ne ho mai parlato, in realtà è uno vecchio, bisvalido): prof, non c’ho l’astuccio.

Peggio per te, fatti prestare la biro.

No, prof, ce l’avevo, adesso non c’è più.

Oh, mon Dieu. E qui parte la paternale sul fatto che, siccome loro erano a ginnastica, qualcuno è entrato in classe e magari lo ha spostato, magari lo ha messo in qualche cartella, magari guardate nelle vostre cartelle che seppercaso qualcuno ve lo ha messo dentro lo ridate a Pratico. Mi guardano e stan fermi. Ah, già.

Zaini. Guardate negli zaini che seppercaso, eccetera.

Guardano.

Niente da fare.

E qui sono cominciate le ipotesi: forse è sull’armadio (no), forse è caduto in terra e qualcuno è passato e gli ha dato un calcio ed è finito… Dove? Mah… Forse lo hanno buttato fuori dalla finestra (tre secondi dall’ipotesi e ho sei persone che spenzolano a controllare). Prof, ma perché non ci perquisisce gli zaini?

Ho dovuto dire: basta così, lunedì lo dico al Preside. E questa in prima è ancora la parola magica, così che ho potuto cominciare a distribuire le verifiche (da rifare).

Prof, quanto tempo abbiamo?

Tutta l’ora, dico.

Tutta l’ora meno i ventiquattro minuti che abbiamo speso in cagate.

Trattasi di

Mi capita di notare che in questi giorni non riesco nemmeno a respirare, figuriamoci scrivere sul blog. So che siete in preda a una crisi di astinenza, lettori e lettrici, anzi: lettrici e lettori, ma come sapete Mariassstella vuole la sua libbra di carne settimanale, e in questi giorni sta chiedendo la mia.

p.s.: è ovviamente una metafora. Purtroppo. Se mi togliesse qualche libbra di carne vera, forse la troverei persino simpatica.

Destino

Allora, Alì, è appurato, è un cicco-dipendente. Non fai in tempo a fargliene sputare una, di cicca, che ne ha già un’altra in bocca (scusibròf). A parte questo, è alto come un portaombrelli, dichiara di avere dodigi anni, hai capelli nerissimi appiccicati al cranio da qualcosa che potrebbe essere gel ma anche no, due occhiettini a mandorla, marroni, e un sorriso sdentato che sfodera ogni volta che gli dici: sta’ buono o ti taglio la gola.

È qui da sei mesi e pare non sappia una parola di italiano. Mica vero.

Primo: sa un sacco di parolacce, onde per cui la seconda cosa che gli ho detto è stata: qui, parolacce, no!

Sorrisone sdentato, sibròf.

Secondo: qualche parola italiana la sa (brofissorissa, intervallo, banco, quaderno, anch’io), onde per cui la prima cosa che gli ho detto è stata: tira fuori il quaderno.

Ma il quaderno non l’aveva. Così, quando gli ho dato i cartoncini con tutti gli spazi per le figurine e i fogli con le figurine da ritagliare, mi ha fatto segno al quaderno che avevo comprato a Ahmed, e mi ha detto: anch’io. Poi, con estrema cura, ha preso una bustina trasparente tutta stropicciata e ci ha infilato dentro i fogli che gli avevo già dato.

Nell’ora successiva ha incollato tutte le figurine possibili. Siccome gliene avevo date in più (ma senza dargli il foglio stampato dove metterle) ha pensato bene di pensarci lui: ha preso cinque o sei fogli, li ha impataccati tutti di colla, li ha incollati uno all’altro e tutto giulivo e felice si è ritrovato una specie di cartoncino dove ha incollate le figurine rimaste, scrivendoci sotto, a piacimento, quello che voleva.

Oggi ci ha seguiti in una uscita in paese, sgambettando a destra e a manca. Nel senso che faceva sgambetti a tutti. Gli ho detto che gli tagliavo i piedi. Ha capito.

Poi, tornati in classe, ha completato le schede che avevo dato in precedenza agli altri due, in un modo molto semplice: se le è fatte scrivere da Ahmed. Ecco.

