Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: gennaio 2010

Gigi Faròn, in arte ciuingomma.

Ercolino-sempre-in-piedi, ma un po’ sgonfio. Il gatto dei Peanuts.
Non il gatto dei vicini, quello di Frieda, quello senza ossa.
James Dean quando è stravaccato su una sedia del bar malfamato con le mani nelle tasche de jeans.
Gli occhi semichiusi.
Ciuingomma masticata a ciclo continuo.
Una maglietta a grandi righe orizzontali.
Shakerate.
Voilà: Gigi Faròn è qui.
Cioè, qui. Qui è  una parola grossa. Diciamo che il suo corpo è mollemente adagiato lì, al secondo banco. Immobile. Un po’ scivolato in avanti. Le mani in tasca. L’apparato masticatore che rumina.
L’attenzione alla scuola di una mortadella e la capacità di trattenere qualche conoscenza tipica di un pezzo di carta forno.
L’altro giorno ho pensato che mi sarei dedicata a lui per tutta l’ora di storia.
Faròn, gli ho detto, sei attento?
Gigi, uè, la prof ti chiama.
Eh, prof?
Faròn, gli ho ripetuto, hai sentito cosa facciamo adesso?
Gigi, uè, la prof ti sta chiamando.
Eh, prof? Sì, prof. Posso uscire, prof?
No, Faròn, tra un po’ c’è l’intervallo. Puoi andare a buttare la cicca?
Sì, prof, ora vado.
Trotterella al cestino, gettando a terra tre astucci e urtando i pastelli di Bacon, che rovinano a terra. Butta la cicca. Poi torna al posto, con Bacon che cerca di infilzargli la punta del pastello blu in una chiappa, con le mani in tasca, i pantaloni a mezz’asta e la panciotta che sbuca fuori dai pantaloni e dalla maglietta a rigoni. Cintura borchiata da pistolero. Stanco.
Si siede, si stravacca un po’ (ve l’avevo detto che era stanco). Mastica. Un’altra cicca.
Faròn, butta la cicca.
Gigi, la prof sta parlando con te!
Eh, prof?
Faròn, but-ta la cic-ca.
Insomma, non mi dilungo, l’avete capita. Dopo un po’ cominciamo la lezione. Pre-lezione. Recuperiamo le conoscenze pregresse, incolliamo le cartine, coloriamo le cartine. Gli arabi parlano dell’Arabia (slancio di fantasia). Walid spiega che Maometto c’era prima di Maometto. Ahia. Rakid spiega che Walid sta dicendo cretinate. Be’. La prof fa uno schema alla lavagna. Gessi colorati, di qua l’Arabia, di qua Carlo Magno. Rosa e verde. Walid non vuole il rosa per l’Arabia. Walid è un duro.
Faròn, nel frattempo, osserva attentamente la composizione atomica del vetro della finestra e mastica (sì, di nuovo).
Mi metto vicina a lui e mentre gli altri dibattono se la Kaaba sia un cubo o un parallelepipedo e Rakid spiega che cosa è un meteorite e Walid vuole sapere che cosa è un arcangelo, se è più o meno di un angelo, anche Faròn si mette a ricopiare lo schema.
No, non glielo copio io.
No, non gli guido nemmeno la mano.
Gli dico solo che gli porto via la pizzetta dell’intervallo.
Stimolato dalle contrazioni cicliche della peristalsi gastrica (una ogni cinque minuti a digiuno; una ogni trenta secondi con la prospettiva del digiuno), Faròn finisce di copiare.
Poi, con gli altri, scrive che cosa ha capito.
E ha scritto questo:gigiFaron
Stamattina in storia abbiamo parlato deli      e i cristiani:
es: tipo il mondo è cambiato di più rispetto le invasioni barbariche poi abbiamo fatto questa tabella della religione cristiana e musulmana e alla fine abbiamo detto che in uno stato si uccide con i sassi, nel’altro lo impiccavano. Per prima cosa abiamo parlato del inpero carolingo e linpero arabo, tra il nord e il sud siamo distanziati dal mare.

Il che, voi non ci crederete, è un gran successo.

Modesta proposta…

…per annullare immantinente i debiti dei Paesi del Terzo Mondo   [*]

È semplicissimo. Si fa come ha fatto il ministro dell’istruzione.

[*] vi faccio notare che non c’era riuscito neanche il Papa.

