Dieci minuti di intervallo

(contro la stupidità, neanche gli dei…)

Archivi Mensili: luglio 2010

Lezione estiva di sintassi del periodo

Andiamo a casa?

Ti ho chiesto se andiamo a casa.
 

domanda

Nel primo caso io faccio una domanda: Andiamo a casa?
La sentite la voce che sale e scende? Anzi, diciamola com’è: il finale di solito è ascendente. Si chiama domanda diretta (bam! e ti faccio direttamente la domanda).
Esercizio: leggete con giusta intonazione le frasi qui a sinistra.
Fatto?
Andiamo avanti.

 
Nel secondo caso là in alto io faccio una domanda che si chiama indiretta (cioè in dipendenza da un’altra frase, che noi professori fannulloni chiamiamo: "principale"; e la principale, in questo caso, non è una domanda ma un’affermazione).
Ricapitolando: 
Andiamo a casa? (punto interrogativo)
Te l'ho chiesto.  (punto e basta, è un’affermazione)
 
Se voglio riunire le due frasi
Ti ho chiesto una cosa.”   +   “Andiamo a casa?
ne esce: "Ti ho chiesto   se andiamo a casa."
 
A questo punto, miei cari alunni, se io scrivo:
Ti sto chiedendo se andiamo a casa?
la frase rossa è una frase che dipende dalla frase blu.
E siccome la frase blu è la principale, la frase blu si trasforma improvvisamente in  una domanda, perché ha il punto interrogativo finale.
 
Ora immaginiamo due scene.
Prima scena.
Esterno notte, davanti a un cinema che dà il film “Il rullo compressore e il violino”, di Andrej Arsenevič Tarkovskij. Lui davanti alla cassa e lei girata a guardare per aria:
lui: “Allora andiamo a casa?”
lei: “…”
lui: “Andiamo a casa?”
lei: “…”
lui: “Ohè, parli o no? Ti  ho chiesto se andiamo a casa”.
lei: “Ho capito, ho capito che mi hai chiesto se andiamo a casa. No, stiamo qui a vedere questo pacco così domani avrò il mal di testa tutto il giorno!”
lui: “Eh, già, perché la signora è una che…”
eccetera, adesso le cose stanno prendendo una brutta piega ma con la grammatica non c’entrano più.

Lasciamo stare e vediamo la:

 
Seconda scena:
lui: “Allora andiamo a casa?”
lei: “…”
lui: “Andiamo a casa?”
lei: “…”
lui: “Ohè, parli o no? Ti  ho chiesto se andiamo a casa?”
lei: “Sì! Sì che me lo hai chiesto!! Sì che me lo hai chiesto!! Me lo hai chiesto dieci volte se andiamo a casa!! Non te ne sei accorto? Lo devi chiedere a me, se mi hai chiesto di andare a casa? Non lo sai da solo?? Brutto deficiente, che domande fai? Prima mi chiedi venti volte se andiamo a casa e poi mi chiedi pure se mi hai chiesto di andare a casa??? Ma lo vedi che sei sempre il solito fuori di testa? Manco sai che cosa mi  hai chiesto! Chiedilo alla cassiera, se mi hai chiesto di andare a casa!!”
la cassiera: “Ehm, sì, veramente, lei glielo aveva chiesto, se dovevate andare a casa. Non se n’era accorto?”
lui: “A lei chi le ha chiesto qualcosa? Eh?, brutta testa da formica operaia in cassa integrazione!! A lei chi le ha chiesto qualcosa??”
la cassiera: “Ma… veramente, la signorina… e poi, se devo dirla tutta…”
lei: “Ecco, sì, gliela dica tutta, gliela dica tutta, che sennò continuiamo fio a domani!”
la cassiera: “’A lei chi le ha chiesto’ non si dice, sa? C’è il raddoppiamento del complemento di termine, per cui…”
eccetera, anche qui non posso stare a raccontarvi tutto.
 
Ma spero che abbiate capito l’essenziale.
Domanda: finisce col punto interrogativo. Avete capito?

Domanda indiretta: finisce col punto fermo.
Mi chiedo se davvero avete capito. Anzi, più correttamente: mi chiedo se ho spiegato chiaramente.