Insomma, non so, questo piccolo Attila scaricato da una classe che non vuole sentirsi dire che lo ha scaricato, agitato come un birillo colpito forte da una scarica elettrica, capace di dire una serie di parolacce che anche Schopenhauer dovrebbe aggiornarsi, che ha passato gli ultimi cinque minuti a strizzare l’occhio a una compagna di classe alquanto formosa, forse qualcosa lo può imparare. E forse, alla fine, è stato un bene che arrivasse qui.

Destino?

CucchLegnoUff.     Ci  risiamo.
Meglio che torni a correggere le verifiche.

(immagine modificata dopo il commento di Musicamauro)

Gelosia

Siccome ho dato ad Ahmed e a Shams due copertine con gli anelli (una rossa, una blu, per non confonderle) per metterci l’album delle figurine dei verbi e dei nomi eccetera, ora è arrivato Alì a tirarmi per la giacchetta e a spiegarmi, un po’ voce, un po’ gesti, che la vuole anche lui. Verde.

Ahmed pianta i piedi a due passi dalla cattedra finché Alì non gli restituisce il suo banco. Alì vuole rimanere vicino alla prof. Ahmed riesce a spiegare, in italiano, che il banco è suo. Ahmed riprende il suo banco. Alì ne vuole uno uguale, vicino. Michi raccoglie baracca e burattini e dice: prof.,gli do il mio posto.

Spiego ad Ahmed, Alì e Shams che andremo fuori dalla scuola per visitare la biblioteca e che ci vuole l’autorizzazione dei genitori, ce l’hanno? No, il prof. Magli si è dimenticato. Allora gliene porto tre in bianco, spiego e compilo come esempio quella di Shams per mostrare dove mettere nome, firma ecc. Capito? Sì, prof. E Ahmed e Alì mi mettono sotto il naso anche il loro foglio da compilare. Hanno capito, mi suggeriscono nomi qui e là, ma il foglio lo vogliono compilato da me anche loro.

A proposito, avete mai provato a spiegare a tre ragazzini arabi non alfabetizzati che devono portare un’autorizzazione per fare un’uscita didattica sul territorio, in paese, in biblioteca, la settimana prossima, e che c’è bisogno del consenso dei genitori? Alla fine quello che ha capito di più è stato Ahmed: ha capito che, d’ora in poi, tutti i lunedì, andrò a prenderli e li porterò in giro qui e là per la Lombardia (non ha proprio detto Lombardia, questo l’ho capito io).

Valanghe

Son perplessa. Faccio lezione ai virgulti sulle manipolazioni delle notizie e cerco disperatamente esempi qui e là. C’è una bella lezione di una signorina del politecnico, ma è basata su un adulterio, no, non posso, lasciamo stare. E non venitemi a dire che i giovani d’oggi han già visto in televisione 743.900 adulteri da quando hanno spalancato gli occhi sul mondo.  Fa niente. A scuola non vedrano il 743.901. Non con me.
Poi, però, vado in riunione. Dipartimentale, non so se vi ricordate. Significa io e le altre della mia materia. Ordine del giorno non ve lo dico, tanto gliene frega niente, son tutte lì a far calcoli chi perde il posto, chi fa il tempo prolungato, ah, io il tempo normale, no, ah, vediamo, ah, chiamiamo il Preside. Il capo viene e dice: allora, tanti posti in meno di lettere, tanti di matematica, tanti in meno di tecnica, di educazione fisica e via discorrendo. Anche qui, gliene frega poco. Nel senso che interessan solo quelli di lettere. Voglio dire: noi siam di lettere, anche se ci perdiamo il prof. Magli che è di matematica, pazienza. Che comunque, il prof Magli non ce lo perdiamo finché rimane un solo alunno, è il primo in graduatoria, c’ha suppergiù 89 anni, non vuole andare in pensione, amen. Teniamocelo (che si fa anche presto a dire: teniamocelo, quando in realtà chi se lo tiene sono io, eh?).

In ogni modo, non è questo il problema. Il problema è che quando il capo se ne va, si ricomincia, chi fa il tempo normale, chi fa il tempo prolungato, chi va al posto della Melavèrda che per fortuna va via (questo non lo dice nessuno, lo penso io, datosi che è quella che mi ha appena mollato Alì grazie a quel furbone di Magli), e via discorrendo di nuovo.