E' d'uopo parlar di geografia e di pomodori

Visto che si parla tanto della geografia, parliamo della geografia.
Che vogliono cancellare dalla scuola perché dicono che tanto è inutile.
Che nella scuola superiore verrà accorpata a storia, perché tanto è lo stesso.
Che tanto non piace a nessuno.
Vabbe’, lo ammetto, a me insegnare geografia piace meno che insegnare italiano, storia e educazione civica.
Però ho adottato un bel libro.
Be’, bello.
Insomma.
Un buon libro, ben fatto, con richiami alle altre discipline (perché la geografia spiega la storia e la storia spiega la geografia, e la geografia spiega l’arte, e la tecnica, e i ricchi e i poveri, e il mondo, e infatti a me piace un gran tanto la geografia di terza, anche se poi vado a riprendere il trattato di Tordesillas e la carte mute da colorare, ricchi, poveri, così così, eccetera).
Scusate la parentesi e diciamo: un libro utile. Usabile. Comprensibile. Illustrato e spiegato.
Cioè, con le spiegazioni fatte con illustrazioni o mappe o schemi o disegni, e didascalie che illustrano le illustrazioni e collegano eccetera.
Con la fotografia del massiccio di Saint-Victoire e di fianco uno dei quadri di Cézanne. Con la piantina di Amsterdam così, se volete farli divertire e far vedere quanto è utile le geografia potete mostrar loro dove comprare un po’ di erba magica.
Uhè, questo non c’è sul libro, deve essere vostra cultura personale, sul libro c’è solo la piantina, non l’erba. La piantina della città, non la piantina dell’erba.
Comunque.
Voi adottate un libro, c’ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma lo usate bene, è scritto bene, chiaro, non troppo facile, ma non troppo difficile e siccome voi siete insegnanti credete ancora nell’intima bontà dell’uomo (soprattutto il 27 gennaio, se non avete riconosciuto la citazione o ve la dimenticherete c’è qualcuno che vi augura che vi si sfaccia la casa,  vedete un po’ voi chi è).
Ci credete così tanto che pensate che dei ragazzini di undici anni conoscano le parole più comuni, e anche quelle un pochino meno comuni, tipo: paragone.
Poi però, se non le conoscono, voi credete pure che siano capaci di chiedervelo, il significato.
E infatti ne avete dodici, che vi chiedono  (uno per uno): prof, ma come faccio a rispondere, che cosa è il paragone?
E allora fate l’esempio: questa classe ha il livello lessicale pari a una classe di vasetti di marmellate.
Così capiscono.
E capiscono anche lessicale, perché è da settembre che voi martellate con il lessico e l’arricchimento lessicale.
Forse dovevate martellare con il paragone. Mah.
Comunque. Quello dei dodici che chiedono che cosa è il paragone è stato un colpo basso.
Ma meglio un colpo dato (via il dente via il dolore), che un colpo risparmiato.
I miei si sono risparmiati (tutti) di chiedermi che cosa significasse che le città potevano avere uno sviluppo concentrico.
Ora, si dà il caso che il buono, onesto libro di geografia c’avesse anche un bel disegno, di città verde, gialla rossa, colori concentrici.
Poi c’aveva il disegno della città che si sviluppa a nuclei, e quella che si sviluppa a settori.
Una pensa che abbiano capito, dopo che ha mostrato, spiegato, vediamo com’è questa nostra amena cittadina, è concentrica? Nooo, proffff… Bravi, andiamo avanti, fate disfate, studiate.
Nessuno mi ha chiesto che cosa sia “concentrico”. L’ho già detto? 
Io, scema, ho pensato che lo sapessero.
È solo che poi nella verifica, alla domanda: come si possono sviluppare le città?
venti mi hanno detto che la città si sviluppa perché si costruiscono le case,
tre hanno risposto: le città si possono sviluppare come non lo so;
uno mi ha risposto: le città hanno uno sviluppo concentrato.
Da ieri, sull’armadio, c’è quel vasetto lassù di concentrato di pomodoro.
Anzi, doppio concentrato.
Ho detto che se uno di loro trova una città di quella forma lì, metto dieci in pagella a tutti.

p.s.: NON sto prendendo in giro la geografia e i suoi insegnanti

Otto colpisce ancora

Prof, posso dirle una cosa che mi è appena successa?
Siediti ché dobbiam…
Ma è urgentissima, prof, di una urgenza favolosa.
Otto, siediti, tanto non ti mando fuo…
Ma prof, può venire qui che le dico che cosa mi è succes…
Otto, non vedi che sto controllando  i compiti? ora arriv…
No, prof, è urgente, urgentissima.
Vai al posto ché ades…
Sì, prof, ma è una cosa tremenda, urgente, tremendamente urgente.
Sto arrivando, apri il quaderno dei comp…
Sì, ma è urgentissima.
Basta, Otto, finisco qui e arrivo.