Esercizio: leggete l’articolino del signor Giacomo Papi sul magasiiiin D (come domanda) del 31 luglio 2010, a pagina 28. Poi rispondete alla domanda che si fa il signor Giacomo Papi: secondo voi, lui si chiede da dove venga il nostro gran talento di digerire tutto e adattarsi ai cambiamenti? Se lo chiede davvero? Davvero davvero?
GPapi

Capita di chiedersi

ciliegie

Pronto, si spedisca

Sarei del parere di seppellire la Mariasss con questa (clic). magari per la settimana prossima se ne pensa un'altra…

(pregasi notare l'eleganza della carta da lettere e la gentilezza del commiato)

I miserabili

miserabiliQuesta sincerità dell'immondizia ci piace, riposa l'anima.
Quando si è passato il proprio tempo a subire sulla terra lo spettacolo delle grandi arie che si danno la ragion di Stato, il giuramento, la saggezza politica, la giustizia umana, l'onestà professionale, le austerità di circostanza, le toghe incorruttibili, è un sollievo entrare in una fogna e vedere il fango che ammette di esserlo.

(Victor Hugo, I Miserabili)

Io sono del nord

nordIo sono delIo sono del nord, sapevate? Vivo in mezzo alla nebbia e alla neve, alle zanzare e all’umidità.

Io sono del nord anche se amo il caldo.
Che bello.
Qui abbiamo il panetùn, il risotto, la bassa Padana e la Padania.
Però.
Se qualcuno viene qui ancora a menarmela che quelli del sud non lavorano, lo prendo, lo metto nella mia cucina (35° centigradi), lo faccio sedere al tavolo con davanti tutti i fogli e i documenti e balle varie e gli dico: schiavo, lavora.

Solo per dire che io amo il caldo, ma l’unica cosa che sarei disposta a fare oggi è starmene seduta sulla sedia a fissare la parete di fronte aspettando il calar della sera.
Merde! La Gelmini mi prenderà per il caldo…

Pausa causa indisposizione

Sia chiaro che:
il precipizio Gelmini continua;
la scuola continua a ricevere botte di qui e di là;
nessuno lo sa o lo dice (nessuno che conta al potere, dico);
oggi smontano pure l’università che deve diventare pro-dut-ti-va;
così che il mio prof che bocciava quelli che non avevano studiato sarebbe licenziato:
improduttivo;
la Gelmini continua a pensare col culo, liberaMente;
 e io mi sento un poco di vomito,
sarà il caldo.
Sarà la Gelmini.
Tutto per dire che non ho voglia oggi di parlare di colei.
Ma la curo.

p.s.: i dirigenti scolastici che hanno abbandonato (legittimamente) il posto in Lombardia sono saliti a 327. Se qualcuno volesse fare il concorso a Preside, i posti ci sono.

Bei ricordi (tipo)

Che cosa è la città? La città è un paese. Però più grande. Che paese è tipo come Roncobello di sotto, città è come Milano, che tipo per andare a lavorare i bus hanno gli orari di punta sennò c’è troppo traffico. Il ruolo della città è avere degli orari di punta per uscire, ritornare dopo agli orari di punta, tipo: se esci alle sei per andare a lavorare non trovi traffico, tipo se gli orari di punta sono alle 17.30 devi tornare alla 18.00 cioè quando finiscono gli orari di punta.
In che modo si possono ingrandire o sviluppare le città? Avere delle cose storiche in quella città e viaggiatori vengono lì a visitare tipo il duomo.

Quando la specie umana cominciò a cambiare le forme del pianeta? Fin dal antichità. Quando incominciavano a coltivare, fare il latte, per il latte le mucche e per coltivare i coltivatori per il mais o il grano eccetera, per fare la terra più bella e mangiare e bere sempre il latte.
Che cosa significa intervento sostenibile? Che potevano andare a rimodellare tutto.
Che cosa è l’ecologia? Quando soprattutto si è sviluppata questa scienza? È tipo dove si lavora. Si è sviluppata quando sono nati gli umani, la novità è che il lavoro sta scadendo. Gli ecosistemi sono tipo il Sole la Terra Venere, eccetera. Tre esempi di ecosistema sono il sole, la Terra, Venere, Nubio. Alla base degli ecosistemi ci sono il buco nero, i metioriti eccetera.
A quale territorio appartiene ognuno di noi? A dove abitiamo.

Quali sono le suddivisioni territoriali dello Stato italiano? Il territorio è un pezzo di terreno. Tipo la Sicilia e la Sardegna erano attaccati all’Italia.

Di bene in meglio

Vara te, son passati i dieci giorni e nemmeno me ne sono accorta. Anzi, a dir la verité ne sono passati quindici, e io sto benissimo. Ma Lei, eh, no, tanto bene non sta, secondo me. Chissà che rivoluzione c’ha nel cervello. Cervello… è una parola grossa ma tanto per intenderci… In ogni modo, non vedo perché devo perderci del tempo, se l’astinenza fa tanto bene.
Cioè, vediamo: per vedere, vedo.
Ci sarebbe da perderci del tempo, sì, ma mi rifiuto.
Vi mando qui. E, per chi non riesce a leggere o vuole sentire un altro punto di vista, qui.
E una metafora assai azzeccata: qui.