E qui cominciano dei conti perversi, perché voi non lo sapete, ma se una deve fare diciotto ore in classe e la legge dice quindici, c’è da vedere dove fare le altre tre, e se in più avanzano sei ore volanti (si chiamano spezzone, ma voi non lo sapete, perciò per ora diciamo che sono ore che avanzano, per quanto se fossi una mamma che c’ha la figlia in una di quelle sei ore lì, mi inverserei un pochino a sentire che mia figlia avanza, ma insomma), e se in più c’è il tempo normale, dove le ore diventano nove, ma forse dieci perché noi ne facciamo dieci, ecco, insomma, si vede già da qui che le cose si stanno complicando.

Ma che ti frega?, dice una qui, che legge e se ne intende e si ricorda che io insegno anche in una prima media: ti prendi la tua prima che va in seconda e sia finita lì. Eh, già, la fai facile tu!, risponde la prof., che non sa ancora che cosa succederà alle seconde medie e alle terze medie.

Come, non lo sai?, se non lo sai tu che ci stai in mezzo, chi lo sa?

Giusto, ammetto, ma il fatto è che finora ci hanno detto che scuola faranno le prime della Gelmini, ma sulle seconde e le terze  della Moratti, silenzio di tomba.

Perché, è una scuola diversa?, dice un’altra, qui, che legge ma non se ne intende.

Eh, già, cara, è diversa, orari diversi, materie diverse, opzioni diverse. Di cui non si sa ancora niente.

Ma non è qui il problema, di nuovo.

Il problema è che mi stufo e prendo un foglietto e dico: sa, mettiamo giù un elenco.

E comincio a scrivere: tu vai qui, tu vai là, tu fai la prima, tu la seconda, tu cosa fai?

E poi mettiamo di fianco le classi e le ore, dieci di qui, nove di là, quindici di su, e sei di giù (lo spezzone).

Viene qualcosa di sensato?

No.

Perché?

Perché nessuno sa ancora che cosa succederà alle seconde e alle terze.

E allora perché stiamo qui a perdere tempo?

Giusto. Parliamo delle prove Invalsi.

E così finiamo l’ora a metterci d’accordo sulle prove Invalsi, che se qualcuno non sa cosa sono non ci perde niente, ma se vuole clicca sul nome e vede un po’.

 

Ora, dopo sette giorni (compresa la domenica), risulta invece che: il Preside è venuto alla nostra riunione, ci ha chiesto quali fossero le nostre preferenze di insegnamento, e siccome io e la T. Seguo per qualche motivo vogliamo stare nel tempo prolungato, abbiamo detto che vogliamo stare nel tempo prolungato e lui ha fatto un elenco su un foglietto, con i nostri due nomi.

Alla Bifida è venuto un attacco di bile, Rughetta è venuta a chiedermi perché a noi il Preside fa le confidenze e a loro no, la prof. Gnocca è venuta a dirmi perché io potevo scegliere il tempo prolungato e lei no, e io sono andata in classe con un bell’esempio di manipolazione delle informazioni.

Però ho cambiato i nomi, eh!

Rugby

rugby05Sei nazioni. Italia-Galles, 54esimo minuto, 9 a 7. Gli italiani, lievemente in vantaggio, giocano un po’ alla speraindio. In casa si assiste a una completa e colorita lezione di turpiloquio artistico.

(la foto non è mica di Italia-Galles, eh… Va be’ che sto sulla notizia, ma fino alla foto di una partita in corso non ci sono ancora arrivata)

Aggiornamento: Eh, sì, siamo sotto sì… 15 a 20. Fuochi d’artificio verbali e un bel vadavialcùl chiude la partita.

Così

1975Questo mese 1975 visite. Mi fa più effetto vedere unefrem 1975 che un 48.956 (per dire). Perché 1975 è un anno della mia vita.
Per esempio, il 1975 è stato l’anno in cui sul Corriere dei Piccoli pubblicavano Le nuove avventure di Efrem, scritto da Mino Milani e disegnato da Mario Uggeri.