Allora, cosa c’è, hai fatto il compito?
Posso uscire, prof?
Ma siamo appena entrati!
Sì, sì, è vero però… ah!, ha detto mio zio di salutarla.
Ah, bene, grazie, hai fatto il compi…
Sì, ma è urgente, posso uscire?
Ma hai avuto un’ora di intervallo, siamo appena entrati, perché non…
Prof, io non lo so come è successo, ma appena prima di entrare…
Non lo sai come è successo cosa?

se te la senti,
Mi sono cagato nelle mutande.
Esci.
C’ha mica un fazzoletto di carta, eh? Secondo lei c’è qualcuno che mi dà un fazzoletto di carta? Perché, vede, se no come faccio? Spero che qualcuno abbia un fazzoletto di carta. Ora vado dal bidello e glielo chiedo. Secondo lei il bidello mi può dare un…
Esci!
Sì, prof, grazie, prof, lei è molto gentile, davvero, prof.

(è stato un lungo, lungo pomeriggio)

Ma taaaanti auguuuri

MatrimGelmMariasss, questi sono i miei auguri per te.
Sposati.
Chiudi gli occhiettini e sposati.
O forse basta che tu ti tolga gli occhialini, per non vedere il disastro.
Sposati con il signor Giorgio e non preoccuparti dei sedici anni di differenza.
Tanto lui non avrà problemi di pensione e tu non dovrai inseguire la quota 95.
Sposati e non preoccuparti per Emma, la piccolina che sta già sui giornali perchè sarà figlia di una ministra, in fondo anche la figlia di Katie Holmes e Tom Cruise stava sui giornali ancora prima di nascere.
Sposati senza occhiali così non leggi dei tagli alla scuola pubblica, dei docenti precari a spasso, o a lavorare per 36 ore la settimana pagati come un pensionato minimo, e senza neanche il punteggio per il lavoro fatto.
Sposati nella villa Ansaldi, di proprietà della famiglia Rossi, con pista per elicotteri e alta recinzione e decine di telecamere (di sorveglianza).
Sposati all’insegna della semplicità.
Dimentica le aule vuote e quelle vicine strapiene da scoppiare.
Ti capiamo.
Tanti auguri.
Vai, cara.
E mandaci Katie Holmes come ministro dell’istruzione.

p.s.: non è che mi dia fastidio se Mariasss, con i nostri soldi da ministra, si è comprata un centrotavola fiorito da duemila euro, no. Pazienza. Se i soldi glieli danno, nostro malgrado, e lei vuole una cerimonia all’insegna della semplicità con centrotavola da duemila euro, pazienza. Che è un’oca, lo sappiamo. Che si contraddice ogni giorno, lo sappiamo.
E’ trovarmi scritto che, in fondo, duemila euro è una cifra modesta, che vuoi che sia.
Quello sì, che mi manda in  bestia.

p.p.s: comunque, si è sposata senza occhiali.