E una metafora molto azzeccata: qui.Così vedete che l’ineffabile continua a macinare. Che cosa macini, non è dato di capire bene, ma pazienza.

Culicidae Meigen

viciniOra, prima della raccomandata vi dico come son messa: finestra aperta (va’ là?), imposte aperte, luce accesa, zanzare a sciami ma chi se ne frega, per ora non mi pungono, divento appetibile in agosto, di solito.

C’ho un piantone davanti, e un vicino di casa di fianco. Non lo vedo. Cioè: dovrei andare sul balcone e guardare giù e sbirciare oltre il muretto. Il muretto è mio. No, così, ve lo dico perché ai tempi c’era un architetto, o un geometra, so mica più, che diceva: ora tirate su un muretto e il muretto poi è anche nostro. Anche nostro una bella merda. 

Non è che gli abbiamo riposto così, ma, insomma, il concetto era quello.
Allora. Il vicino. Il vicino. Per dirvi il tipo, ha una moglie e un figlio, ha comprato una casa da ottocentomila euro tirata su coi mattoni forati (come fo a saperlo? Ero lì sul balcone che curavo la costruzione, ciccetti).
Per dirvi ancora il tipo (mandate via i minorenni ché questa è una cosa teribbbile), è uno che una sera, dalla finestra, sbirciava di là dal muretto (mio) e vedeva un gattino (sempre mio) che annegava nella piscinetta dei figlioli. E poi racconta: eh, io lo sentivo che miagolava, miagolava… Poveretto, racconta.
Perché il gattino, la mattina, guardando giù, me lo sono visto stecchito, eh… 
Ve l’avevo detto che era una cosa teribbbile.
In ogni modo, dall’anno scorso il vicino, che di gatti non ne ha, meno male, ma c’ha un figlio, comunque, ecco, il vicino invita un tizio. Collega? Amico? Parente? Conoscente? Boh. Solo che si mettono nel cortiletto e cominciano a mangiare e a chiacchierare. I padroni di casa non si sentono, questo lo devo dire. Quell’altro pare sia al balcone di piazza Venezia quando non c’erano i microfoni. E adesso vanno avanti sino all’una, o le due.
No, per spiegarvi che io scrivo a voi, carissimi, ma sto seguendo anche le teribbili vicende erotiche extramatrimoniali dell’ospite. La cosa più bella è quando comincia a spiegare i mali del mondo e i loro rimedi. O quando elenca i trecentosette sistemi per non farsi abbindolare dalle femmine.
Vabbè, lasciamolo lì per un momento e vi conto della raccomandata.
Mi sono fatta stampare da Benito due fogli dove c’era scritto che mi avevano mandato la raccomandata e che io l’avevo ricevuta nelle mie proprie mani.
Benito è quello delle tasse, ma in un due per tre è entrato nel sito delle poste e ha stampato.
Allora sono andata alle poste e non c’era quasi nessuno. Così una gentile signora mi chiede: ha bisogno?
E io: sì, ma per sapere di  una raccomandata. Venga venga. E mi prende in mano i fogli. E smanetta col computer. Primo: non è riuscita a entrare. Per dire che Benito (tasse) sì, e lei (posta) niente. Dopo dieci minuti, che già io ho stavo per dire: mi costa meno pagare la multa che stare qui, c’è riuscita, a entrare. Dopodiché mi fa: ah, ma è del 2009, troppo lontano, non la vedo, una raccomandata del 2009.
E nessuno mi chieda perché Benito l’ha vista.
Allora io le ho gentilmente spiegato: son tre o quattro anni che non ricevo i pacchetti e pacchettini a casa, devo venirli a prendere qui; ho un abbonamento a Wired e mi arrivano due mesi in uno; l’abbonamento al quotidiano della mia vecchia madre l’abbiamo disdetto perché al martedì la postina ci portava sabato, lunedì e martedì; ho a casa un pacco di posta non mia che la postina ha lasciato da me; vedo la postina che gira con un automobile delle poste che ha il portabagagli pieno di posta, e da un po’ anche il sedile del passeggero pieno di posta; e adesso mi manca una raccomandata per cui devo pagare 150 euro di ritardo della mia evasione fiscale (ve l’ho detto che siamo evasori fiscali?).
Allora questa si guarda in giro e poi si china verso di me e mi sussurra: ora le dico chi chiamare. E va via con il mio foglio con scritto della raccomandata e poi torna e c’è scritto: chiami Luigi, qui, a questo numero. Poi si appoggia allo schienale e mi fa un sorriso e spiega: sa, noi non c’entriamo più niente con i postini.
Ora, lì sarebbe stato il caso di mettersi a fare una discussione sul perché la posta del mio paese non c’entra più niente con i postini, ma c’avevo quel numeretto in mano, insomma, sono stata zitta e me ne sono andata.
Per inciso, è la seconda volta che una delle impiegate della posta del paesello natio mi dà un indirizzo sottobanco per fare i reclami.
In ogni modo. A casa ho telefonato a Luigi e lui mi ha detto che controllava.
Mi ha ritelefonato sei ore e mezza dopo e mi ha detto che a lui la raccomandata risultava consegnata al signor Pinco Pallo. Ora, visto che mio marito si chiama una cosa come Serbelloni Mazzanti Viendalmare, era chiaro che Pinco Pallo non era lui. E io dico: non siamo noi.
E lui chiede: non conosce nessuno che si chiama Pinco Pallo?
E qui la mia innata propensione alla vera verità mi ha spinto a rispondere: mio cognato (che colpo di scena). 
E Luigi zitto. E io faccio: però mio cognato non abita con noi, perché avrebbe firmato la mia raccomandata?
E Luigi, ragionevolmente, risponde: che ne so, glielo chieda.
E così gliel’abbiamo chiesto, e lui dice che ha firmato mica niente, e io oggi ho pagato 498 euro di qualche cavolo di pagamento per evasione fiscale, più 145,60 euro di multaccia perché non ho risposto quando loro mi avevano avvertito.
Adesso vado a sentire com'è andata con la rossa coi tacchi a spillo che è entrata nell'ufficio dell'ospite del mio vicino.