Eggs and Bacon, please

Mister Eggs ci è capitato tra capo e collo a settembre. Nel senso che è precipitato dal piano superiore fino a noi, perché al piano superiore non poteva più stare. Motivi di famiglia. Mah.
Mr. Eggs dovrebbe, in realtà, chiamarsi Mister Bean, o financo Mister Sausage. Non so bene. Mi confonde. Un giorno ha la forma di un fagiolo e un giorno ha la forma di un hot-dogs.
Comunque, Mister Eggs è arrivato e mi ha fatto vedere le meraviglie dei suoi materiali riservati.
Sì, giusto, detta così ha un suono equivoco, onde per cui, spiego: mi ha sfogliato sotto il naso duecentoventisette fogli (fotocopiati) di esercizi vari: metti le sillabe, togli l’accento, indovina il numero, guarda Gigi che corre, colora il carro armato, scrivi il nome dei tuoi amici, metti in ordine alfabetico, aggiungi l’acca, togli l’acca, metti le doppie, togli le doppie, metti di qui, togli di là, scrivi di su, cancella di giù, leggi scrivi copia incolla taglia ritaglia impara recita canta firma
Delirio. Tutto ciò per Bacon.
Dopo otto minuti di esposizione ho dovuto interrompere Mister Eggs e dirgli che bello, va bene, ne parliamo domani, posso fare lezione.
Lui ha arricciato il naso, stretto le labbra, fatto di sì con la testa e poi si è preso Bacon e gli ha detto: leggi, scrivi, togli l’acca.
Ora, vi ho già detto che Bacon non legge, non scrive e parla come Hattie McDaniel in “Via col vento”?
Mister Eggs se ne è accorto subito (bravo) e il giorno dopo mi ha fatto vedere trentanove fogli (fotocopiati) estrapolati dai duecentoventisette del giorno prima e mi ha spiegato che ora Bacon avrebbe descritto le sue vacanze, messo l’acca, tolto l’acca, e inserito tutte le lettere “p” del foglio numero 23.
Che bello, ho detto io, così Mister Eggs è uscito con Bacon.
Poi è andato in giro per la scuola a cercare dei libri per fare fotocopie, con Bacon al seguito.
Poi è entrato in aula dieci minuti prima della fine dell’ora, siam lì tutti i cercare di capire perché i Longobardi son venuti in Italia, e lui a dirmi che Bacon aveva messo tutte le “p”.
Poi si è girato verso Bacon e gli fa: diglielo, diglielo che cosa hai fatto oggi.
Bravo, Bacon, dico io, che cosa hai fatto oggi?
E Bacon mi guarda, poi guarda Mister Eggs, poi guarda me, si stringe nelle spalle e fa: boh?
Ma come?, dice Mister Eggs, hai messo le “p”.
E Bacon mi guarda, lo guarda, si stringe nelle spalle e fa: msso piii?
E poi suona la campanella e Mister Eggs se ne va (bravo).
E da allora in poi tutti i giorni (tut-ti-i-gior-ni) è così: entra, dieci minuti a dirmi che cosa vuol fare con le fotocopie, e poi: Bacon, diglielo alla prof che cosa facciamo adesso, Bacon dice: ‘ntevallo?, e lui: no, Bacon, vieni qui, e prende una fotocopia appesa al muro con i giorni della settimana e comincia a contarli e Bacon lo lascia contare e si gira dice: vediamdopo,brof??, e io dico: Sì, e poi escono e io comincio a far lezione, e poi entrano dieci minuti prima della fine e Mister Eggs fa: diglielo, diglielo, Bacon, che cosa abbiamo fatto oggi, e Bacon mi guarda e fa: ftcoppie?, e Mister Eggs dice: no, Bacon, abbiamo messo le “t”, e domani mettiamo le “c”.
E allora Bacon gli ha detto: tu brutto.
Bacon non è mica scemo, eh.

Sto lavorando

giletLatito, ma sto lavorando (non per voi, lo ammetto). Mi è presa la mania del knitting, sarà Hollywood, sarà che la posizione del cigno, del diamante e della piattaforma posteriore mi vengono male, ma anch’io, ora, faccio yoga con il knit. Pensa te.

p.s.: per le esperte: il fondo del gilet è fatto così apposta, dietro in un modo, davanti con le coste alte che poi si aprono, ok?gilet2

Cos'è tutta questa mania di corrispondenza?

Non so se vi siete accorti, ma qui è tutto uno scrivere alle personalità.
Con tutto il rispetto alle personalità vere, ho già scritto due volte alla Mariasss, e ora scrivo a questa qui che ho trovato sul giornale, onde per cui vien subito da pensare che è una personalità.
Non solo per quello. Anche perché tu leggi quello che essa scrive e dici: ecco, è una cosa sacrosanta! Questa deve essere una personalità!
Anche se ti viene positivamente da pensare che cosa succede nel nostro rio tempo, che una persona, invece di andare di là a finire il gilet grigio (con i ferri del 4 e mezzo), sta di qua a scrivere a una sconosciuta.
Ma insomma, andiamo, ora, invece di menare il can per l’aia (che, diciamocelo, per l’aia il cane ci va da solo), vi metto la letterina e tra le parentesi vi fo la spiega della letterina che ho scritto alla signora.

Cara signora Maria Laura Rodotà,
(ho scritto, perché la signora si chiama per l’appunto Maria Laura Rodotà)
proprio oggi, tornata a casa con un addomesticato mal di testa, ma sempre mal di testa, ho avuto uno scatto di orgoglio mentre masticavo malvolentieri ciò che la famigliola mi aveva lasciato per pranzo
(essendo che io al sabato lavoro, e finisco tardi, e quando torno la famigliola s’è stancata dell’attesa e sta già facendo il kilo con abbiocco post-prandiale; questo tra parentesi lo scrivo a voi ma non alla signora Maria Laura, prima di darle il destro per un articolo contro le famigliole che mi lasciano lì a mangiare e a leggere il giornale, che qualche volta mi garba assai).
Allora, l’orgoglio viene dal suo carinissimo articolino. Quello in cui, finalmente (scatto d’orgoglio!), a noi tutte povere donne che lavorano e poi tornano a casa e lavorano, lei riconosce il diritto dovere di dormire.
Dormire. Abbandonarsi al sonno, farsi accogliere nelle braccia di Morfeo.
Ah, mi son detta, finalmente! Alleluia! Era ora! Dannazione! Facciamogliela vedere! (detta nel senso di “dormiamo pure e chi se ne frega!”)
Diciamo ai ragazzi
(la signora Maria Laura dice “ragazzini”, ma essendo che i miei fanno il liceo ritengo più opportuno chiamarli “ragazzi”, giusto? Giusto lo chiedo a voi, perché le parentesi a lei non le scrivo, ve l’ho già detto)
che si sveglino da soli, e amen, c’ha proprio ragione, signora Maria Laura
(la chiamo così perché a me una che mi dice di dormire di più mi sembra subito una mia amicona).
Magari, ecco, al datore di lavoro non lo posso dire: oggi mi sveglio più tardi, alle sei non mi alzo, e poi alle otto lei mandi qualcuno nella prima D(eficiente) o nella seconda D(istastrata). Questo no. Ma insomma, in generale, l’idea totalizzante del “sonno è mio e me lo gestisco io” mi pare una gran figata (con rispetto parlando)
(l’ultima parentesi l’ho scritta anche alla signora Maria Laura perché non pensasse che la mia bidella Assunta mi avesse esercitata e convinta al parlare poco perifrastico).
Geniale! Son qui che voglio iscrivermi online all’ “One-Month Sleep Challenge”, che poi io farei diventare “One-Year Sleep” o, meglio ancora “One-Life Sleep”, perché porci dei limiti?
(questo, lo dico a voi, carissimi: sarebbe che due glamour americane han fatto una battaglia femminista per riprenderci il sonno, evviva, andiamo, tremate tremate, le streghe son tornate) (e vogliono dormire).
È solo che alla riga 26, cara signora Rodotà, apprendo con vivo sconcerto che l’obiettivo è sette ore a notte per un mese. Ora la faccenda dell’one-month che dovrebbe trasformarsi in one-life gliel’ho già spiegata. Ma… sette ore a notte? Qui sono inciampata e poi rotolata e schiantata sul duro suolo della disillusione.
Cioè, scusi, Maria Laura
(ossignùr, avete notato, comincia come Mariasss),
sette ore a notte? Una battaglia epocale per sette ore a notte? Io dormo già otto, nove ore a notte.
Io, se battaglio, battaglio per dieci ore (minimo).
Ma forse dovevo saperlo, che quando si chiede qualcosa, è per qualcuno che non ce l’ha proprio, e chi ce l’ha già a metà, niente, si accontenti.
Non osiamo osare.
Devo continuare ad alzarmi alle sei, dopo le mie otto, nove ore di ronfata.
E poi, però, guardi, a spiegare che secondo studi recenti dormire molto fa dimagrire più della ginnastica, lo toglierei, dal suo articolino. Mi creda.
Distinti saluti

International blog (ma a qualcuno non interessa e si continua a parlar di mutande)

ProvenienzeCome scrivevo cinque minuti fa, avevo pronto un bel post mutandiero-giustificazionista.
Poi ho pensato che non volevo togliere ai miei lettori quel lieve e sopraffino sapore di mistero e di ricerca scientifica che rende così gustose le vostre giornate. Quando siete lì al lavoro, davanti allo sportello, e invece di incriccarvi per la dodicesima volta il ginocchio o dividere le lattine dalle bucce di banana, spremete i vostri neuroni per capire da dove ho preso 72 paia di mutande; quando siete davanti a un pacco di mal di test… di compiti da correggere o a un formaggio da far fermentare (e non so che cosa puzzi di più) e decidete che è cosa più importante e giusta perdervi tra il mio bucato; quando siete di fronte all’amore della vostra vita presente e chissà se anche futura, e vi perdete con aria sognante, e lui (o lei) vi sussurra: che cosa pensi, amore mio, e voi potete positivamente rispondere: pensavo alle mutande che ha lavato la prof;
ecco, in tutte queste occasioni pensate (anche) che vi ho lasciato qualcosa cui pensare.
Io, intanto, metto in ordine la mia raccolta di bandierine (con tutto il rispetto per Carugate di sotto e Borgosatollo, trovare uno che arriva qui da Adelaide, Pasadena, Tbilisi o Champigny-sur-marne mi rende sopportabile persino Claudia Rivelli).

Pro mutanda

compitiEssendo che, improvvisamente, mi sono trovata un carico triplo di correzioni: pacco di temi, pacco di quaderni di geografia, pacco di verifiche di geografia, che qualcuno mi ha vigliaccamente infilato nella borsa, ho mollato tutto e sono andata a stendere. In fondo, settantadue paia di mutande son meglio di settantacinque compiti.