Adesso vado a sentire com’è andata con la rossa sui tacchi a spillo che è entrata nell’ufficio dell’ospite del mio vicino. vi dico come son messa: finestra aperta (va’ là?), imposte aperte, luce accesa, zanzare a sciami ma chi se ne frega, per ora non mi pungono, divento appetibile in agosto, di solito.
C’ho un piantone davanti, e un vicino di casa di fianco. Non lo vedo. Cioè: dovrei andare sul balcone e guardare giù e sbirciare oltre il muretto. Il muretto è mio. No, così, ve lo dico perché ai tempi c’era un architetto, o un geometra, so mica più, che dicevano: ora tirate su un muretto e il muretto poi è anche nostro. Una bella merda. 
Non è che gli abbiamo riposto così, ma, insomma, il concetto era quello.
Allora. Il vicino. Il vicino. Per dirvi il tipo, ha una moglie e un figlio, ha comprato una casa da ottocentomila euro tirata su coi mattoni forati (come fo a saperlo? Ero lì sul balcone che curavo la costruzione, ciccetti).
Per dirvi ancora il tipo (mandate via i minorenni ché questa è una cosa teribbbile), è uno che una sera, dalla finestra, sbirciava di là dal muretto (mio) e vedeva un gattino (sempre mio) che annegava nella piscinetta dei figlioli. E poi racconta: eh, io lo sentivo che miagolava, miagolava… Poveretto, racconta.
Perché il gattino, la mattina, guardando giù, me lo sono visto stecchito, eh… 
Ve l’avevo detto che era una cosa teribbbile.
In ogni modo, dall’anno scorso il vicino, che di gatti non ne ha, meno male, ma c’ha un figlio, comunque, ecco, il vicino invita un tizio. Collega? Amico? Parente? Conoscente? Boh. Solo che si mettono nel cortiletto e cominciano a mangiare e a chiacchierare. I padroni di casa non si sentono, questo lo devo dire. Quell’altro pare sia al balcone di piazza Venezia quando non c’erano i microfoni. E adesso vanno avanti sino all’una, o le due.
No, per spiegarvi che io scrivo a voi, carissimi, ma sto seguendo anche le teribbili vicende erotiche extramatrimoniali dell’ospite. La cosa più bella è quando comincia a spiegare i mali del mondo e i loro rimedi. O quando elenca i trecentosette sistemi per non farsi abbindolare dalle femmine.
Vabbè, lasciamolo lì per un momento e vi conto della raccomandata.
Mi sono fatta stampare da Benito due fogli dove c’era scritto che mi avevano mandato la raccomandata e che io l’avevo ricevuta nelle mie proprie mani.
Benito è quello delle tasse, ma in un due per tre è entrato nel sito delle poste e ha stampato.
Allora sono andata alle poste e non c’era quasi nessuno. Così una gentile signora mi chiede: ha bisogno?
E io: sì, ma per sapere di  una raccomandata. Venga venga. E mi prende in mano i fogli. E smanetta col computer. Primo: non è riuscita a entrare. Per dire che Benito (tasse) sì, e lei (posta) niente. Dopo dieci minuti, che già io ho stavo per dire: mi costa meno pagare la multa che stare qui, c’è riuscita, a entrare. Dopodiché mi fa: ah, ma è del 2009, troppo lontano, non la vedo, una raccomandata del 2009.
E nessuno mi chieda perché Benito l’ha vista.
Allora io le ho gentilmente spiegato: son tre o quattro anni che non ricevo i pacchetti e pacchettini a casa, devo venirli a prendere qui; ho un abbonamento a Wired e mi arrivano due mesi in uno; l’abbonamento al quotidiano della mia vecchia madre l’abbiamo disdetto perché al martedì la postina ci portava sabato, lunedì e martedì; ho a casa un pacco di posta non mia che la postina ha lasciato da me; vedo la postina che gira con un automobile delle poste che ha il portabagagli pieno di posta, e da un po’ anche il sedile del passeggero pieno di posta; e adesso mi manca una raccomandata per cui devo pagare 150 euro di ritardo della mia evasione fiscale (ve l’ho detto che siamo evasori fiscali?).
Allora questa si guarda in giro e poi si china verso di me e mi sussurra: ora le dico chi chiamare. E va via con il mio foglio con scritto della raccomandata e poi torna e c’è scritto: chiami Luigi, qui, a questo numero. Poi si appoggia allo schienale e mi fa un sorriso e spiega: sa, noi non c’entriamo più niente con i postini.
Ora, lì sarebbe stato il caso di mettersi a fare una discussione sul perché la posta del mio paese non c’entra più niente con i postini, ma c’avevo quel numeretto in mano, insomma, sono stata zitta e me ne sono andata.
Per inciso, è la seconda volta che una delle impiegate della posta del paesello natio mi dà un indirizzo sottobanco per fare i reclami.
In ogni modo. A casa ho telefonato a Luigi e lui mi ha detto che controllava.
Mi ha ritelefonato sei ore e mezza dopo e mi ha detto che a lui la raccomandata risultava consegnata al signor Pinco Pallo. Ora, visto che mio marito si chiama una cosa come Serbelloni Mazzanti Viendalmare, era chiaro che Pinco Pallo non era lui. E io dico: non siamo noi.
E lui chiede: non conosce nessuno che si chiama Pinco Pallo?
E qui la mia innata propensione alla vera verità mi ha spinto a rispondere: mio cognato (che colpo di scena). 
E Luigi zitto. E io faccio: però mio cognato non abita con noi, perché avrebbe firmato la mia raccomandata?
E Luigi, ragionevolmente, risponde: che ne so, glielo chieda.
E così gliel’abbiamo chiesto, e lui dice che ha firmato mica niente, e io oggi ho pagato 498 euro di qualche cavolo di pagamento per evasione fiscale, più 145,60 euro di multaccia perché non ho risposto quando loro mi avevano avvertito. Adesso vado a sentire com’è andata con la rossa sui tacchi a spillo che è entrata nell’ufficio dell’ospite del mio vicino.

Mi rendo conto che dovrei studiare inglese

JFrank2

Produrre oltre 200 modelli tra il 1909 e il 1950, Franchi disegni sfidato sensibilità contemporanea, offrendo un contrasto benvenuto al lineare,-come le restrizioni che il modernismo griglia definita, il Bauhaus e altri."Ogni essere umano ha bisogno di un certo grado di sentimentalismo di sentirsi liberi," Frank ha detto … "Via con gli stili universali, via con la parificazione delle industria e arte". E qui sta la sua magia – modelli che sono quasi architettoniche nelle loro dimensioni imponenti, che mostrano un affetto per l'artigianato e le tradizioni storico conciliare disparati e apparentemente un'invenzione moderna.

Abbattuti dagli archivi di Stoccolma Svenskt Tenn, il creativo "casa" di Frank dal 1933 quasi ininterrottamente fino alla sua morte nel 1967, i 9 modelli Brunschwig porta a catturare l'America la visione di Frank la massima luminosità. Le linee ombreggiati e punti di vibrare Dixieland e spostare … la ripetizione quasi irriconoscibile delle Hawaii ci lascia con una estetica freeform meraviglioso. Tutti invitano emozione, ispirare comfort e libertà di utilizzo Frank descritto meglio: "La casa non deve essere pianificato nei dettagli, appena ha messo insieme con pezzi i suoi abitanti amore".